L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 novembre 2020

Il primo atto di difesa quando manca il pane è la ribellione che non avrà mai gli strumenti strategici per resistere, per vincere. Soltanto un'organizzazione rivoluzionaria, che non c'è, potrebbe rovesciare le sorti di una battaglia persa in partenza. Basta il mito della classe operaia

Gli individui e gli strati sociali colpiti dalla crisi si ribellano

di Mario Gangarossa
29 ottobre 2020

Cosa c'è di singolare in questo loro ribellarsi?

Lo fanno con violenza.

E in che altro modo potrebbero rivoltarsi in una società in cui i rapporti sociali sono caratterizzati dalla prevaricazione del più forte (economicamente) sul più debole?

Lo fanno in maniera caotica, disordinata, irrazionale.

C'è forse qualcuno, o qualcosa, capace di mettere ordine "materialmente" nella loro "spontaneità"?

Di dirigere e indirizzare la rivolta?

Ognuno lotta a suo modo. E ogni strato sociale si ribella spinto dalla necessità e col livello di coscienza "storicamente" acquisito nel corso delle sue passate esperienze (quando queste ci sono state).

Col fardello dei propri limiti e delle proprie illusioni.

Coi propri generali alla testa e le salmerie al seguito.

La realtà funziona così.

E la piccola borghesia, gli strati intermedi, il semi proletariato disorganizzato, il diffuso sottoproletariato, quelli che per primi sentono i morsi della crisi, si comportano come si sono sempre comportati gli strati sociali di fronte alla minaccia di un brusco declassamento che per molti rasenta l'estinzione.

L'attacco alle condizioni di vita (a cui si è abituati per quanto miserabili esse siano) genera la reazione "popolare".

In quanto popolare, indistinta e confusa.

Ma questo non è un buon motivo per sputarci su.

Ne per fargli "l'esame del sangue". Esame quest'ultimo che tanti critici del "movimento reale", tutte le volte che la realtà fa a pugni coi propri desideri, farebbero bene a fare a se stessi.

Ma, oddio, strilla qualcuno. Questi lottano da "bottegai".

Ci stanno i fascisti, i camorristi, i demagoghi, i mestatori.

Forse non ve ne siete accorti, ma ci stavano già prima e svolgevano già allora egregiamente il loro mestiere.

Ma cosa vi aspettavate? Che i bottegai scendessero in piazza cantando l'Internazionale e i disperati senza risorse agitassero le rosse bandiere del socialismo?

Benvenuti nel mondo reale.

Nel disordine, nel caos. Nell'esplodere disordinato delle contraddizioni.

Nella complessità dello scontro sociale.

Dargli una direzione, un senso di marcia, è molto più complicato che metterci su il cappello o esorcizzarne gli effetti che non vi piacciono.

Comprenderne le dinamiche è molto più complesso di quanto possiate pensare.

Una "complessità" che avete sempre rifiutato ma che ora vi presenta il conto.

Ognuno lotta a suo modo.

E' un dato di fatto.

Le classi si muovono spinte dai loro bisogni elementari, dalla necessità. Non ha senso ne "soffiare sul fuoco della rivolta" ne arruolarsi fra i difensori dell'ordine pubblico.

Anche perché i "fatti" andranno per la loro strada fottendosene delle nostre analisi e dei nostri "ritardi".

Le rivolte sono un fatto, prodotte dalle condizioni oggettive.

Se si vuole svolgere un ruolo, ci si "attrezza" per adeguarci alle mutate situazioni.

Anche perché le ribellioni, gli "assalti ai forni", segneranno la cronaca degli anni a venire.

In un quadro di "ingovernabilità" dei processi che si svilupperanno "spontaneamente", almeno fin quando dallo scontro fra opposti interessi non verrà fuori quella consapevolezza soggettiva, quella coscienza, capace di trasformarle in qualcosa qualitativamente diverso.

Non sono al momento "lotte rivoluzionarie", ma non lo sono nemmeno quelle degli operai della Whirlpool o della Logistica.

Non si pongono sul terreno della guerra di classe contro il capitale.

Chi è colpito dalla crisi lotta per garantirsi le stesse condizioni di vita di prima. Lo stato di cose esistente, il meno peggio.

Sopravvivere è l'unico movente che li spinge a agire.

Che il loro diritto alla vita sia incompatibile con l'esistenza stessa del capitale è un elemento di coscienza tutto ancora da acquisire.

Ma è ovvio che, se non iniziano a difendersi, non acquisiranno nulla. Non impareranno nulla. Non riusciranno nemmeno a immaginare la possibilità di trasformare la resistenza in attacco.

La questione non è quindi discutere dei limiti e dei "pericoli" dei movimenti di protesta. Del loro ristretto orizzonte politico, della loro scarsa coscienza.

Al momento, più che le rivolte di strada sintomatiche della difficoltà crescente di governare la crisi, mi preoccupa l'assenza della classe a cui da comunista dilettante faccio riferimento.

Anche questo ha una spiegazione.

Decenni di educazione al corporativismo, alla comunanza di interessi fra capitale e lavoro, non si cancellano in poche settimane.

E fin quando ci saranno fondi per la cassa integrazione e verrà mantenuto il blocco dei licenziamenti, la classe operaia, complice la politica delle sue "avanguardie" e dei suoi sindacati, se ne starà a guardare.

Baratterà, come gli hanno insegnato a fare i suoi "dirigenti" che ne hanno formato la coscienza, la sicurezza del presente in cambio della sua esistenza futura.

Non sarà punto di riferimento per gli altri strati sociali in lotta, il che segnerà la sconfitta dei "rivoltosi" ma anche la propria sconfitta di classe.

L'ennesima occasione persa.

Su quel terreno la borghesia ha lavorato bene.

Evitare il conflitto sociale dove si produce, dove si crea la ricchezza, è la sua preoccupazione principale.

Se cede lì, cede tutto il fronte.

Ed è li che si gioca la partita.

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