L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 novembre 2020

Gli statunitensi sono rimasti brutali nell'anima, sono sempre quelli che hanno promosso il genocidio dei popoli indiani natii delle terre d'America. Quando non controllano o gestiscono le organizzazioni internazionali da loro stessi create fanno saltare il banco. E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni. Siamo nella Guerra Illimitata

Come e perché gli Stati Uniti stanno scardinando la Wto

1 novembre 2020


Gli Stati Uniti hanno bloccato la nomina della nuova direttrice della Wto. E Trump accusa l’organizzazione di danneggiare gli interessi americani: c’entra la Cina

L’Organizzazione mondiale del commercio (o WTO, da World Trade Organization) è bloccata. Il grande arbitro delle dispute commerciali non è più in grado di emanare sentenze a causa degli Stati Uniti, che stanno impedendo la nomina di nuovi giudici alla corte d’appello. Ed è senza un direttore generale da mesi, dopo le dimissioni – annunciate a maggio – di Roberto Azevêdo.

PERCHÉ MANCA ANCORA UN DIRETTORE

La Wto avrebbe dovuto nominare un nuovo capo mercoledì scorso: il consenso dei paesi membri si era raccolto attorno ad un nome, quello dell’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, ex-ministra delle Finanze della Nigeria con alle spalle venticinque anni di carriera alla Banca mondiale, di cui divenne anche amministratrice delegata (la seconda carica più importante).

Avrebbe dovuto perché Okonjo-Iweala ha ricevuto l’appoggio di tutte le delegazioni presenti alla riunione di mercoledì, eccetto una: quella americana. Gli Stati Uniti hanno infatti continuato a sostenere Yoo Myung-hee, ministra del Commercio della Corea del sud, che ha lavorato con il rappresentante del Commercio americano Robert Lighthizer alla recente rinegoziazione dell’accordo di libero scambio USA-Corea.

E ORA?

A fini della nomina del direttore generale, è necessario che ci sia un consenso unanime tra tutti i 164 membri dell’organizzazione. In teoria, sarebbe possibile aggirare il veto di Washington con una votazione a maggioranza. Ma è un’opzione audace e sgradita anche alla stessa WTO, la cui capacità d’azione è già stata inibita dagli Stati Uniti. Nominare una direttrice non accettata dalla prima potenza economica e politica al mondo significherebbe probabilmente peggiorare questa situazione.

Il quadro generale è peraltro estremamente complesso: non c’è solo l’ostilità dell’amministrazione Trump ma anche le tensioni commerciali e geopolitiche tra America e Cina, la crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus e la crescita (Europa inclusa) delle invocazioni al protezionismo e all’“autosufficienza”.

Non è chiaro cosa succederà alla WTO dopo il veto americano contro Okonjo-Iweala. Le consultazioni riprenderanno e il prossimo 9 novembre ci sarà una nuova riunione di tutte le delegazioni dei paesi membri, dove si spera verrà finalmente raggiunto il consenso.

LO SCONTRO AMERICA-CINA

L’intera vicenda è però interessante perché conferma due cose. La prima è l’insofferenza dell’amministrazione Trump verso tutte quelle organizzazioni multilaterali che proprio gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e che sono state modellate sui loro valori. La seconda è la portata dello scontro tra Washington e Pechino, che tocca praticamente qualsiasi ambito – dal commercio alla tecnologia alla libertà di navigazione, e così via – e che riguarda anche il futuro dell’ordine mondiale.

Donald Trump aveva dichiarato che la WTO è stata creata «per fare gli interessi di tutti tranne i nostri» e ha minacciato l’uscita degli Stati Uniti dall’organizzazione, anche se Washington ha vinto la maggior parte delle dispute presentate. La WTO, a suo dire, danneggia l’America per favorire la Cina.

Non è l’unico a pensare che l’organizzazione non funzioni, in realtà: l’idea che la WTO non promuova più gli interessi americani e che anzi sia inefficiente e dannosa circola sia nel suo Partito repubblicano che nel Partito democratico. La frustrazione è legata alla supposta incapacità della WTO a gestire – e punire – la Cina e il suo peculiare modello capitalistico, che si basa sugli aiuti di stato e su un rapporto molto stretto tra aziende e governo.

L’amministrazione Trump si oppone alla nigeriana Okonjo-Iweala perché la ritiene troppo influenzabile da Pechino. La stessa accusa mossa ad un altro organismo multilaterale – l’Organizzazione mondiale della sanità – guidato da un altro africano, l’etiope Tedros Adhanom.

La Nigeria, come l’Etiopia, riceve investimenti e aiuti economici dalla Cina. La presenza cinese è forte un po’ in tutta l’Africa, dove – puntando anche sul soft power – stringe accordi commerciali e politici, promuove l’industrializzazione con i suoi investimenti e crea zone economiche speciali. C’è tuttavia chi accusa Pechino di puntare ad accaparrarsi terreni e a spingere questi paesi nella cosiddetta “trappola del debito”.

CAMBIERÀ QUALCOSA CON LE ELEZIONI?

Tra pochi giorni negli Stati Uniti ci saranno le elezioni presidenziali. Se Trump dovesse vedersi riconfermato e dovesse decidere, in futuro, di ritirare il paese dalla WTO accusandola di essere “filo-cinese” – come ha già fatto con l’Organizzazione mondiale della sanità –, la mossa potrebbe favorire proprio la Cina. Pechino è già molto presente ed influente negli istituti multilaterali, in primis le Nazioni Unite, e sfrutta questa cosa per promuovere i propri interessi e i propri modelli di governance. Più l’America si ritira da queste organizzazioni, più la Cina ne approfitta per conquistare nuovi spazi.

In caso di vittoria alle elezioni, il candidato del Partito democratico Joe Biden promette al contrario di riportare Washington al suo tradizionale ruolo di guida della comunità internazionale e del sistema multilaterale. Ma un pieno ritorno dell’America nel mondo non è probabile, sia perché non è possibile cancellare di colpo gli anni della presidenza Trump, sia perché il “disimpegno” è una tendenza iniziata già da prima. Quel che è certo è che Democratici e Repubblicani sono sostanzialmente d’accordo sulla necessità di proseguire il confronto con la Cina. E che pure l’amministrazione Obama – Biden era vicepresidente, allora – era stata critica verso la WTO.

Nessun commento:

Posta un commento