L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 novembre 2020

il nostro è il tempo di una violenza nuova, gelida, impersonale, “tecnica”, un banchetto di cannibali con coltello e forchetta, in cui si vive e si muore di intrighi, prevaricazioni e inganni, chiamati civiltà, democrazia e tolleranza

La guerra di tutti contro tutti

Roberto Pecchioli 3 Novembre 2020 

Sarebbe bello osservare dall’esterno ciò che accade in questi mesi e poter esprimere giudizi da lontano, senza essere coinvolti, senza far parte del panorama. Invece, vince il principio di indeterminazione di Heisenberg. Il fisico tedesco mostrò che non è possibile misurare contemporaneamente e con assoluta precisione le proprietà che definiscono lo stato di una particella. Se determiniamo con precisione assoluta la posizione, ci troviamo ad avere incertezza sulla velocità, per cui le due misure comportano un’indeterminazione complessiva. Da un punto di vista concettuale, significa che l’osservatore non è mai un semplice spettatore, poiché il suo intervento, la sua stessa presenza, produce effetti non calcolabili.

Questa strana associazione d’idee ci è balzata in testa leggendo le sciocche affermazioni di un politico in ascesa, Giovanni Toti, governatore di centrodestra della Liguria, rieletto a larga maggioranza. Per confermare l’antica regola per cui un bel tacer non fu mai scritto, l’ex giornalista, berlusconiano critico, ha proposto attraverso le reti sociali gli arresti domiciliari per gli anziani, sulla base del fatto che i decessi per coronavirus colpiscono soprattutto quella fascia di età, che il prode Giovanni bolla come formata da “persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”. Trascuriamo le goffe scuse successive, nonché il vergognoso scaricabarile verso la giovane responsabile della comunicazione in rete.

L’apartheid degli anziani, la sottile deriva eugenetica delle sue affermazioni fanno il paio con analoghe proposte governative. Toti, da bravo liberale di “destra” non è dissimile dai “liberal” di opposta (opposta?) estrazione. Tuttavia, memori del principio di indeterminazione, non vogliamo aggiungere la nostra alle tante voci che giudicano le affermazioni nel merito. La nostra osservazione è un’altra: il virus ha portato al suo massimo grado di intensità e di pericolosità la guerra di tutti contro tutti. Nel secolo XXI iper tecnologico e progressista, torniamo a Thomas Hobbes. Per il pensatore inglese del XVII secolo il bellum omnium contro omnes è la descrizione del caotico stato di natura, il conflitto generalizzato e perenne per porre fine al quale occorre affidarsi a un potere superiore e onnipotente, che chiama Leviatano, il nome di un mostro biblico.

Il virus non solo ci sta consegnando a una tecnodittatura sanitaria, ma ha scatenato forme di egoismo, divisioni, lotte intestine che davvero evocano la guerra di ciascuno contro tutti gli altri. Homo homini virus come esito di processi sociali, culturali e antropologici antichi – divide et impera è la massima del potere di ogni tempo – che la contemporaneità enfatizza al massimo grado. Giovani contro anziani, uomini contro donne, lavoratori contro disoccupati, garantiti contro precari, minoranze di ogni tipo, rancorose, offese e sovreccitate impegnate in una rissosa competizione fatta di ostilità reciproca. Viviamo in una strana società il cui metronomo oscilla impazzito e la bussola, come nella poesia di Eugenio Montale, “va impazzita all’avventura, e il calcolo dei dadi più non torna”. Ipocrita sino al midollo, il nostro è il tempo di una violenza nuova, gelida, impersonale, “tecnica”, un banchetto di cannibali con coltello e forchetta, in cui si vive e si muore di intrighi, prevaricazioni e inganni, chiamati civiltà, democrazia e tolleranza. Ma è la prassi, ci scandalizziamo solo quando la peggio tocca a noi.

I governi, prestanome del vero potere, aumentano la confusione alimentando il conflitto in una fase storica nella quale l’altro, il prossimo, è sempre più visto come un nemico da combattere e isolare perché potenziale vettore di contagio, omicida seriale inconsapevole. Di qui la diffidenza reciproca, l’orrore per gesti quotidiani come tendere la mano, la fine del sorriso, nascosto dalla mascherina, che significava in origine l’assenza di ostilità: esibisco la bocca e i denti per farti capire che non ho intenzioni violente. Sei vecchio? Sei un pericolo per la mia sopravvivenza: chiuditi in casa e non rompere le scatole. Infinite rivalità, un numero sterminato di rivendicazioni nemiche ed incompatibili spappolano quanto resta della convivenza civile. L’identitarismo forsennato e fanatico ci ha divisi in mille tribù ostili e il metronomo corre all’impazzata senza trovare un equilibrio. La cancrena sociale è così avanzata che la maggioranza non è più capace di riconoscere il marcio che ci avvolge.

