L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 novembre 2020

Il vaccino per i polli è pronto


SPY FINANZA/ La brutta sorpresa nascosta dai rally dei mercati

Pubblicazione: 11.11.2020 - Mauro Bottarelli

Quello in atto lunedì dopo l’annuncio di Pfizer sul vaccino non era un rally da acquisto, era una fire sale da vendita. Una liquidazione

Lapresse

Siccome mi piace essere molto onesto con chi legge i miei articoli, quantomeno per una questione di deontologia professionale, vi invito a dare un’occhiata a quanto scrivevo lunedì sul mio profilo Linkedin prima ancora che Wall Street aprisse le contrattazioni, in pieno boom degli indici europei per l’annuncio di Pfizer rispetto la presunta efficacia sperimentale del suo vaccino contro il Covid. In era di mitomania al potere, soprattutto in ambito di informazione, meglio avere solide basi su cui poggiare le proprie tesi. E la propria credibilità. La mia opinione era chiara: quello in atto non era un rally da acquisto, era una fire sale da vendita. Una liquidazione.

Mi spiego meglio, ancorché chi abbia visto il film Margin call, ricostruzione ben poco romanzata degli ultimi giorni di una Lehman Brothers immaginaria, sappia già di cosa si tratti. Quando ci si rende conto che l’aria sul mercato sta cambiando e ci si accorge altresì che gli assets che si detiene sono iscritti a bilancio su valori (VaR) che potrebbero saltare come tappi di champagne a Capodanno, dalla mattina alla sera, una delle opzioni è quella di muoversi per primi. E scaricare quell’immondizia prima che diventi realmente tale. O, meglio, prima che sia percepita come tale dal resto degli investitori. Nel film, uno straordinario Kevin Spacey spiega al suo trading desk come muoversi: la gran parte dello stock di securities va eliminata dal bilancio entro la prima ora di trading, perché con il passare del tempo le movenze da elefante in cristalleria che comportano strategie disperate come queste renderanno note a tutti le criticità che le sottendono e le hanno rese necessarie. Tradotto, tutti capiranno che stai cercando di vendergli spazzatura. Altra regola, solo uscita: niente swaps, si vende e basta.

La differenza fra il film e quanto accaduto lunedì scorso? I prezzi di realizzo. Nella pellicola, si vendeva anche in perdita, pur di sbarazzarsi di quella bomba a orologeria ticchettante. Nella realtà, si è venduto sui massimi, resi possibili dall’annuncio di Pfizer, un vero doping di mercato. E con timing straordinario, oltretutto. Anche politicamente. Vi pare un caso che il Nasdaq, ovvero l’indice più in bolla di Wall Street, abbia comunque chiuso a -1,5%, nonostante il tripudio generale? Non è un caso, è un proxy. E di quelli che devono fare riflettere. Ma vediamo qualche altro indizio che pare confermare la mia tesi in tempo reale rispetto alla vera natura di quanto accaduto il 9 novembre.

Partiamo da queste due immagini, le quali raccontano storie molto interessanti. Ancorché, apparentemente antitetiche. La prima rappresenta lo strappo di un report di JP Morgan pubblicato a Borsa chiusa, dove appaiono evidenti tre enormi criticità rispetto al carattere realmente risolutivo, a livello sanitario e pratico, dell’annuncio di Pfizer.


In primis, le difficoltà di stoccaggio, trasporto e conservazione di un antidoto ad alto rischio di deperibilità e che deve restare a una temperatura di -80 gradi. Come mai la Borsa non ha prezzato queste criticità, note da quando Pfizer ha cominciato la sua sperimentazione e si è lasciata andare a un entusiasmo di acquisti come quello che la grande stampa ci ha raccontato? Stiamo parlando di JP Morgan, forse il soggetto di mercato più politicamente potente degli Usa, insieme a Goldman Sachs. La quale, chiaro e tondo, inanella una serie di elementi di critica che avrebbero stroncato un toro: niente, il mercato ignora. Forse JP Morgan ha atteso a rendere note le sue opinioni al riguardo, perché a mercati aperti ne ha approfittato per fare un po’ di pulizia fra le sue detenzioni?



