L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 novembre 2020

I giganti non muoiono mai

Elogio funebre a Bertolt Brecht*

di György Lukács
16 novembre 2020

Traduzione e presentazione di Antonino Infranca

Il testo che presento al lettore è particolarmente significativo per la personalità dell’autore, György Lukács, e per la personalità del soggetto di cui si parla, Bertolt Brecht: si tratta dell’elogio funebre che Lukács tenne il 18 agosto 1956 in occasione della cerimonia ufficiale per la morte di Brecht, che si tenne presso il Berliner Ensemble. Entrambi erano stati due intellettuali in netta e reciproca opposizione, portatori di due concezioni dell’arte e della critica letteraria radicalmente diverse. A dividerli era sostanzialmente la concezione politica della rivoluzione socialista: per Lukács la rivoluzione socialista avrebbe portato a termine il processo emancipatore della rivoluzione borghese, mentre per Brecht la rivoluzione socialista avrebbe spazzato totalmente il mondo borghese con tutte le sue miserie e disuguaglianze. Da qui discendono due concezioni diverse della letteratura: Lukács è favorevole alla continuazione dell’eredità classica, Brecht è contrario a quest’idea, perché il mondo borghese è sempre più attratto dalla sete di profitto. Gli attacchi personali diretti non mancarono, ma quello che è più sorprendente è che molti di questi attacchi non furono pubblici, quindi i due contendenti non seppero completamente quello che l’uno diceva e pensava dell’altro.

Nel saggio Wozu brauchen wir das klassische Erbe (Perché abbiamo bisogno dell’eredità classica) del 1938, Lukács accusava Brecht di distruggere la tradizione classica. Inoltre Lukács considerava Thomas Mann un oppositore del nazismo più radicale di quanto fosse Brecht, il quale, nonostante l’immenso talento, descrive personaggi con uno scarso carattere umano e fa l’esempio di come avesse interpretato la Madre di Gorki, cioè soffocando ciò che è umano nei personaggi e riducendo l’uomo a un numero. Lukács rimprovera a Brecht di sviluppare una drammaturgia antiaristotelica, basandosi su un’accettazione acritica della situazione contemporanea. Ma questo saggio non fu pubblicato fino a quando i due intellettuali furono in vita. Lukács aveva aperto una polemica feroce contro l’Espressionismo, ma non con Brecht in particolare, piuttosto con Bloch e Hans Eisler. Sempre nel 1938 Lukács pubblicò un altro violento attacco all’Espressionismo nel saggio Es geht um den Realismus (Si tratta di realismo) sul giornale “Das Wort” di cui Brecht era uno dei principali collaboratori. Brecht protestò contro la pubblicazione del saggio di Lukács, che comunque fu pubblicato. Ma in questo saggio Lukács lasciò Brecht sullo sfondo. L’attacco più diretto ci fu nel saggio Marx und das Problem des ideologischen Verfalls (Marx e il problema della decadenza ideologica), in cui Brecht era accusato di “utilitarismo letterario astrattamente rivoluzionario”. Brecht si lamentò dell’attacco di decadentismo in una lettera privata a Willy Bredel e scrisse alcuni saggi contro Lukács che lesse a Benjaminn nei quali esprimeva il timore che Lukács potesse manovrare riviste e giornali contro di lui per le loro differenti concezioni estetiche. A dividerli era la teoria lukacsiana del rispecchiamento, perché secondo Brecht i grandi realisti della tradizione borghese, cioè Balzac e Tolstoi rappresentavano la realtà come Thomas Mann e Šolochov, ma così si smarriva la differenza tra la rappresentazione borghese della realtà e quella proletaria, dove prevaleva il denaro, la brama di profitto, la miseria morale borghese. A questo punto la lotta di classe diventava un concetto vuoto e astratto. In pratica Brecht rovesciava su Lukács le accuse che questi gli aveva rivolto. Brecht criticava in Lukács il timore per la novità, per l’imprevedibilità della produzione artistica dell’avanguardia e chiedeva a Benjamin consigli se pubblicare o meno questi saggi. Benjamin gli fece osservare che nelle sue critiche a Lukács, Brecht manteneva ancora ossequio e riserbo verso il suo avversario. I saggi furono pubblicati soltanto nel 1967, poco più di dieci anni dalla morte del drammaturgo e quattro anni prima della morte di Lukács. Nel 1939 la situazione si rovesciò, come avveniva costantemente durante gli anni dello stalinismo, e gli accusatori divennero accusati, subendo critiche con gli stessi argomenti con i quali avevano criticato i loro oppositori: Lukács fu accusato di revisionismo e decadentismo borghese. Così Brecht, di rimando, salì nella considerazione degli ideologi dello stalinismo. In un ricordo personale Lukács sostiene che considerava Brecht un settario, soprattutto nei suoi drammi che chiama didattici. Per questa ragione assunse nei suoi confronti una posizione molto critica, che però si andò accentuando con il passare del tempo e di fronte all’evoluzione artistica di Brecht. Tra i due iniziò un rapporto di sincera amicizia – come ricorda Lukács – nel corso di una visita di Brecht a Mosca, durante il viaggio di questi verso gli Stati Uniti. Brecht disse a Lukács: «C’è un’infinità di gente che ad ogni costo mi vuole aizzare contro di lei, e sicuramente c’è altrettanta gente che vuole sobillare lei contro di me. Noi non dobbiamo farci incastrare» (G. Lukács, Pensiero vissuto, ed. it. a cura di A. Scarponi, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 119). E i due non si fecero più incastrare da coloro che volevano metterli l’uno contro l’altro, tanto che nacque una bella amicizia che continuò fino alla morte di Brecht. In quel ricordo, Lukács si rammarica del fatto di non aver avuto più occasione per esprimere pubblicamente il suo giudizio cambiato su Brecht. Naturalmente coloro che volevano metterli contro hanno continuato a seminare zizzania tra i due, non tenendo conto che Lukács tenne l’elogio funebre di Brecht, su sollecitazione della moglie di Brecht. Ma è un costume diffuso quello di considerare Lukács un feroce rappresentante dello stalinismo o dello zdanovismo, quando in effetti ne fu una vittima. Ormai vicino alla morte Brecht ordinò che nessuno prendesse la parola al momento del suo funerale, ma, visto che le autorità della Germania democratica volevano organizzare una manifestazione ufficiale per commemorarne la memoria, la vedova di Brecht scelse un personaggio “scomodo” per il regime comunista tedesco. Così Lukács parlò davanti alle massime autorità politiche e intellettuali della Germania democratica, nonostante il fatto che le sue opere fossero vietate in quel paese. A proposito di questa “scomodità”, mi piace pensare che, nonostante Lukács non dichiari apertamente quale fosse il vero motivo per cui ammirava Brecht, lo si possa rintracciare nel suo estremo giudizio sull’amico: sapere creare “crisi salutari”. I due, infatti, non avevano voluto lasciare il paese dove vivevano, nonostante le difficoltà, gli ostacoli – nel caso di Lukács arresto e deportazione momentanea in Romania dopo la Rivoluzione ungherese del 1956. Entrambi erano oppositori interni troppo scomodi, troppo comunisti, per essere arrestati o espulsi da un paese del socialismo realizzato. Così sia la Germania comunista che l’Ungheria comunista dovettero tenersi questi due scomodi intellettuali, che sapevano creare “crisi salutari”.

