L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 novembre 2020

Il corrotto euroimbecille Pd in tutte le sue articolazioni è il cavallo di Troia che ha permesso alla Francia di colonizzarci, e non da oggi. Lo scontro in atto è tra il Progetto Criminale dell'Euro e la sua evoluzione

Letta e Sassoli fanno sponda con Macron e contro Merkel?

28 novembre 2020


Con la scusa del “no Mes”, Letta e Sassoli fanno da sponda a Macron nello scontro con Merkel per riscrivere i trattati Ue. L’articolo di Tino Oldani per ItaliaOggi

Angelo Panebianco ha confessato sul Corriere della Sera il proprio euroscetticismo. A differenza degli europeisti senza se e senza ma, quelli convinti che «senza l’ingombrante presenza degli Usa, l’Europa se la caverebbe benissimo da sola», egli ritiene che l’Europa, «una volta privata della tutela americana, farebbe molta fatica a camminare sulle proprie gambe». Non solo: «Di fronte alla nuova situazione geopolitica e strategica è impreparata l’Unione, i cui trattati, le cui istituzioni e la mentalità di coloro che le guidano sono state forgiate in un’altra epoca». Da qui, la necessità di riscrivere i trattati Ue, impresa per la quale «i singoli stati europei sono impreparati. Con l’eccezione, forse, della Francia (ma su questo si attendono verifiche)».

Panebianco mostra così di dare credito a Emmanuel Macron, il quale va ripetendo da tempo, in polemica con Angela Merkel, che bisogna riscrivere i trattati europei, cosa che ha ribadito di recente in un’intervista al Corriere della Sera, facendosi promotore di un progetto ambizioso, tipico del personaggio: il «Parigi consensus». Ovvero, sostituire il «Washington consensus» con il «Parigi consensus». Con il primo, così definito nel 1989 dall’economista John Williamson, si è soliti indicare il pacchetto standard delle direttive di politica economica da destinare ai paesi in crisi o in via di sviluppo, con l’avallo di organismi internazionali con sede a Washington, quali il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, oltre all’ok del Dipartimento del Tesoro Usa.

Tali direttive, nella sintesi di Macron, significano: «Diminuzione del ruolo dello Stato, privatizzazioni, riforme strutturali, aperture delle economie attraverso il commercio, finanziarizzazione delle economie, il tutto attraverso la logica monolitica basata sulla creazione del profitto». Queste linee, di stampo liberista, pensate più di 30 anni fa negli Usa, hanno svolto un ruolo positivo, consentendo a molti paesi poveri di raggiungere un relativo benessere. Ma ora, secondo il presidente francese, sono inadeguate per fare fronte alle nuove sfide, causate da fattori quali: la crescita demografica («la popolazione aumenta a una velocità folle», dice Macron), il cambiamento climatico e la crescita delle diseguaglianze, tanto che «le nostre classi medie, e una parte di quelle popolari, sono state la variabile di aggiustamento della globalizzazione». Da qui la necessità di un cambiamento radicale, con l’adozione del «Parigi consensus», che per Macron significa «sovranità europea e autonomia strategica».

Con un po’ di esagerazione, forte della bomba atomica, Macron aggiunge: «L’Europa della difesa, che credevamo impensabile, l’abbiamo realizzata». Ancora: «Il cambiamento di amministrazione americana è un’opportunità per continuare in modo totalmente pacifico e sereno quello che i nostri alleati devono capire: dobbiamo continuare a costruire la nostra autonomia per noi stessi, come gli Stati Uniti fanno per loro, e la Cina fa per sé».

Inutile dire che, tra «gli alleati che devono capire», al primo posto c’è la Germania di Angela Merkel, la quale negli ultimi anni ha sempre sconfessato i propositi di Macron di riscrivere i trattati, annunciati con enfasi nei discorsi alla Sorbona (2017) e a Meseberg (2018). Sconfessioni giunte solitamente a distanza di qualche tempo: a volte dalla cancelliera in prima persona, con toni mai polemici, ma fermi; a volte facendo parlare ministri o alleati di sua fiducia. In quest’ultimo caso, la smentita è arrivata nel giro di 24 ore: Annegret Kramp-Karrenbauer, ministro della Difesa a Berlino, in un’intervista a Politico.eu ha ammesso che «l’Unione europea ha sì bisogno di maggiore indipendenza», ma «per il prossimo futuro gli Stati uniti rimarranno l’alleato più importante nella politica di sicurezza e di difesa».

In questo scenario di scontro franco-tedesco all’interno dell’Ue, non è affatto chiaro con chi intenda schierarsi l’Italia. Di certo, c’è che una parte del Pd (evidentemente all’insaputa di Nicola Zingaretti, che ha preso le distanze) si è già schierata con Macron, ed è quella che fa capo a Enrico Letta e a David Sassoli, il primo docente alla Scuola di affari internazionali di Parigi, il secondo presidente del parlamento europeo. Una scelta di schieramento implicita nel «no Mes» pronunciato da entrambi una settimana fa, con motivazioni che vanno interpretate. Quando Letta e Sassoli dicono che il Mes «andrebbe riformato e reso un strumento comunitario, non più intergovernativo», e che i suoi 400 miliardi «dovrebbero essere trasferiti nel bilancio Ue, rendendo definitivo l’indebitamento comune», prefigurano una riscrittura dei trattati europei. Il che, osserva giustamente Musso su Atlanticoquotidiano.it, significa dare ragione a Macron quando chiede di istituire un bilancio permanente dell’eurozona, cosa possibile soltanto se si modificano i trattati.

È vero che una simile proposta è stata sempre stroncata dalla Merkel. Questa volta, però, Macron è convinto che lo scenario di «grande rottura del capitalismo», in cui si fondono la pandemia, il Recovery Fund, la riforma del Mes, lo stallo del bilancio Ue, le divisioni sullo stato di diritto, più il cambio di potere alla Casa Bianca, gli stia offrendo un’occasione irripetibile per rivoltare l’Ue come un calzino e riscrivere i trattati, con l’ambizione di assumere, con il «Parigi consensus», la guida dell’Europa nel dopo Merkel, complice la pandemia. Quanto alla cancellazione del debito degli stati causato dalla pandemia, di cui ha parlato Sassoli, sarà il tempo a dire se sia stato un errore maldestro, oppure un calcolato sasso nello stagno. È vero che i trattati Ue vietano la cancellazione del debito, ma una riscrittura ispirata da Macron potrebbe svelare che Sassoli ha detto ciò che a Parigi pensano di fare, e che a Berlino è visto come il male assoluto, da impedire ad ogni costo.

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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