L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 10 novembre 2020

La politica deve essere al servizio della persona umana ma non lo è. Il covid/lockdown/coprifuoco è strumento del Grande Reset per distruggere uomini, capitali, merci e mezzi di produzione. La politica è arena inconciliabile del sopruso e del più forte per far ingoiare ai deboli la loro prepotenza, e mantenere per sempre l'ineguaglianza sociale del vivere comune

La Casa Bianca (AFP or licensors)


Stati Uniti, dopo il voto la sfida dell’unità
Gli Stati Uniti alla prova della riconciliazione dopo le elezioni presidenziali più divisive della storia recente del Paese. Da Lincoln a Papa Francesco, il richiamo al valore dell’unità nelle diversità, condizione imprescindibile per la costruzione del bene comune e del progresso della società.

Alessandro Gisotti
9 novembre 2020

“Una casa divisa contro se stessa non può reggersi in piedi”. Il 16 giugno del 1858, Abraham Lincoln, all’epoca candidato al Senato, pronunciava questa frase, ispirata dal Vangelo di Marco (3,25), in un discorso volto a sottolineare come la giovane democrazia americana non avrebbe potuto reggersi in piedi con metà degli Stati che permettevano la schiavitù. Quel discorso del futuro presidente degli Stati Uniti, citato innumerevoli volte nell’ultimo secolo e mezzo, resta un monito sempre attuale per il popolo americano che fin dal suo stemma, scelto dai Padri Fondatori, si richiama al principio dell’unità: E pluribus unum.

Proprio l’unità, che “è superiore al conflitto” per dirla con Evangelii Gaudium, viene fortemente evocata in questo momento dopo le elezioni presidenziali americane più divisive e polarizzanti della storia recente del Paese. “Ora è il momento per i nostri leader di ritrovarsi in uno spirito di unità”, ha affermato il presidente dei vescovi USA, l’arcivescovo di Los Angeles José H. Gomez, in un messaggio di congratulazioni al presidente eletto Joe Biden e alla vice-presidente eletta Kamala Harris. Del resto, in modo pressoché unanime, i media americani pongono il tema della riconciliazione nazionale come la sfida più urgente (assieme al Covid-19 e alla conseguente crisi economica) che, dal 20 gennaio prossimo, dovrà affrontare l’inquilino della Casa Bianca.

Significativamente, il 30 giugno scorso, Papa Francesco si soffermava proprio sulla questione dell’unità in un messaggio alla Catholic Press Association, l’associazione dei media cattolici nordamericani. “E pluribus unum, l’ideale dell’unità in mezzo alla diversità, nel motto degli Stati Uniti – osservava il Pontefice – deve ispirare anche il servizio che offrite al bene comune. Questo bisogno è ancora più urgente oggi, in un’epoca caratterizzata da conflitti e polarizzazioni da cui non sembra essere immune neppure la comunità cattolica. Abbiamo bisogno di media capaci di costruire ponti, difendere la vita e abbattere i muri, visibili e invisibili, che impediscono il dialogo sincero e la vera comunicazione tra le persone e le comunità”. Parole dedicate ai mezzi di comunicazione, ma estendibili anche ad altri ambiti della società americana.

Certo, unità per il Papa non significa uniformità. Anche in questo contesto particolare, ci viene in aiuto l’immagine del poliedro che, nella visione di Francesco, “riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”. Modello tanto più valido per una nazione che fin dalla nascita si presenta plurale: multietnica, multiculturale e multireligiosa. Tale ricerca di unità - corroborata dall’amicizia sociale per riprendere “Fratelli tutti” - non è tuttavia fine a se stessa, ma tesa verso la promozione del bene della persona e della comunità. Un binomio, quest’ultimo, che era al nocciolo del discorso di Francesco al Congresso degli Stati Uniti (la prima volta di un Papa a Capitol Hill), avvenuto il 24 settembre del 2015.

“Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana – era il suo monito in quell’occasione – ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza. Politica è, invece, espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua vita sociale”. Rivolgendosi poi direttamente ai deputati e ai senatori americani, il Papa affermava: “Non sottovaluto le difficoltà che questo comporta, ma vi incoraggio in questo sforzo”. Un’esortazione che oggi, in un passaggio così delicato per la storia degli Stati Uniti, riecheggia ancora più forte.

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