Al tempo del virus, le divisioni si acuiscono e divengono vero e proprio rancore reciproco. Alle altre divisioni funzionali al potere, si aggiunge la rivalità generazionale che si strappa reciprocamente il diritto alla vita, il clima di spionaggio, l’irriducibile distanza tra i più impauriti e gli altri. E’ una situazione ideale per l’oligarchia e per la Grande Trasformazione in atto, tanto più che la gente non ha voglia e tempo per pensare, dominata dal baccano terrorizzante. Un signore anziano è caduto a terra a pochi metri da noi: è stato raggelante constatare non l’indifferenza dei passanti, ma la fretta con cui procedevano oltre fingendo di non avere notato l’accaduto. Quel vecchio mi contagerà, se mi avvicino per soccorrerlo? La fine della comunità è avvenuta da tempo, ma la polverizzazione della società è più recente; non ci tiene insieme più nulla, a parte la paura comune, ma non condivisa, poiché ciascuno teme esclusivamente per la sua pellaccia.

La rivoluzione individualista iniziata nel 1968 ha concluso il suo tragitto vincente, diventando, come era logico, guerra di tutti contro tutti, malamente coperta dal velo sempre più sottile della menzogna “umanitaria”. Lo ripetiamo con tristezza infinita: siamo figli del disastro del Sessantotto, la rivoluzione post borghese e individualista. E’ futile esercizio retorico domandarsi come l’Occidente avrebbe affrontato il virus se non avesse introiettato sino in fondo il contagio culturale e antropologico dell’ultimo mezzo secolo.

Incredibile eterogenesi dei fini, quella di una rivoluzione che non fu mai anticapitalista, oltre la momentanea coincidenza di interessi tra studenti, intellettuali e lavoratori. Fu piuttosto una disputa generazionale contro i padri che puntava a distruggere i principi che reggevano le comunità da lunga data. L’esito libertario fu e resta un esito individualista, i cui precipitati osserviamo ogni giorno. Non solo la famiglia e la religione erano i bersagli, ma anche formazioni sociali come i sindacati e ogni gerarchia istituzionalizzata. L’immaginazione al potere non era orientata alla costruzione di un progetto collettivo, ma a plasmare l’individuo edonista, incline al consumo oggi del tutto disarmato nell’anima dinanzi al primo vero dramma – soggettivo e comune – da settant’anni, l’irruzione del Coronavirus nell’intimo delle nostre vite.

In più, da quella stagione fatidica, è sorto un nuovo concetto dell’essere giovani. La giovinezza è diventata un soggetto politico sociale rivendicativo. Ne ha approfittato il capitalismo per cambiare pelle come un serpente e lavorare per l’abolizione di ogni limite. La giovinezza non è più un’età ma una modalità esistenziale, un’ansia di consumare, mordere la vita e, di passaggio, frammentare ogni rivendicazione in miriadi di identità in cui si può entrare o uscire a volontà. Ridotto a macchina desiderante e insieme strumento della produzione, l’uomo non è più tale e Giovanni Toti – o il suo ghost writers, lo scrittore ombra della comunicazione sociale- può scrivere senza vergognarsi che gli anziani non sono soggetti indispensabili “allo sforzo produttivo”. Liberali di tutte le tendenze, uniti nelle parole del governatore ligure: produci, consuma, crepa.

L’anziano e la vecchiaia sono gli sconfitti assoluti del tempo nuovo, i nemici mortali non dei giovani, ma dell’efficienza produttiva, destino unico della presenza umana sulla scena del mondo. Il vecchio serve (ancora) se ha un reddito che ne fa un consumatore, altrimenti è un gran brutto fastidio, da eliminare convincendolo a togliersi dai piedi (eutanasia, “morte degna”), non prima di aver regolato le successioni ereditarie, giacché l’unico testamento che la postmodernità è ben lieta di ricevere è quello dei beni materiali. In caso di emergenze come quella presente, il sogno non rivelato apertamente è il genocidio generazionale, e, in subordine, la reclusione.

