L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 novembre 2020

E' evidente che l'Italia è divenuta colonia dei francesi, con qualche sussulto che attesta solo la resa incondizionata. Il cavallo di troia è sempre stato il corrotto euroimbecille PD

L’egemonia economica della Francia passa dall’Italia. Ecco come

Di Francesco Bechis | 26/11/2020 - 


Dalla Difesa allo Spazio, dalle politiche Ue al digitale e la finanza, l’agenda del governo francese in Italia si infittisce al punto da delineare una vera e propria campagna. Dopo l’elezione di Joe Biden, l’Eliseo ha bisogno di accreditarsi come honest broker europeo (al posto della Germania) e chiama Roma facendo ricorso a tutte le leve a disposizione

Gli indizi portano a un’iniziativa ampia, e coordinata. Difesa, Spazio, economia, finanza, telecomunicazioni, digitale. In Italia, in queste settimane, sta prendendo forma una vera e propria campagna di Francia. Il pressing diplomatico è iniziato all’indomani delle elezioni americane che hanno eletto presidente degli Stati Uniti il democratico Joe Biden.

Si fa fatica a contare le iniziative di esponenti del governo francese che riguardano da vicino il Belpaese in questi giorni. Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire che interviene a gamba tesa sul Mes e chiede all’Italia di mettere una firma sulla riforma del fondo salva-Stati per evitare l’effetto-stigma. Poi, ricevuto a Palazzo Chigi mercoledì dal sottosegretario Riccardo Fraccaro, ribadisce la necessità di una iniziativa digitale europea a trazione francese, italiana e tedesca e del rafforzamento dei programmi spaziali Ariane e Vega. Questo giovedì, l’incontro (virtuale, in un webinar dell’Aspen Institute) fra i ministri degli Affari europei Vincenzo Amendola e Clement Beaune, per una road map condivisa sul Next generation Eu.

Cosa spiega un’agenda così fitta? La chiave di lettura per capire la campagna d’Oltralpe è ancora una volta da cercarsi al di là dell’Atlantico. Nelle nuove geometrie variabili della politica europea dettate dall’elezione di Biden, è la Germania di Angela Merkel (e di chi le succederà alla guida della Cdu a dicembre) a incassare il dividendo maggiore, con un asse fra Washington DC e Berlino già ben definito, a partire dalla Difesa e dalla politica estera. Perfino Anthony Blinken, il designato segretario di Stato americano cresciuto ed educato all’École Jeannine Manuel parigina e amico sincero della Francia, ha definito in una recente intervista la Germania “il nostro più importante alleato in Europa”. La seccata risposta di Macron alle parole di Annegret Kramp-Karrenbauer, che ha definito “insostituibile” il ruolo statunitense nella Difesa europea, tradiscono il nervosismo dell’Eliseo per il riassetto continentale.

Di qui l’iniziativa per riprendere in mano le redini e accreditarsi come honest broker del Vecchio Continente verso la nuova amministrazione, con o senza le buone maniere. Di questo piano l’Italia è un tassello non secondario. Perché è un alleato storico di Washington DC, certo. Ma anche perché è legata a Parigi da un doppio filo che si fa sempre più stretto e attraversa la finanza, il mondo assicurativo, le telecomunicazioni.

È stato il Copasir, solo due settimane fa, a denunciare uno squilibrio verso i cugini d’Oltralpe nelle banche e le assicurazioni, con l’allarme della relazione sulle mire francesi su Generali e Unicredit. L’allerta ha innescato a stretto giro una dura reazione nel mondo della finanza e della grande industria francese, con Le Figaro, quotidiano che da sempre si muove in una logica “sistemica” che ha bollato come “speculazioni” le annotazioni del comitato.

Ma una brusca reazione è arrivata anche sul fronte telco, con un duro affondo del Ceo di Vivendi Arnaud De Puyfontaine in consiglio contro Tim dettato, non è da escludere, dal nervosismo per la partita di Mediaset, che vede governo italiano e francese su due fronti opposti, il primo a schermare il “Biscione” dalla scalata francese, il secondo a tuonare contro l’affronto. Alla sfida digitale, proprio in questi giorni, è stato dedicato un panel dei “Dialoghi italo-francesi” della Luiss che ha visto protagonisti l’ad di Tim Luigi Gubitosi e il direttore strategia e innovazione di Vivendi Felicite Herzog.

Tasselli solo apparentemente separati ma che compongono lo stesso puzzle. L’impressione, a giudicare dall’assertività di queste settimane, è che l’Eliseo voglia passare alla fase dell’incasso politico rivendicando, in Italia, una presa quasi sistemica sulla finanza, l’industria, il mondo tech.

Significativo l’ultimo strattone sul fronte digitale, con quello strappo a Bruxelles sulla digital tax del 3% sulle vendite dei grandi colossi tech americani, Google, Facebook, Amazon che, fra gli altri, mette di fronte a un bivio l’Italia di Giuseppe Conte, finora rimasta (volutamente) sul filo. Anche qui, potendo contare sullo sguardo benevolo del Commissario europeo al Mercato unico e al digitale, il francese Thierry Breton (ex ad di Atos, il colosso francese che ora presiede il programma sul cloud europeo Gaia X), il governo francese vuole sedersi al tavolo per dare le carte.

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