L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 novembre 2020

La Fratellanza Musulmana turca è in netta difficoltà, la funzione che deteneva al margine di Euroimbecilandia era di essere un terreno privilegiato per la decolonizzazione delle industrie per il basso salario dato alle maestranze è eliminata dal Grande Reset Occidentale teso a distruggere l'OFFERTA, distruzione di merci, uomini, capitali e mezzi di produzione. La conseguenza è la contrazione netta della crescita e l'obbligo di cambio di strategia nei confronti degli euroimbecilli mantenendo in superficie inalterata la propaganda del ritorno al Grande Impero Ottomano

Turchia
Turchia: incubo economia per Erdogan


27 novembre 2020

A due settimane dalla sua nomina, il neo governatore della Banca centrale turca Naci Agbal è passato dalle parole ai fatti, attuando un significativo aumento del tasso d’interesse dal 10,25% al 15%. Una mossa importante che inverte la politica dei bassi tassi d’interesse perseguita dall'istituzione monetaria nell'ultimo anno e mezzo per stimolare la crescita – come richiesto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan – ma che tuttavia non ha fatto altro che accelerare la svalutazione della lira turca e aumentare l’inflazione, giunta quasi al 12%. Nell'immediato la decisione della Banca centrale ha fatto segnare un apprezzamento del 3% della valuta nazionale, che da gennaio a inizio novembre aveva perso il 30% del suo valore rispetto al dollaro. Se dagli investitori internazionali la mossa è stata infatti vista come il segnale di un cambio di direzione e di un ritorno a una politica monetaria più convenzionale e più indipendente dalla linea presidenziale, resta da vedere se si tratti di una misura che vada oltre l’obiettivo di breve termine della stabilizzazione dei tassi di cambio. 

Cambi al vertice per un’economia in sofferenza

Dopo il terremoto delle scorse settimane, che ha azzerato i vertici economici del Paese, sembra che nella leadership turca ci sia maggiore consapevolezza delle criticità dell’economia e della necessità di intervenire prima che sia troppo tardi. Lotta all’inflazione e riforme economiche e giudiziarie sono di recente diventate il nuovo mantra del presidente Erdoğan per fare della Turchia un Paese più prospero, partendo proprio dalla necessità di rendere il clima interno più attrattivo per gli investimenti internazionali, di cui il Paese ha bisogno. 

Negli ultimi due anni e mezzo la situazione economica del Paese si è fortemente deteriorata e proprio quando stava a fatica cercando di ritornare in carreggiata, dopo la recessione seguita alla crisi valutaria dell’estate del 2018 (dove è dovuto intervenire la Fratellanza Musulmana del Qatar con una pioggia di miliardi di dollari), l’emergenza pandemica ne ha arrestato la ripresa. Nel secondo trimestre del 2020, di fatto nei mesi di chiusura delle principali attività produttive e dei collegamenti internazionali, il Pil turco si è contratto dell’11% rispetto al trimestre precedente, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima una contrazione della crescita del 5% alla fine dell’anno.

È evidente che la politica adottata negli ultimi anni, cioè quella di stimolare la crescita attraverso un ampio accesso al credito favorito da bassi tassi, non solo non ha funzionato ma è stata controproducente. Il tentativo (fallimentare) di sostenere la lira negli ultimi due anni è costato alla Turchia 140 miliardi di dollari di riserve di valuta estera. Anche per questo motivo la gestione dell’ex ministro delle Finanze Berat Albayrak, dimessosi subito dopo la sostituzione del governatore della Banca centrale da parte di Erdoğan, era diventato bersaglio di critiche non solo da parte delle opposizioni ma anche all’interno del partito di governo. Tra i più critici in seno all’Akp sembra che ci fosse proprio Ağbal, suo predecessore all’Economia. 

Il Presidente sa bene che il deterioramento dell’economia potrebbe costare caro alla tenuta politica del suo partito che ha fatto della crescita economica il suo principale cavallo di battaglia. Tuttavia, oggi l’Akp, anche a causa della negativa performance economica, soffre di un calo di consensi ed è affetto da divisioni interne e da fuoriuscite importanti, come quella dell’ex ministro delle Finanze Ali Babacan, che lo scorso marzo ha fondato il Partito Democrazia e Progresso (Deva), e di Ahmet Davutoğlu, ex primo ministro silurato nel 2016, anch'egli a capo di una nuova formazione politica.

La partita per la stabilità politica

La partita economica si lega dunque a doppio filo a quella politica per Erdoğan e il suo partito. Sebbene il prossimo appuntamento elettorale sia previsto per il 2023, l’imperativo sembra essere quello di non perdere ulteriore terreno. Già oggi l’Akp ha bisogno, in seno all’Assemblea nazionale, del sostegno del Partito del Movimento nazionalista di Devlet Bahçeli, non essendo riuscito a ottenere la maggioranza assoluta alle elezioni legislative di giugno 2018, con tutta una serie di implicazioni tanto sulla linea di politica interna quanto sul piano esterno.

Che questo sia un momento non facile per il leader turco, complice in qualche modo dell’uscita di scena del genero Albayrak (in questi anni da più parti considerato il suo erede politico), si evince anche dal ritorno nella retorica presidenziale del discorso “europeista”. Non è la prima volta infatti che nelle fasi di difficoltà, soprattutto a livello economico o nei rapporti con nuovi partner – come la Russia – o per puro calcolo politico, il presidente rievochi l’adesione all’Unione europea (UE) come obiettivo strategico della Turchia, nonostante il processo negoziale sia bloccato da anni e non sussistano i presupposti per rimetterlo in moto. E questo anche quando le relazioni con Bruxelles sono particolarmente tese. 

Nell’ultimo anno l’assertivismo turco nel Mediterraneo, dalla Libia alle contese acque nella parte orientale del Mare nostrum, non ha mancato di provocare forti tensioni con l’UE, intervenuta a sostegno di due dei suoi Stati membri con la minaccia di pesanti sanzioni economiche nei confronti di Ankara se non fosse cessata la sua azione unilaterale di esplorazione gasifera nelle zone economiche esclusive di Cipro e Grecia, che però la Turchia non riconosce. Se la linea del dialogo costruttivo ha prevalso al Consiglio europeo di inizio ottobre, sembra che finora Ankara abbia fatto orecchie da mercante di fronte alle richieste UE. Ma il prossimo summit europeo del 10-11 dicembre è dietro l’angolo così come la minaccia di sanzioni che in questa fase sarebbero un duro colpo per un’economia già in sofferenza.

Sull’altra sponda dell’Atlantico la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane potrebbe aprire uno scenario poco favorevole per il leader turco, che finora ha fatto leva sui buoni rapporti con Donald Trump e sull’amicizia personale tra i rispettivi generi per allontanare il rischio di sanzioni statunitensi. Sanzioni su cui invece preme il Congresso, con sostegno bipartisan, come previsto dal Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA) del 2017 nei confronti di tutti i Paesi che acquistano componenti di difesa dalla Russia. Tempi ancora più duri potrebbero prospettarsi per la Turchia se i campanelli d’allarme rimarranno inascoltati.

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