L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 novembre 2020

«La “miseria” del Mezzogiorno era “inspiegabile” storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’Unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno […], cioè che il Nord concretamente era una “piovra” che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale.

Mieli e Augias, le vere cause della “Questione meridionale”? Meglio archiviarle

-11 Novembre 2020


Nella puntata di “Quante storie”, andata in onda venerdì scorso su Rai 3, Paolo Mieli presentando il suo nuovo libro, La terapia dell’oblio. Contro gli eccessi della memoria, ha spiegato che le ritrovate verità – ancora sconosciute ai più – sul Risorgimento e sulla “Questione meridionale” vanno accantonate e archiviate. In contraddizione con quanto da lui stesso dichiarato qualche anno fa (si veda il video: https://www.youtube.com/watch?v=B8RtXDItMhU) e scritto in altre sue precedenti pubblicazioni, Mieli esprimeva tale sua nuova posizione rifacendosi a quanto detto anche da Corrado Augias in una precedente puntata della stessa trasmissione. Infatti, nel filmato rimandato in onda durante l’intervista a Mieli, Augias citava il filosofo e scrittore francese del XIX secolo Joseph Ernest Renan, sposandone il concetto di “elogio dell’oblio” secondo cui, in taluni casi, per il bene di una nazione, bisognerebbe dimenticare i fatti storici di violenza e sopraffazione che hanno portato alla formazione della nazione stessa. Invero, scrive Renan sulla questione[1]: «L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità». La cosa non deve tuttavia destare meraviglia: il pensiero di Renan fioriva, infatti, in un contesto storico in cui era del tutto naturale reinventare il passato per favorire la creazione di una nazione. Non a caso, la sua fu l’epoca che sarà in seguito definita della “invenzione della tradizione”. Epoca in cui, ricorrendo a miti ben lontani dal rigoroso lavoro degli storici, si tendeva non solo a glorificare il passato della propria nazione, ma a consacrare la stessa superiorità della civiltà europea. Il colonialismo e l’imperialismo, inaugurati all’alba del XVI secolo, avevano infatti progressivamente alimentato quel “complesso di superiorità” europeo, sfociato in seguito nel razzismo “scientifico” del XVIII secolo. Ciò portò alla maturazione, nell’Ottocento, di opere organiche e articolate, come il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, del diplomatico e filosofo francese Arthur de Gobineau che, investite di apparente dignità scientifica, consolidavano teorie sulla superiorità razziale che conquistarono numerosi adepti, fra i quali Wagner, Nietzsche e Adolf Hitler. Lo stesso Renan, cui Augias fa riferimento, fu teorico della razza ariana. Il contemporaneo insigne filosofo francese, Alain Finkielkraut[2], riguardo al pensiero di Renan, scrive: «Tra Renan e noi c’è stato il Novecento, ossia le guerre industriali, la morte di massa, i campi, il razzismo sterminatore. […] Il passato che siamo tenuti, da un’ingiunzione, a non abbandonare all’oblio (o agli archivi) non è né un passato di gloria, di eroismo, di grandi cose, né un passato di sacrifici e di sofferenze; è un passato semplicemente inassumibile. […] Non si tratta più, quindi, di far valere l’eredità indivisa, ma di farne seriamente e severamente l’inventario. […] All’intento di proseguire il romanzo nazionale succede la volontà di svelarne la faccia sinistra al fine di staccarsi, una volta per tutte, da una storia fertile di soluzioni finali. […] Non è la fedeltà alle origini che si esercita sotto il nome di memoria; è la vigilanza critica. […] Renan faceva opera di definizione per i suoi compatrioti: concettualizzava il loro essere. Siamo all’incrocio delle strade: il compito che incombe su di noi non è dire, ma scegliere ciò che siamo, finché c’è tempo, con piena cognizione di causa». L’equilibrio fra memoria e oblio di cui parlava Renan è entrato in crisi da un pezzo, subentrando ad esso il divieto più assoluto di dimenticare. Le presunzioni che davano licenza di inventare, ricordare o dimenticare a piacimento il passato – quali figlie di una sublimata iper-confidenza nei crescenti, mirabolanti avanzamenti delle nazioni occidentali – si sono disvelate in tutto il drammatico fallimento dei piccoli e grandi deliri di onnipotenza del secolo trascorso.

