L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 novembre 2020

Il Grande Reset si preoccupa qualcosa pare non funzionare, ci potrebbero essere seri problemi per le stamperie e si devono prendere provvedimenti in corso d'opera

SPY FINANZA/ Gli allarmi di Fed e Fmi silenziati dal nuovo record di Wall Street

Pubblicazione: 27.11.2020 Ultimo aggiornamento: 06:38 - Mauro Bottarelli

Dalla Fed e dal Fondo monetario internazionali sono arrivate parole allarmanti proprio mentre Wall Street sfondava un nuovo record

Kristalina Georgieva, FMI (Foto: 2019, LaPresse)

I soliti ben informati lasciano intendere che l’allarme vero sia partito nel corso dell’ultimo meeting dell’Economic Consultative Committee (ECC) della Banca per i regolamenti internazionali. Per capirci, la riunione mensile dei 19 uomini che davvero decidono le sorti del mondo. E qui non si parla di dietrologia o Great reset, semplicemente del fatto che se la BRI è la “Banca centrale delle Banche centrali”, l’ECC è il suo braccio sia pensante che operativo. Una domenica al mese, quei 19 uomini si riuniscono nel palazzo di Basilea sede dell’organismo e parlano. Ma non di sigari o golf, mentre osservano dai finestroni di vetro lo splendido panorama della città elvetica all’imbrunire. Bensì di come evitare che il sistema esploda.

Se dopo il 2007 siamo di fatto entrati nel regime di Qe perenne, lo si deve a loro. Non certo a qualche banchiere centrale in solitaria o, men che meno, a qualche Governo. Anche il famoso Whatever it takes non nasce certo dalla farina del sacco di Mario Draghi. Trattasi di macinato che arriva dalla Svizzera. Ora, al di là delle leggende relative alla cena che segue il meeting, apparecchiata nella splendida sala del 19° piano e ritenuta da molti il vero momento operativo (forse in ossequio al motto in vino veritas), pare che l’ultima riunione dell’ECC sia stata all’insegna dei volti tesi. E avara di sorrisi. Eppure, i mercati volano. Il Dow Jones ha appena sfondato la quota record dei 30.000 punti e tutto sembra destinato soltanto a migliorare, ora che i vaccini contro il Covid paiono in dirittura d’arrivo e con essi la soluzione alla pandemia. Sarà per questo che i prezzi del rame, Mr. Copper, stanno continuando a salire? Si prezza forse una ripresa dell’attività industriale, grazie al toccasana di Pfizer, Moderna e compagnia speculante?

Una cosa appare certa: qualcosa all’ultimo meeting dell’ECC ha fatto sventolare la bandiera rossa. Impossibile avere conferme al riguardo, perché non esistono comunicati stampa o incontri con i giornalisti. Tutto si basa sulla massima confidenzialità fra i partecipanti, tanto che per gli incontri vengono utilizzati più piani del palazzo, alcuni dei quali vengono aperti soltanto in occasione delle riunioni. Tanto per capirci, nemmeno le autorità elvetiche hanno giurisdizione sui vari locali del quartiere generale BRI di Basilea.

Come si fa allora a sapere cosa è accaduto, quale aria tira? Semplice, basta utilizzare i proxies. E uno, grande come una casa, è emerso mercoledì sera dalla pubblicazione delle minute del FOMC della FED del 4 e 5 novembre scorsi. Ufficialmente, la solita minestra. O, quantomeno, questa pare la conclusione cui sono giunti tutti i media, visto il silenzio tombale che ha accompagnato l’appuntamento. E invece, tra le righe, la FED ha detto molto. Ad esempio che “parecchi partecipanti hanno notato come esista la possibilità che debba esserci un limite all’ammontare di ulteriore accomodamento che può essere garantito tramite l’aumento delle detezioni di assets della FED, anche alla luce dei rendimenti sempre più bassi su un arco temporale sempre più lungo. Inoltre, hanno espresso preoccupazione riguardo al fatto che una significativa espansione delle detenzioni di assets possa avere conseguenze inaspettate”. Ma non basta: “Alcuni partecipanti hanno inoltre espresso preoccupazione sul fatto che mantenendo l’attuale livello di acquisto mensile di MBS si possa contribuire a un aumento delle pressioni sui prezzi nel mercato immobiliare”.

Ora, partiamo dal fondo: quanto deve essere messa male la situazione sottostante se 40 miliardi di acquisti di securities legate a mutui può potenzialmente innescare un altro 2007? E a quali conseguenze inaspettate ci si riferisce, quando si mettono in discussione gli acquisti di assets? Forse il fatto che il mercato è totalmente disconnesso dai suoi fondamentali? Peccato che ormai sia così da anni. Come mai lanciare l’allarme proprio ora? E come mai sottolineare pubblicamente queste preoccupazioni, a meno di un mese del prossimo FOMC (15-16 dicembre), quello già prezzato dal mercato come destinato al cosiddetto interim step (copyright JP Morgan) verso il raddoppio del controvalore di quegli acquisti, quantomeno per quanto riguarda gli 80 miliardi di Treasuries?