Comprese tutto Michel Clouscard, intellettuale vicino al Partito Comunista francese, il primo a vedere il Sessantotto come controrivoluzione liberale, interessata ad accelerare la rovina dei vecchi valori borghesi e popolari per instaurare un modello edonista e permissivo. Herbert Marcuse parlò di nuovo ordine libidinale e Gilles Deleuze di macchine desideranti. Con molti altri, furono gli animatori di un processo culturale che presentava come rivoluzionario un modello di consumismo “trasgressivo” che, nel fondo, corrispondeva all’arrivismo e alla sete di potere delle nuove classi medie. Il disprezzo per la vecchiaia ne è una componente importante: la vita è stata riformulata in “qualità della vita” in base a parametri materiali di efficienza, produttività, propensione ai consumi e, naturalmente, salute fisica. Nella società di mezzo secolo fa, non si conosceva la professione di badante e ricoverare i propri vecchi all’ospizio, il nome verace delle odierne “residenze sanitarie assistite” era visto come un disonore, tutt’al più una triste necessità.

Al tempo d’Ognissanti e dei Morti, sono chiusi e comunque pressoché deserti i cimiteri, il segnale più tangibile e drammatico della fine della famiglia, ovvero della memoria, trasmissione e riproduzione della società. Il virus ha funzionato anche in questo caso da acceleratore: funerali negati ai morti della prima ondata, persino fosse comuni, l’orrore più assoluto e manifesto per il corpo dei defunti, ossia, in fin dei conti, l’orrore per noi stessi. In più, ci stiamo convincendo di un’ulteriore deriva: esaurito il compito di produttori, consumatori, ufficiali pagatori e ausiliari di figli e nipoti, i vecchi devono essere eliminati anche per la loro condizione di testimoni del passato, custodi di principi, valori e modi di vivere che la postmodernità “liberata” ha dissolto.

Il degrado non deve mai essere mostrato, tanto meno evocato da chi sa che la civiltà – con tutti i suoi limiti e difetti- non fu sempre il deserto spirituale odierno. La guerra di tutti contro tutti è il risultato della riduzione dell’essere umano a pura esistenza materiale, al trionfo di Dioniso e di una permanente notte di Valpurga sull’ordine morale e civile e la retta ragione. Nel mondo di Hobbes, il Leviatano è la razionalizzazione della legge del più forte. Il tempo del virus ci riporta alla foresta primigenia, che l’uomo ha lottato per redimere e ordinare non appena ha saputo volgere lo sguardo verso l’alto. In tutte le società “normali”, non diciamo tradizionali, il rispetto per la morte, per il corpo defunto e per l’anziano si è accompagnato alla luce della civiltà. Le parole improvvide di Giovanni Toti, politico in carriera di centrodestra (a sinistra sono più scaltri, certe idee le praticano ma non le rivelano) rendono palese la verità. Il potere è in mano a un Leviatano che, a differenza di quello di Hobbes, ha interesse a promuovere, enfatizzare, inventare contrasti e divisioni sempre nuove per fare di noi altrettante fungibili “particelle elementari “.

Le particelle elementari è il titolo del primo romanzo di successo del discusso scrittore francese Michel Houellebecq. Uno dei temi è il percorso della degradazione occidentale post Sessantotto. Due fratellastri vivono una complicata relazione con la madre che li abbandonò. Il minore è un biologo molecolare, incapace suo malgrado di provare emozione verso gli esseri umani, impegnato a creare le basi di una mutazione radicale (culturale e fisica) dell’intero genere umano. L’altro, vissuto in un ambiente fatto di soprusi, condivide con il fratellastro l’incapacità ad amare, manifestata in morbosa dipendenza dal sesso. La madre li abbandonò per inseguire un obiettivo di radicale edonismo. Attraverso di lei, ormai anziana, Houellebecq mostra che cosa è diventata la comunità hippy in cui vive, dove si sperimentavano le sostanze psichedeliche, si praticava l’amore libero e si abbracciavano confusamente pezzi di tradizioni orientali. Lontana da ogni rivoluzione, la comunità è diventata un’istituzione dove si organizzano seminari New Age per grandi aziende e funziona come spazio per sesso casuale, compulsivo, per ex giovani rivoluzionari invecchiati senza essere diventati adulti.

Ci pare un affresco assai somigliante alla nostra condizione di atomi terminali, tolleranti, civilizzati e sedicenti pacifisti, capponi di Renzo di ogni età, sesso e condizione in guerra intestina permanente, saldamente tenuti alla catena in attesa di finire in pentola.

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