L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 11 novembre 2020

La Bce, momentaneamente, fa la banca centrale prestatore di ultima istanza, MA il Progetto Criminale dell'Euro non demorde e ha intimato che i titoli di stato acquistati devono avere le condizionalità, cioè vuole il ripristino del Vincolo Esterno

I falchi prendono il controllo della Bce e dichiarano guerra allo scudo anti spread di Lagarde

10 novembre 2020
 
Christine Lagarde (a sinistra) e il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Daniel Roland/AFP via Getty Images

La Bce vede nero. E non solo per il lockdown generalizzato che ormai sembra incombere sull’intera eurozona, pregiudicando oltre al consolidamento della ripresa registrata durante l’estate anche la sua stessa, intera tenuta. Di fatto, molti indicatori parlano chiaramente di un rischio di seconda recessione a doppia cifra. L’ultimo dei quali, pubblicato proprio in contemporanea con il bollettino economico dell’Eurotower, è suonato come un vero e proprio campanello d’allarme. Non fosse altro, vista la sua provenienza. L’indice Zew relativo alle prospettive economiche della Germania a novembre è andato in caduta libera, attestandosi a 39 punti contro i 56,1 di ottobre e le attese del consensus a 45,4.

Ancora peggiore il dato riferito alle condizioni attuali, sceso a -64,3 punti dai -59,5 di ottobre. Profondo rosso. Ecco quindi che la Bce fa appello ai governi, affinché mettano in campo tutte le misure possibili a livello fiscale, al fine di rafforzare l’impatto della politica accomodante di stampo monetario. La quale è attesa in ulteriore espansione, in vista del board del 10 dicembre.

Già prima dell’acuirsi della crisi da seconda ondata, gli analisti prevedevano un aumento di altri 500 miliardi di ammontare a disposizione del programma di acquisto Pepp e il suo prolungamento temporale a tutto il 2021. Oggi, alla luce del dato tedesco e dell’allarmato appello della Banca centrale, qualcuno si spinge anche oltre, ipotizzando scenari estremi come il trasferimento tout court delle deroghe del Pepp (capital key, limite per emittente e accettazione di debito greco come collaterale) ai programmi statutari di Qe.

O addirittura un embrione di cancellazione di parte dei debiti sovrani, quasi una moratoria emergenziale che suonerebbe però paradossalmente come un vero e proprio stigma per chi ne beneficiasse. E il termine stigma non è stato utilizzato a caso. Perché in questa condizione di per sé già profondamente preoccupante, va a inserirsi una dinamica interna al board della Bce stesso che potrebbe tradursi in turbolenze sui differenziali dei titoli di Stato di Paesi più esposti e sensibili a scossoni sistemici, Italia e Spagna in testa.

Prospettiva che, al netto delle cifre confortanti giunte dal Tesoro rispetto al secondo collocamento del Btp Futura, già si è adombrata sui Btp nelle ultime due sedute di contrattazioni, caratterizzate da montagne russe che lasciano ipotizzare interventi ad hoc da parte di mani forti in versione cavalleria. Leggi, Bce o banche domestiche.

Mentre all’Eurotower si limava il comunicato stampa relativo al bollettino economico e i mercati festeggiavano ebbri per l’annuncio della Pfizer, due siluri sparati a freddo sembravano preannunciare tempesta in vista della scadenza make or break del 10 dicembre.

Come mostrano queste immagini, due pezzi da novanta del Consiglio direttivo della Banca centrale sembravano intenzionati a sottolineare con una certa veemenza il proprio punto di vista.

Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank, ribadiva il suo mantra, più volte espresso da settembre in poi: la politica monetaria della Bce non può essere un sostituto delle politiche fiscale dei vari Stati membri. Tradotto, il tempo dei finanziamenti diretti dei deficit sovrani tramite acquisti obbligazionari di massa e in deroga ai criteri proporzionali della capital key deve finire.

Paradossalmente ancora più duro il commento al riguardo rilasciato a Bloomberg da Yves Mersch, membro uscente del board, a cui dal 15 dicembre subentrerà l’attuale direttore generale della Banca centrale olandese, Frank Elderson.

Bloomberg

Come dire, a un falco del rigore è pronto a subentrare un profilo che pare poter impersonare da solo un intero stormo di rapaci. Yves Mersch non ha dubbi e con le sue parole sembra confermare l’indiscrezione fatta filtrare da Reuters rispetto al do ut des imposto da Germania e Paesi frugali a Christine Lagarde in vista dell’implementazione del piano di sostegno.

