L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 novembre 2020

Il Grande Reset agisce nel profondo scompiglia, insinua insicurezza nel presente/domani di decine e decine di migliaia e migliaia di persone che lavorano/lavoravano nella ristorazione, nel commercio, nel turismo, nei trasporti, nel benessere. E nulla sarà come prima. Ci sono margini per rovesciare il pessimismo in prospettive con l'assunzione di almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione, carente e sottorganico da anni e anni di follia voluta dai governanti nel non riempire i vuoti in organico, dalla mancanza del turn over necessario e doveroso.

Sui fatti di Napoli di venerdì notte 23 ottobre

di Michele Castaldo
27 ottobre 2020

C’è stato chi sui fatti di Napoli di venerdì notte 23 ottobre ha alluso enfaticamente a una rivolta. Si tratta certamente di una esagerazione, ma il dito indica la luna e se c’è chi guarda il dito noi cerchiamo di cogliere la tendenza indicata dal dito, con alcune precise indicazioni.

Scrive Severgnini sul Corriere della sera di domenica 25 ottobre: «Brutte scene, che possono disgustare, ma non devono preoccupare più di tanto». Francamente siamo abituati a molto peggio nei periodi di pace sociale, solo che certi ambienti dell’establishment non sono avvezzi all’osservazione e dunque non vedono. Ma l’osservazione è giusta: i fatti in sé non devono preoccupare più di tanto. Ma siccome il Severgnini non è l’ultimo arrivato, come tutti quelli interni ai nobili salotti, lui non si limita ai fatti del momento, ma al fatto che «la preoccupazione, adesso, è un’altra. È che l’insofferenza dilaghi, e assuma forme imprevedibili. La seconda ondata del Covid non era inattesa; ma è stata, psicologicamente, pesante quanto la prima. Forse di più». Altrimenti detto: Severgnini non guarda più il dito ma a quello che indica, ovvero la possibilità che l’insofferenza dilaghi. Dunque sono pacchianamente assurdi i titoloni dei media su una protesta di fascisti, camorristi, spacciatori di droghe e similari. Se così fosse vorrebbe dire che come potere costituito avete prodotto merda e questa oggi vi si rivolta contro.

Perciò, comunque la mettiate, egregi signori, siamo in presenza del principio della fine di una società che si è sviluppata alimentando l’illusione che la produzione di privilegi a scapito della parte maggioritaria della popolazione potesse durare all'infinito.

Chi scrive non è fra quelli che vede nel popolo indistinto la ragione comunque e sempre, e solo en passant vorrei citare un “piccolo” dato: nei giorni che hanno preceduto i fatti di Napoli, in Nigeria la polizia governativa ha sparato sui dimostranti uccidendo 35 persone e ferendone alcune centinaia. Che c’entra? C’entra eccome se c’entra, perché quel paese è stato ed è tuttora saccheggiato per prelevare le materie prime di ogni genere, corrompendo con quattro soldi i suoi governanti e alimentando una guerra fratricida fra i suoi abitanti. Fra i paesi occidentali responsabili di tale rapina figurano, oltre a Usa e Cina, gran parte dei paesi europei, con la nostra Italia che preleva parte del bottino. E la Nigeria è solo uno dei paesi rapinati di un intero continente sottoposto al saccheggio quale l’Africa ricchissima di ogni risorsa.

I proventi di quella perpetua rapina hanno alimentato nelle nostre metropoli unitamente a uno sviluppo “sano”, di tipo industriale, anche il consumo del lusso e del vizio, come di macchine fuoriserie, suv, droga, moda, saloni di bellezza, matrimoni da favola, sale da gioco, discoteche, bordelli, vari livelli di prostituzione e così via, di cui la cosiddetta movida altro non è che la bella faccia, quella “innocente” di un mondo ipocrita e arrogante che questa crisi sta mettendo a nudo.

Partiamo perciò dallo stato dell’arte e cerchiamo di capire innanzitutto che cosa sta succedendo realmente in un sistema che si è consolidato nel corso di secoli e che “improvvisamente” di fronte al disastro che lui stesso come specie ha prodotto l’uomo si scopre impotente.

Chi c’era a Santa Lucia sotto la presidenza della regione Campania a protestare contro il malcapitato Vincenzo De Luca? Settori di ceto medio, per lo più della ristorazione e di attività di benessere che rischiano il fallimento per le misure che De Luca proponeva. Del tutto naturale che chi rischia di perdere tutto da un giorno all’altro si imbestialisca e vada lì, dove ritiene esserci il possibile responsabile del suo fallimento e si scontra con la polizia. Ed è altrettanto normale che quel tipo di mobilitazione attragga anche settori giovanili connessi a quelle attività, compreso lo spaccio di droga. Come lo spaccio di droga? Orsù, ipocriti benpensanti: che, è una novità che nelle discoteche si spaccia la droga?

