L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 novembre 2020

Il Grande Reset voleva/vuole la distruzione dell'OFFERTA: uomini, merci, capitali e mezzi di produzione. E le banche centrali hanno il compito di gestire dolcemente la crisi economica-sociale

I debiti dei privati. Dal Whatever it takes all’As long as it needed

Di Giuseppe Pennisi | 26/11/2020 - 


Sono usciti negli ultimi giorni due studi, uno della Bce, l’altro dell’Fmi. A livello multilaterale, la parola d’ordine è “coordinamento” tra aree economiche e le loro politiche di bilancio e monetario. Un “coordinamento” da effettuare nell’ambito del G20, che sarà presieduto dall’Italia. Il commento di Giuseppe Pennisi

La grande attenzione al debito sovrano (dell’Italia e degli altri) ha distratto giornalisti e commentatori dagli effetti della pandemia sul settore finanziario e sulla finanza delle aziende. Sono usciti, quasi in parallelo, il Financial Stability Report della Banca centrale europea (Bce) e la Global Financial Sector Review del Fondo monetario internazionale (Fmi). I due documenti sono disponibili sui siti web dei rispettivi istituti per tutti coloro che volessero addentrarsi negli aspetti anche molto tecnici della materia.

La sera del 25 Novembre il Baffi Centre for Applied Research on International Markets, Banking, Finance and Regulation della Università Bocconi ha organizzato un interessante collegamento con Francoforte e Washington per un utile scambio di idee con gli autori dei due documenti. È sulla base dei documenti e del seminario che si possono tirare alcune conclusioni.

In breve, si deve passare dal Whatever it takes (tutto ciò che è necessario fare) di Mario Draghi del 2012 all’As long as is needed (sino a quando è necessario) per intervento pubblico mirato ad alcuni settori al fine d’impedire il loro collasso e predisporre le basi per la ripresa (una volta che, grazie in gran misura, ad una vaccinazione di massa di cui ora si vedono i barlumi).

I due rapporti mostrano che non solo la pandemia ha colpito in modo ineguale le finanze di vari settori e la capacità di risposta di vari Paesi (ponendo vincoli a quella degli Stati con maggiore debito delle rispettive pubbliche amministrazioni) ma anche che le azioni di politica pubblica variano leggermente a seconda che ci si rivolga al quadro dell’eurozona (Bce) o a quello mondiale (Fmi). Ciò ha implicazioni per l’Italia.

Nel quadro dell’unione monetaria, il modo più efficace per fare la transizione verso quella che sarà la stabilità finanziaria dopo la pandemia dipende, oltre che le azioni dei singoli Stati (più o meno vincolate – come si è detto – dal peso dei rispettivi debiti) dal completamento dell’unione bancaria e lo sviluppo di un efficace effettivo mercato europeo dei capitali. Questi due temi sono stati prioritari nella politica europea dell’Italia; in particolare, l’Italia aveva posto il completamento dell’unione bancaria (con la garanzia comune per i depositi in conto corrente) come condizione per il proprio assenso alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che sarà all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio Europeo dei ministri Economici e Finanziari (Ecofin) in programma per il prossimo 30 novembre. L’indicazione della Bce e del Fmi può essere vista come un supporto forte di quella che è stata a lungo la posizione dell’Italia, anche se da circa un anno non se ne parla più. Analogamente, l’Italia ha interesse allo sviluppo di un mercato europeo dei capitali, tema da rilanciare nel negoziato nell’ambito dell’Unione europea (Ue) anche a proposito del Next Generation Eu e del relativo Resilience and Recovery Fund.

A livello multilaterale, la parola d’ordine è “coordinamento” tra aree economiche e le loro politiche di bilancio e monetario. Un “coordinamento” da effettuare nell’ambito del G20, che sarà presieduto dall’Italia. A riguardo sarebbe utile un’informativa su come ci si sta preparando.

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