L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 novembre 2020

Le Strategie di Euroimbecilandia a trazione tedesca si delineano, via agli armamenti. L'Italia dovrebbe, ma non lo farà, mantenere/avere la Strategia del Mare Nostrum che non sono gli interessi degli euroimbecilli. Si comincia a delineare i motivi non solo economici ma strategici del Brexit

Ecco cosa sta architettando la Germania per un’Europa sempre più tedesca

31 ottobre 2020


I progetti della Germania per l’Europa nell’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

In Germania hanno tratto il dado. E che dado! Basta con le decisioni prese all’unanimità dai 27 paesi dell’Unione europea. Basta con un sistema di voto che rende l’Europa sempre più debole sulle questioni strategiche a livello globale, un vaso di coccio tra Usa e Cina. Se finora questo indirizzo circolava sottovoce in alcuni centri studi tedeschi, ora sono i politici di peso a dirlo chiaro e tondo. Settimana scorsa, rivela l’autorevole German Foreign Policy, Florian Hahn, esponente della Cdu, nonché portavoce per la politica europea del partito di Angela Merkel al Bundestag (il Parlamento tedesco), ha chiesto che in materia di «politica estera e di sicurezza» l’Ue passi a un sistema di voto a maggioranza.«Il principio dell’unanimità», sostiene Hahn, «sta raggiungendo i suoi limiti e mostra tutte le debolezze dell’Unione europea quando si tratta di imporsi come attore serio nella politica e sulle questioni geo-strategiche globali». Anche il governo tedesco, chiosa la rivista, sostiene da tempo la stessa linea, sia pure in modo molto felpato. Se pensate che questo nuovo indirizzo della Germania sia stato causato dai recenti dissidi dei paesi Ue sul Recovery Fund, siete fuori strada. Tutto è iniziato nel 2014 a Monaco di Baviera, dove si tenne l’annuale conferenza sulla sicurezza. In quella occasione, l’allora presidente della repubblica federale Joachim Gauck, il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (e l’allora ministro della Difesa, Ursula Von der Leyen, si pronunciarono concordi a favore di una politica globale più aggressiva. Dunque, una svolta che vedeva in piena sintonia i rappresentanti dei due maggiori partiti tedeschi, Von der Leyen per la Cdu e Steinmeier per la Spd, con l’appoggio del presidente Gauck, pastore protestante e politico indipendente, a cui nel 2017 è subentrato proprio Steinmeier come presidente federale.

Gli esperti del settore sicurezza definirono quella svolta Muenchner Konsens, Consenso di Monaco. E le conseguenze politiche non tardarono a manifestarsi: la Germania iniziò ad aumentare le spese militari nazionali, tanto che l’attuale capo della Conferenza sulla sicurezza, Wolfgang Ischinger, ha osservato che dal 2014 ad oggi la Germania ha aumentato il budget militare del 40%, e intende aumentarlo ancora di più in futuro. Una maggiore spesa militare che non corrisponde agli inviti di Donald Trump per una maggiore copertura tedesca delle spese Nato, bensì a una strategia politica fortemente nazionale ed europea. Sì, anche europea: dettaglio importante, chiave di volta dell’intera strategia.

Gli esperti che lavorano dietro le quinte della Conferenza di Monaco sulla sicurezza, un think-thank di politica estera e militare piuttosto influente sulle scelte del governo, in un recente documento giudicano insufficiente quanto è stato fatto finora. Di fronte all’escalation dei conflitti fra le potenze globali, specie fra Usa e Cina, «la Germania si trova di fronte a una scelta di portata storica: se continua semplicemente la sua politica estera e militare, si trasformerà insieme all’Ue in un’appendice eurasiatica, dominata da altre potenze. L’attuale passaggio epocale nella politica mondiale (l’ascesa della Cina e il conseguente declino degli Stati Uniti, nonché l’aspra lotta di potere tra loro), richiede che l’Europa prenda il proprio destino nelle sue mani e rafforzi con energia la sua politica mondiale«.

Una svolta imposta dai fatti, commenta German Foreig Policy, visto che Berlino e l’Ue hanno in gran parte fallito nei piani per ottenere il controllo della cintura di Stati intorno all’Europa, dal Nord Africa al Medio Oriente fino all’Ucraina. Giudizio confermato da Josep Borrel, commissario Ue per gli Affari esteri: «Il nostro vicinato, dalla Libia alla Bielorussia, nel corso degli ultimi anni è stato travolto dalle fiamme. Per questo è urgente intensificare gli sforzi dell’Ue su scala globale». Un invito che in Germania spalanca una porta aperta, come conferma il documento della Conferenza di Monaco, che propone «un approccio pianificato e sistematico».

In sintesi: «Per rendere l’Europa capace di agire, la Germania deve prima definire i propri interessi strategici a livello nazionale. Poi dovrebbe consolidare il suo ruolo di leadership all’interno dell’Ue, in quanto maggiore stato membro dell’Unione. Solo se la Germania si farà carico del suo ruolo di leader, l’Europa sarà in grado di agire in modo sovrano in tutti i settori della politica estera e della sicurezza«. Ciò servirà «per affrontare le minacce globali, come il riscaldamento del pianeta, le migrazioni e le pandemie, ma anche per competere nel campo dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie strategiche». La strategia di un’Europa a due velocità non poteva essere più chiara.

Ma perché ciò sia possibile, occorre «un rafforzamento delle strutture decisionali dell’Ue». Da qui la proposta del voto a maggioranza nell’Unione europea, lanciata da Florian Hahn davanti al Bundestag. E se a Bruxelles dovessero opporsi, scrive German Foreign Policy, «le richieste di soluzioni alternative si fanno sempre più forti». La più recente l’ha lanciata il presidente dell’Accademia federale per la sicurezza, Ekkehard Brose, che propone «una coalizione dei volonterosi» all’interno dell’Ue, «una Kerneuropa in grado di agire», vale a dire un nocciolo di paesi d’accordo con la Germania nell’intervenire «caso per caso su questioni di politica estera e militare».

Linea condivisa da Theo Sommer, ex capo-staff della pianificazione al ministero della Difesa, editorialista del settimanale Die Zeit. «Se necessario, sarà una Kerneuropa ad andare avanti a Germania ha tratto il dado. E l’Italia? Entrerà nel nocciolo militare dei paesi amici della Germania, o starà fuori? Che a deciderlo possa essere il governo dei banchi a rotelle e dei monopattini, sembra una barzelletta. Purtroppo, è la triste realtà.

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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