La seconda immagine, poi, è ancora più interessante. E relativa a un articolo pubblicato da Bloomberg non più tardi del 3 agosto scorso e nel quale si parla proprio dei frigoriferi necessari a conservare un vaccino con le caratteristiche simili a quello della Pfizer. Guarda caso, il gigante del delivery UPS si diceva già pronto con degli hub di stoccaggio ad hoc, sia negli Stati Uniti che in Olanda. Infatti, Bloomberg nella titolazione si chiede se mai arriverà a un vaccino, visto che i caveau particolari e necessari a contenerlo già sono pronti. Chi è al corrente di cosa, in questa storia? E da quanto? Nessuna dietrologia, per carità. Se arrivasse anche in via sperimentale in Europa, io mi farei vaccinare subito. All’istante. Quindi sono ben contento che la ricerca stia ottenendo risultati a tempo di record, solamente mi pare tutto un po’ fumoso. Ivi compresi, l’atteggiamento e la tempistica dell’Ue rispetto alle prenotazioni (o presunte tali) delle prime dosi.

Non a caso, ecco che tutto l’ottimismo messo in campo sul mercato equities lunedì, ieri appariva svanito. E per favore, non credete a chi vi vende la solita panzana delle prese di beneficio e della sosta per riprendere fiato dopo la corsa: se arriva sul mercato un game changer come apparentemente doveva essere il vaccino della Pfizer, il mercato non si mette in pausa il giorno successivo. Quelli sono i tagliaborse, razza sicuramente ben rappresentata ma quantomeno non talmente maggioritaria da chiamare i giochi, come dicono gli americani. Sarebbe interessante, ad esempio, sapere qual è stato il titolo più scambiato lunedì. Magari, proprio sulle piattaforme di trading on-line, il Sacro Graal dell’avarizia a portata di tutti. Magari, Apple.

E sapete perché lo chiedo? Perché proprio quel giorno, il mercato ha dovuto fare i conti con la sgradevole rogna di un’accusa di sfruttamento del lavoro rivolta contro Pegatron Corporation, azienda di Taiwan che assemblea gli iPhone per il gigante di Cupertino. Il quale, attento com’è a certe dinamiche social e mediatiche, ha immediatamente sospeso il contratto. Un doppio colpo: reputazionale e operativo, di produzione. Senza il boost dell’annuncio di Pfizer, quanto al ribasso avrebbe trascinato il Nasdaq un peso massimo come Apple, ultimamente già al centro di parecchi critiche rispetto ai conti e revisioni del target price? E attenzione, nonostante il placebo di Pfizer, l’indice tech statunitense ha appunto chiuso in netto ribasso. Quanto sarebbe stata profonda e dolorosa la sell-off, stante l’assenza del vaccino come market mover?

Ma questa notizia ha avuto pochissima eco. Quindi, chissà, nel pandemonio generale di acquisti generato dalla speranza di fine pandemia, la gente avrà comprato anche Apple. E qualcuno, ben contento di averlo fatto a queste valutazioni, se ne è liberato. E vale per molti, moltissimi titoli sopravvalutati. Vi pare un caso che lunedì pomeriggio, mentre il Dow Jones entrava in orbita, tutte le piattaforme di brokeraggio on-line negli Usa siano andate in crash simultaneo? E, stranamente, il black-out è cominciato quando gli indici hanno cominciato a sgonfiarsi un po’ dai massimi, ovvero quando qualcuno di scaltro ha operato sì una presa di beneficio. Ma intraday. Ovvero, prendi i soldi (al gonzo) e scappa. Subito. Tradotto: finché c’era solo da comprare, il tasto buy funzionava a meraviglia sulle piattaforme. Quando qualcuno avrebbe volentieri schiacciato quello sell, casualmente il sistema era andato in crash.

Insomma, restando in ambito cinematografico, posso invitarvi a fare soltanto una cosa, per l’ennesima volta: stare molto attenti a quale pillola decidete di prendere, fra quella rossa e quella blu. Come in Matrix. Pensavate che l’era della grande dissimulazione e disinformazione di massa fosse finalmente terminata con le elezioni presidenziali Usa? È solo all’inizio. Prossima fermata? Il debito sovrano. E ci riguarderà molto da vicino.

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