Eh già, perché come vi ho fatto notare la scorsa settimana, la meravigliosa macchina della monetizzazione del debito necessita non solo una stamperia attiva h24 ma anche un prestatore di prima, intermedia e ultima istanza come la FED che compri ogni virtuale centesimo di debito che viene emesso per finanziare il deficit criminale degli Usa. Cosa ha voluto dirci la FED, forse che per Natale arriverà carbone e non regali? O, forse, in perfetto stile da dissimulazione degna delle due pillole colorate di Matrix, ha voluto innescare dubbi nel mercato in un momento propizio – con Wall Street chiusa o con volumi praticamente nulli per il Giorno del Ringraziamento – al fine di amplificare a dismisura l’effetto sorpresa di un annuncio in senso opposto fra venti giorni?

In entrambi i casi, pessimo segnale quando si deve ricorrere alla strategia. O, peggio ancora, al dover addirittura ammettere la verità. Perché signori, evitiamo di prenderci per i fondelli: le minute della FED vengono composte, tagliate, riassunte e sferruzzate. Se si vuole evitare di far emergere frasi scomode, lo si fa. Da sempre. Se invece occorre inviare un segnale, le si sottolinea. Come in questo caso. Ma non basta. Perché due giorni prima della pubblicazione delle minute FED, a lanciare un allarme molto simile era stato l’FMI attraverso la sua managing director, Kristalina Georgieva, la quale ha sottolineato come “il collasso dell’attività economica indotto dalla pandemia ha messo sotto pressione le Banche centrali, affinché fornissero sempre più politiche accomodanti e operassero sempre maggiori tagli ai tassi di interesse. Ma un ulteriore passo in questa direzione oggi non solo non è possibile ma nemmeno sufficiente“.

Cosa intendeva dire la Georgieva? A quale punto di non ritorno siamo arrivati, quantomeno stando ai calcoli dell’FMI, per decretare ex ante che anche un ulteriore passo verso il Qe strutturale e open-ended non sarebbe sufficiente a tamponare il fall-out della pandemia? E ancora: “Con tassi a zero e rendimenti bassissimi o addirittura negativi, le Banche centrali devono far ritorno al laboratorio e dar vita a una revisione delle loro strutture operative per identificare strategie e strumenti innovativi che supportino la ripresa da questa crisi e oltre”. Ohibò, sono forse finiti i conigli dal cilindro? O anche l’FMI gioca a rimpiattino con la realtà, preparando il terreno alla Christmas surprise della FED?

Chissà, una cosa è certa: la frase finale della Georgieva non pare preludere nulla di buono. “Occorre prestare però attenzione al fatto che nuove strategie e strumenti potrebbero produrre anche nuovi effetti collaterali e lo stimolo addizionale potrebbe porre importanti rischi sistemici per la stabilità finanziaria”. Di fatto, la managing director dell’FMI ha detto non solo che altro Qe nelle forme e nei controvalori attuali rappresenterebbe poco più di un brodino. ma anche che le eventuali evoluzioni nella strategia di intervento monetario potrebbero portare a un evento di credito. Tradotto, un’altra Lehman Brothers, magari. O anche peggio, stante il livello di indebitamento generale e il grado di esposizione al leverage del sistema nel suo complesso.

Come mai nessun organo di stampa – quella autorevole – ha sentito il bisogno di sottolineare quanto espresso da FED e FMI? Io capisco che, alla luce delle politiche messe i campo e dei risultati raggiunti nell’ultimo decennio, la credibilità di entrambe le istituzioni sia vagamente compromessa, resta il fatto che si tratta di due primarie colonne del sistema, una delle quali – de facto – motore immobile del Qe globale in cui siamo precipitati un decennio fa. Ripeto, c’è il forte sospetto che possa trattarsi di un gioco delle parti per creare le aspettative di un incidente controllato che venga poi evitato all’ultimo momento, generando un enorme rally da sollievo dopo lo shock. Ma resta un fatto: quei concetti sono veri, esprimono per una volta la realtà dei fatti e delle condizioni in cui versa il sistema. Già questo dovrebbe bastare a preoccuparci. Ma chi ha voglia di rovinarsi la giornata, quando il Dow Jones sfonda quota 30.000 punti, a giorni avremo una decina di vaccini pronti a immunizzarci contro il Covid e magari a Natale potremo invitare anche la zia, ampliando la tavolata a 10 persone?

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