Ok agli aumenti, ok al mantenimento delle deroghe ma a due condizioni:
  1. primo, nessun trasferimento di queste ultime ai programmi “fissi” di operatività espansiva, quindi mantenimento del loro carattere emergenziale e limitato nel tempo.
  2. Secondo, introduzione di condizionalità penalizzanti a livello di controvalore di acquisti in titoli di Stato in seno al Pepp per quei Paesi indebitati che non intendano sfruttare le facilties di prestito europee, come Sure. O soprattutto il Mes.
Appunto, la fine del regime di favore a livello di compressione artificiale degli spread e quindi dei costi di finanziamento evocato da Jens Weidmann e che finora ha garantito respiro a Italia e Spagna, nonostante la crisi da Covid e i pessimi dati macro. Una minaccia seria, perché anche la minima condizionalità potrebbe tramutarsi in un azzeramento totale del benefit da scudo anti-spread di cui il Tesoro italiano ha goduto finora a livello di costi del finanziamento, grazie proprio al regime di sospensione della capital key.

Questi due grafici mettono ulteriormente in prospettiva la situazione:

Bce

se i rendimenti dei decennali spagnolo e portoghese paiono ormai in dirittura d’arrivo per l’ottenimento di quota 0% di premio di rischio da corrispondere agli investitori, al netto delle loro criticità economiche e sanitarie, il trend del controvalore di acquisti settimanali della Bce in seno al Pepp parla chiaro.

Bce

Il minimo toccato due settimane fa sembrava infatti prodromico a un mantenimento precauzionale di benzina nel serbatoio per i tempi bui in arrivo ma è stato prontamente archiviato come trend, costringendo l’Eurotower ad aumentare nuovamente gli acquisti. E queste dinamiche lavorano in prospettiva. Se infatti occorrono acquisti per 20,8 miliardi di controvalore a settimana per raggiungere il massimo di ammontare entro l’attuale data di scadenza del Pepp (30 giugno 2021), quindi il doppio di quanto messo in campo due settimane fa, già la scorsa settimana l’ammontare è dovuto salire e ha bruciato un po’ di riserve. Inoltre, il mercato prezza già per scontato altri 500 miliardi a disposizione e sei mesi di copertura temporale in più: come reagirà se, pur arrivando a un accordo nel board, ci saranno davvero condizionalità che possano annullare l’effetto di deterrenza verso la speculazione della deroga alla capital key?

E nonostante Consiglio Ue ed Europarlamento abbiano appena raggiunto un accordo sul pacchetto economico che comprende Budget e Recovery Plan, giova ricordare che alle pressioni interne al Consiglio Bce va a unirsi la minaccia di veto ungherese sull’intero programma legato all’emergenza Covid, in caso non venisse stralciato il vincolo di condizionalità all’erogazione di aiuti legato in questo caso al rispetto dello stato di diritto.

Insomma, la strada verso il 10 dicembre appare tutt’altro che sgombra di ostacoli. E questi ultimi tre grafici mostrano quale potrebbe essere il canarino nella miniera destinato a intossicarsi e tossire fino allo spasimo per annunciare la fine del periodo di grazia per gli spread sovrani. Stando all’ultima rilevazione di Bce ed Eba, infatti, le banche europee sono alla vigilia del raggiungimento del punto massimo di sopportazione degli effetti collaterali dei tassi negativi sui depositi in riferimento alla loro profittabilità.

Bce

Il dato del net interest income sugli assets totali (linea rossa) nel secondo trimestre di quest’anno è infatti crollato a un minimo record, il tutto alla vigilia di un periodo che da qui a fine anno si preannuncia provante per il sistema creditizio, non fosse altro a livello di crescita potenziale delle sofferenze in relazione ai nuovi lockdown in atto.
Bce

E se il secondo grafico ci mostra come proprio il sistema bancario spagnolo sia quello che quest’anno ha pagato lo scotto meggiore a questo trend, il terzo mette in prospettiva il livello ormai insostenibile di doom loop (detenzioni di debito sovrano da parte di banche domestiche) presente nel comparto bancario dei Paesi più indebitati dell’eurozona. Spagna compresa.

Jefferies/Bce/Eba

Se le pressioni rigoriste interne al board Bce e la minaccia ungherese di veto dovessero mandare fuori giri gli spread di quei titoli di Stato, obbligando la Bce a scendere a patti con Germania e frugali pur di intervenire sul mercato secondario, cosa accadrebbe al valore di quelle detenzioni monstre? Come reagirebbero i titoli azionari degli istituti più esposti? Le banche reggerebbero a questa nuova ondata di crisi o al rischio di aumenti di capitale di massa si unirebbe quello di un salvataggio tout court, in stile 2012? Ma, soprattutto, i governi italiano, spagnolo e portoghese potranno ancora permettersi il costo finanziario pratico del loro no apparentemente tutto politico al Mes?

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