Nel filmato, Augias inalveava il discorso sull’elogio dell’oblio applicandolo al caso italiano della “Questione meridionale”. In particolare, affermava: «Noi sappiamo che abbiamo in questo Paese una secolare “Questione meridionale”, tra l’altro rinfocolata da una risorgente pubblicistica neoborbonica, la quale dice che il Piemonte compì un’operazione d’invasione, sfruttamento e depauperamento di quelle zone [del Sud]. Io non voglio discutere la verosimiglianza di questa tesi, dico solo che essendo questa una questione che non è stata mai risolta, neanche a livello concettuale, fino ad oggi, forse sarebbe bene che venisse accantonata come memoria, per guardare soltanto all’avvenire. L’elogio della memoria va bene, ma in certi casi bisognerebbe anche fare l’elogio dell’oblio». È evidente che ad Augias sfugga madornalmente che le ragioni della mancata estinzione della “Questione meridionale” risiedono, paradossalmente, proprio nella negata conoscenza della sua reale genesi. Forse, a tale proposito, nulla risulta più eloquente delle parole di Antonio Gramsci, il quale scrisse[3]: «La “miseria” del Mezzogiorno era “inspiegabile” storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’Unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno […], cioè che il Nord concretamente era una “piovra” che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. Il popolano dell’Alta Italia pensava invece che, se il Mezzogiorno non progrediva dopo essere stato liberato dalle pastoie che allo sviluppo moderno opponeva il regime borbonico, ciò significava che le cause della miseria non erano esterne, da ricercarsi nelle condizioni economico-politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale […]. [Pertanto] non rimaneva che una spiegazione, l’incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica. Queste opinioni […] furono consolidate, e addirittura teorizzate, dai sociologi del positivismo […], assumendo la forza di “verità scientifica” in un tempo di superstizione della scienza». Tali idee poi furono scientificamente diffuse «in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione» [4] e nacque così l’errata convinzione che «il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia […]. Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito Socialista diede il suo crisma a tutta la letteratura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi, ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta essa si ammantava dei colori socialisti, pretendeva essere la scienza del proletariato».4 

Se, dunque, il Sud era per sua natura irredimibile, a poco o nulla sarebbero servite le risorse concessegli: esse avrebbero finito per alimentare, per lo più, solo sprechi. Meglio ridurle, allora, al minimo indispensabile. Non trovò così alcuna difficoltà la legittimazione di tutta una serie di politiche economiche e finanziarie – fra cui anche la prassi di imporre al Sud tasse considerevolmente più onerose e una spesa pubblica notevolmente più bassa di quella del Nord – che misero il Mezzogiorno nella condizione di non poter esercitare più alcuna concorrenza nei confronti del Nord. E, per giunta, nella convinzione generalizzata che, viceversa, fosse proprio il Sud a beneficiare delle condizioni più vantaggiose garantite dallo Stato.

La maggior parte poi di tali politiche e dette diffuse convinzioni permangono ancora oggi: è inquietante constatare come da uno studio scientifico del sociologo veneziano Stefano Cristante[5] il Sud risulti, ancora oggi, sistematicamente trattato dai mass media italiani con modalità del tutto equivalenti a quelle descritte da Gramsci. E così, solo in termini di spesa pubblica pro capite, si concede al Sud molto meno che al Nord. Soltanto nell’ultimo periodo (2000-2017), come emerso nel 32° Rapporto Italia, ogni cittadino del Centro-Nord ha beneficiato, in media, di una spesa pubblica di ben 3.482 euro l’anno in più rispetto a ciascun abitante del Mezzogiorno.