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Elogio funebre di Bertolt Brecht

Gli scrittori rilevanti che ci hanno preceduto – Ibsen e Cechov – pensavano che la letteratura avesse come unica missione collocare questioni ragionevoli alla realtà contemporanea, della loro epoca, e agli uomini del loro tempo. Gli scrittori borghesi hanno continuato allegramente su questa strada: la nuova generazione più radicalmente ancora che la precedente. Così, la letteratura ha bandito dalla sua lingua, dalla sua forma, potremmo dire dalle sue categorie, ogni preoccupazione di dare risposte. L’unica questione, astratta, divenuta fine in sé si è atomizzata nell’universo poetico e creò un gioco confuso di molecole imponderabili senza relazione tra loro. Era facile comprendere quale pericolo tale metodo nascondeva. E avvenne spesso che i migliori dei nostri scrittori replicassero questa maniera negativa ed astratta di porre le questioni, rivitalizzando essi stessi le astrazioni. Se, da un lato, la questione avrebbe fatto dimenticare la risposta, dall’altro, la risposta dogmatica ha dissipato ogni ricerca, ogni questione. Con istinto, essendo un grande scrittore, Brecht ha saputo trovare il reale equilibrio. I suoi drammi, i suoi poemi pongono in questione con tutto il rigore necessario, questioni di un’intensità sconvolgente che, con sicurezza e profondità, sollevano problemi attuali, pertanto mal conosciuti. Ma, dietro questa serie di interrogativi, si profila sempre la certezza incrollabile della risposta finale, della vera prospettiva. Costringendo, per la violenza della sua poesia, ciascuno di noi a fare il proprio esame – allo stesso tempo, in cui, in lui, questo esame delle responsabilità personali si muove sempre verso la critica della realtà sociale –, Brecht ha provocato crisi salutari tra migliaia e migliaia di uomini. Tutte queste questioni si concentrano nel nostro tempo con le sue stesse particolarità: in ciò risiede la sua originalità intrinseca. Tutte le questioni che egli solleva – e la risposta che le giustifica – nascono da questa necessità permanente dell’umanità di liberarsi dell’indegnità, per cercare di edificare nella vita sociale una patria a misura d’uomo: e ciò lo vincola intimamente alle grandi tradizioni della letteratura. Poco importa, pertanto, che lo stesso Brecht a volte abbia posto l’accento sulle esigenze dell’attualità e che abbia creduto di dove respingere i legami che lo univano al passato. Nelle sue migliori opere questa unità esiste. Brecht è un vero drammaturgo. Il suo disegno più profondo è trasformare le masse, gli spettatori e gli ascoltatori delle sue opere. Quando lasciano il teatro, essi non sono soltanto scossi, ma trasformati: orientati praticamente al bene, alla lucidità cosciente, all’azione, al progresso. L’effetto estetico ha per funzione produrre una conversione morale, sociale. Ora sarebbe lì il significato ultimo della “catarsi” aristotelica. Essa dovrebbe – è così che la interpretava Lenin, a ragione – elevare l’emozione fino a facilitare l’azione morale! E così sarebbe anche la volontà di Brecht, che realizzò nelle sue migliori opere, da vero autore drammatico. Dopo Ibsen, Cechov e Bernard Shaw, è Brecht che, nella nostra epoca, pone questo “eterno” problema, dandogli contenuti attuali e una forma nata da questi contenuti. La sua azione straordinaria invade le frontiere di un partito e di uno Stato. Una perdita immensa rappresenta la sua morte prematura. Ma abbiamo questa certezza consolatrice: questa opera, anche se interrotta in pieno sviluppo, è e rimane la nostra potenziale alleata nella lotta per un futuro luminoso dell’umanità.

* Pubblicato su “Europe”, n°. 133-134, pp. 27-28, janvier-fevrier 1957

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