Chi ha sollecitato il governo ad aprire le discoteche e settori ad esse similari? Suvvia, non ci nascondiamo dietro un dito. La forza delle necessità economiche prevale sulla debolezza dei politici. Se poi il virus galoppa e gli scienziati sono costretti a pressare sui politici, questi si comportano da batacchio nella campana. Non ci vuole molto per capire questa cosa. Non facciamo gli gnorri.

Che in una manifestazione come quella del venerdì 23 possano essere confluiti anche artigiani e lavoratori precari della ristorazione è del tutto possibile, oppure disoccupati dalle mille attività precarie, ricordiamo che Napoli comunque ha la palma dell’arte di arrangiarsi. Sicché è del tutto fuori luogo cercare la preordinazione in partiti politici e nella camorra. È stupida retorica per condannare chi preso dalla disperazione ha delle normali reazioni di ribellione, un modo per farsi sentire e cercare almeno di limitare i danni.

Quale deve essere l’atteggiamento nei confronti di queste mobilitazioni da parte di chi da sempre si batte contro questo sistema sociale? Innanzitutto: giù la maschera dei benpensanti dei comodi divani e protetti da ampie garanzie economiche e istituzionali. Non avete nessun diritto di dare lezioni su come si devono comportare quelli che rischiano la fame.

Leggiamo nelle mobilitazioni di questi settori, come quelle di Arzano e di Napoli, che hanno fatto da apripista al resto d’Italia, o come quelle dei forconi, degli agricoltori europei, o dei Gilet gialli e similari tutte le difficoltà di un modo di produzione in una crisi che non potrà in alcun modo risolvere. Insomma questo modo di produzione si è comportato come l’apprendista stregone, ha sviluppato forze che gli si stanno rivoltando contro. Un ceto sociale multiforme che la crisi – prima, durante e dopo il Covid – tende a impoverire sempre di più. Per cui la prospettiva più probabile in Italia, in Europa e in tutto l’Occidente, almeno, è il caos.

Al tempo stesso diciamo che non si possono sposare le rivendicazioni di un ceto medio che si illude di tornare allo status quo ante, ovvero a una condizione precedente alla crisi del Covid, perché la storia non torna mai indietro. E per essere più precisi e circostanziati diciamo ancora che di certe attività una società successiva al capitalismo certamente ne farà a meno.

Dopo queste poche note, diciamo che nel popolo c’è grande confusione e più procede la crisi più aumenta la confusione. Purtroppo in tanta confusione tutti sono presi dalla smania impotente del “che fare”, cominciando da quel mondo scientifico che è costretto a dimenarsi tra le molteplici verità scientifiche e le altrettante molteplici esigenze economiche, e in mezzo ci stanno i politici che devono mettere insieme il diavolo, la lotta contro il virus, e l’acqua santa, cioè le ragioni economiche, che trovano validi sostenitori in personaggi che si improvvisano scienziati per giustificare l’apertura di ogni tipo di attività economica. Siamo alla farsa totale. E le istituzioni democratiche? Peggio che andar di notte: lo Stato centrale contro le regioni, le regioni contro lo Stato, i comuni contro le regioni e queste contro i sindaci. È la moderna democrazia.

Per concludere senza lasciare nulla in sospeso: ho definito questa fase come interludio torbido, volendo intendere che non è più possibile rintracciare mobilitazioni di massa omogenee, sia come caratteristiche strutturali delle varie gamme della produzione, sia perciò come rivendicazioni. Ma sempre di più si svilupperanno ribellioni dove confluiscono varie frustrazioni sociali, perciò fluide, come fiammate, senza nessuna possibilità di stabilizzarsi in quanto tendenze.

Si tratta di un percorso confuso e disomogeneo che procede per ondate. Pertanto chi è legato allo schema della fase precedente dello scontro tra borghesia e proletariato, di indirizzo marxiano, è costretto a fare i conti con la realtà che muove in un senso diverso da come l’avevamo immaginata.

Come separare il grano dal loglio? si è portati a domandarsi; in che modo rintracciamo il nostro soggetto capace di affossare finalmente il capitalismo? Certamente non sarà l’esterno a dipanare la matassa.

A Napoli si è prodotto uno scenario che descrive a chiare lettere una linea di tendenza che l’establishment ha già colto per cui cercherà certamente di attrezzarsi, ma con sempre maggiori difficoltà. Speriamo che le forze ideali che si richiamano alla lotta contro il capitalismo ne facciano tesoro, altrimenti saremo degli impauriti spettatori.

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