Inoltre, il modello di sviluppo italiano che, come dimostrato da Unicredit e dalla Banca d’Italia[6] è ancora quello imposto all’indomani dell’Unità, vede il Sud ridotto a piazza di smercio dei prodotti del Nord – il Nord vende al Sud il triplo di quello che riesce a vendere in tutt’Europa – implicando, di conseguenza, un impoverimento ininterrotto delle regioni meridionali: la Calabria, ad esempio, perde per questo il 31% del proprio Pil ogni anno; la Campania il 20%; la Basilicata il 23% e così via. Il risultato è che tutti gli sforzi del Sud per dar vita a una propria imprenditoria competitiva finiscono per essere vanificati; sforzi oltremisura strenui, quando non addirittura eroici, e dall’operosità paradossalmente maggiore rispetto a quella del Nord (si veda: https://www.leurispes.it/parassiti-al-sud-in-realta-il-mezzogiorno-e-piu-operoso-ed-eroico-del-nord/). 

Cambiare una situazione del genere implicherebbe una seria promozione dell’economia meridionale, analogamente a quanto intrapreso fra le due Germanie il cui divario, come evidenziato dalla rivista britannica The Economist[7], era molto maggiore di quello esistente tra Nord e Sud Italia. Un’operazione del genere, secondo esperti autorevolissimi (quali Curzio, Fortis[8], Sales[9], Giannola, eccetera), oltre a rappresentare la vera soluzione della “Questione meridionale”, porrebbe l’economia italiana in condizioni di superare quella francese e tedesca, proiettandola fra le più competitive del mondo. Ma, a tale riguardo, sarebbe necessaria una vera rivoluzione copernicana nella mentalità dei politici. Una rivoluzione possibile solo grazie alla presa di coscienza per intero della verità, consegnata agli italiani una volta per tutte; verità su cosa ha davvero causato la “Questione meridionale” e continua a impedirne l’estinzione.

Per Augias e Mieli, tuttavia, è inutile conoscere tutto questo; anzi, se conosciuto va dimenticato o archiviato. In altre parole, dovremmo rinunciare all’unico modo che abbiamo di risolvere la “Questione meridionale”. E così, la presenza sui giornali e sulle reti televisive di dibattiti a senso unico, come quello della suddetta puntata di “Quante storie” (e dell’altra in essa riproposta), non fanno che offrirneb le sue pregresse ferite interiori. E per farlo deve poterle guardare in faccia; deve fare i conti con esse, «portando alla coscienza l’oscurità interiore». Non a caso, scrisse ancora Jung[14]: «Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia». 

[1] Renan, E., Che cos’è una nazione?, Donzelli Editore, Roma 2004.
[2] Finkielkraut, A., Che cos’è la Francia?, Spirali, Milano 2007.
[3] Gramsci, A., Il Risorgimento, Editori riuniti, Roma 1996.
[4] Gramsci, A., (A cura di: Pastore, G.), Alcuni temi della questione meridionale, Erreci Edizioni, Roma 2014.
[5] Cremonesini, V. – Cristante, S., La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo, Mimesis, Milano 2015.
[6] De Bonis, R. – Rotondi, Z. – Savona, P., Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane, Editori Laterza, Bari 2010.
[7] AA.VV., “Italy’s regional divide. A tale of two economies. As the north limps ahead, the south swoons”, in The Economist, Maggio 2015.
[8] Curzio Quadrio, A. – Fortis, M., L’economia reale nel Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna 2014.
[9] Sales, I., Napoli non è Berlino. Ascesa e declino di Bassolino e del sogno di riscatto del Sud, Dalai Editore, Milano 2012.
[10] Santayana, G., The life of reason: or the phases of human progress – Introduction and reason in common sense, Archibald Constable & Co. ltd, Londra 1906.
[11] Renan, E., Che cos’è una nazione?, Donzelli Editore, Roma 2004.
[12] Ibidem
[13] Jung, C. G., Alchemical Studies. The Philosophical Tree. Volume 13 of the Collected Works of Carl Gustav Jung, Princeton University Press, Princeton 1967.
[14] Jung, C. G., Letters, University Press, Princeton 1973.

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