L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 novembre 2020

e i rendimenti dei titoli di stato diminuiscono

Aumentano i Btp nei bilanci delle banche: solo Intesa e Unicredit ne possiedono 150 miliardi di euro

 6/11/2020 4:00:09 AM 

L'amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier (a sinistra) e l'ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina - GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

Le due maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, e soprattutto la prima, aumentano i titoli di Stato italiani in portafoglio. E lo fanno probabilmente in virtù dell’ampio ombrello aperto (e destinato a restare tale ancora per un po’) dalla Bce sulle nostre obbligazioni pubbliche per far fronte alla pandemia, cosa che tra l’altro sta anche contribuendo a spingere il governo di Giuseppe Conte a puntare sempre più su emissioni speciali come il Btp Italia e il Btp Futura.

iStock

Intesa Sanpaolo, negli ultimi tre mesi, ha incrementato la quota di titoli di Stato italiani in portafoglio: dai numeri al 30 settembre 2020 emerge un’esposizione al debito sovrano di Roma di 40,35 miliardi per l’attività bancaria rispetto ai 36,86 miliardi di fine giugno, mentre per l’attività assicurativa il dato è lievemente salito da 52,69 a 53 miliardi. Si arriva così per l’istituto guidato da Carlo Messina a un totale di 93,35 miliardi di Btp e altri titoli di Stato in portafoglio a fine settembre (89,54 miliardi al 30 giugno 2020), dato che sale a 104,9 miliardi contando anche il contributo di Ubi Banca, entrata nel perimetro del gruppo Intesa a seguito della movimentata Opas dei mesi scorsi.

In crescita, sia pure molto leggera, anche l’esposizione al debito sovrano italiano di Unicredit, passata a 44,38 miliardi in termini di valore di bilancio (45,17 miliardi come fair value o valore di mercato) dai 44 miliardi di fine giugno (44,7 miliardi di fair value). Il portafoglio di titoli di Stato italiani di Unicredit, aveva detto l’amministratore delegato di Unicredit Jean Pierre Mustier qualche mese fa, presentando i numeri del primo trimestre del 2020, era stato ridotto di 900 milioni da dicembre e la banca avrebbe continuato, come già annunciato, a ridimensionare la propria esposizione ai titoli di Stato italiani per portarla in linea a quella dei gruppi concorrenti, senza vendere titoli ma rinnovandoli solo parzialmente a scadenza.

La torre Unicredit nel Centro Direzionale di Milano – foto Agf

Sta di fatto che, considerando le due maggiori banche italiane, si arriva a un soffio dai 150 miliardi di euro di Btp e altri titoli di Stato in portafoglio. Tra l’altro, non sono ancora disponibili i numeri al 30 settembre dell’altra “big” finanziaria italiana, Generali (li annuncerà il 12 novembre), che al 30 giugno 2020 contava all’interno del proprio portafoglio di reddito fisso (fixed income portfolio) 59,07 miliardi di obbligazioni pubbliche emesse da Roma. Del resto, già da marzo l’ad del gruppo triestino, Philippe Donnet, aveva spiegato come il livello di titoli di Stato italiani fosse destinato a restare stabile intorno ai 60 miliardi di euro.

Generali a parte, come visto, le prime due banche italiane, e Intesa in modo particolare, hanno incrementato i titoli di Stato italiani in portafoglio, cosa che aiuta almeno in parte a spiegare il forte rialzo dei Btp registrato negli ultimi mesi, che ha condotto il rendimento sul decennale a comprimersi fino in area 0,70%, in virtù di quel complesso meccanismo di cui sopra che si autoalimenta e che coinvolge anche la Bce.
Eppure fino a pochi mesi fa in pochi avrebbero pensato che le banche, e in particolare proprio quelle italiane, avrebbero investito ancora su titoli di debito di casa nostra. Le dichiarazioni di Mustier, che come detto aveva prospettato un ridimensionamento dell’esposizione al debito di Roma, di certo non lo lasciavano presagire. E anche uno studio degli economisti della stessa Unicredit, risalente a inizio aprile, gettava ombre sui sottoscrittori dei bond nostrani. Ma poi sono arrivate (anche) le banche.

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