L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 novembre 2020

I combattimenti tra l'Isis e l'esercito siriano aumentano e gli ebrei sionisti di Palestina aumentano i raid aerei contro i soldati in aiuto dei terroristi tagliagola mercenari

In un'intervista con l'agenzia di stampa russa Tass il comandante della 210a divisione dell'esercito israeliano, il generale di brigata Roman Goffman, ha dichiarato che le sue forze avevano effettuato diversi raid nelle ultime settimane contro le fortificazioni siriane sulla linea di contatto nelle alture del Golan siriano .


31 ott 2020

Si moltiplicano i combattimenti, con decine di morti, tra l’esercito siriano e le milizie dello Stato islamico che non ha mai cessato di esistere. Intanto Mosca organizza conferenza internazionale sul rientro in patria di quattro milioni di profughi siriani

Miliziano dell’Isis

di Michele Giorgio il Manifesto

Roma, 31 ottobre 2020, Nena News – «L’Isis rimane una minaccia significativa», ha avvertito a inizio settimana il segretario di Stato americano Mike Pompeo in occasione del primo anniversario dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi, fondatore e leader dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Ciò che Pompeo ha mancato di ricordare, ribadendo «l’impegno degli Usa contro il terrorismo jihadista», è che l’Isis non ha mai cessato di esistere e di combattere, al contrario di ciò che affermava la Casa Bianca dopo la caduta di Mosul e Raqqa e le roccaforti del Califfato.

Cellule ben organizzate e ben armate colpiscono in modo micidiale in Siria, paese che in questo momento, più di ogni altro, porta il peso della lotta allo Stato islamico. Nei giorni scorsi sono divampati combattimenti feroci nella Siria centrale tra miliziani dell’Isis e l’esercito siriano. Almeno 30 i morti, tra questi almeno la metà erano soldati. Decisivo è stato ancora una volta l’intervento dell’aviazione russa – Mosca è alleata di Damasco – che ha martellato le postazioni jihadiste a est di Hama e a sud di Raqqa.

Lo scontro si sta intensificando nel triangolo di territorio tra Raqqa, Hama e Dayr az Zor dove a conti fatti l’Isis non è mai stato sconfitto. Nei mesi scorsi dozzine di soldati siriani sono caduti in imboscate compiute da cellule del Califfato molto agguerrite. La tensione sta salendo anche ad ovest, verso Idlib, la regione siriana divenuta negli ultimi anni una roccaforte di qaedisti e jihadisti, protetta militarmente dalla Turchia.

Due civili, secondo fonti locali, sarebbero stati uccisi e altri nove feriti a causa di colpi sparati dall’artiglieria governativa contro i mercenari siriani agli ordini di Ankara, alla periferia della cittadina di Ariha. Missili e bombe sganciati dagli aerei russi hanno ucciso o ferito circa 200 miliziani. Le forze filo turche da parte loro sparano razzi e colpi di mortaio in direzione di Hama, Latakiya e Aleppo. A questo clima di tensione in Siria si aggiunge il peggioramento dei rapporti tra Turchia e Russia, aggravato dal conflitto tra Armenia e Azerbaijan in cui Ankara appoggia Baku mentre la Russia, pur proclamandosi neutrale, in realtà pende dalla parte di Yerevan.

Mosca intanto accelera anche sul fronte politico e diplomatico siriano. Una nuova delegazione, dopo quella di alto rango giunta in Siria nelle passate settimane, è nella regione da alcuni giorni. Ieri era a Damasco dal presidente Bashar Assad. Il giorno prima aveva incontrato a Beirut il presidente Michel Aoun e vari rappresentanti libanesi.

La Russia intende organizzare entro novembre in Kazakhstan una conferenza internazionale sulla questione del ritorno in patria dei quattro milioni di profughi fuggiti dalla guerra in Siria e si sono diretti verso Libano, Turchia e Giordania. Secondo Mosca la situazione è tornata a una sostanziale normalità in gran parte della Siria e esisterebbero le condizioni per il rientro dei profughi nel paese d’origine.

Il Libano, dove i rifugiati siriani sono almeno un milione e mezzo tra sei milioni di libanesi, è favorevole alla conferenza e spinge per il rimpatrio dei profughi. Invece l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, Unhcr, si oppone e ripete che i profughi potranno tornare solo in condizioni di piena sicurezza. In realtà sulla questione pesa da tempo la contrarietà dell’Ue e soprattutto dell’Amministrazione Usa. Per Washington il rientro dei rifugiati in Siria e l’inizio della ricostruzione del paese arabo equivarrebbero a un riconoscimento internazionale della «vittoria di Bashar Assad». Nena News

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