L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 novembre 2020

L’unica riforma valida del Mes è quella che lo avvii verso una ordinata liquidazione, facendo tornare nelle casse del Tesoro 14 miliardi di capitale versato

Le verità di Munchau sul Mes

29 novembre 2020


Che cosa ha scritto sul Mes (e non solo sul Mes) l’editorialista, già al Financial Times per 17 anni fino a due mesi fa, Wolfgang Munchau, sul sito Eurointelligence.com.

Fortunatamente siamo troppo giovani per ricordarci di Radio Londra, e non abbiamo mai ascoltato il famoso “Colonnello Buonasera”, Harold Stevens che, durante l’ultimo periodo bellico, diffondeva notizie in contrasto con la propaganda fascista.

Allo stesso modo, quasi 80 anni dopo, fortunatamente non siamo in guerra, almeno quella combattuta con bombe e fucili, ma dobbiamo ugualmente rifarci alla stampa estera per leggere in modo chiaro e senza giri di parole, cosa c’è dietro alla riforma del Mes.

Illuminante, a questo proposito, quanto scritto venerdì dal prestigioso editorialista, già al Financial Times per 17 anni fino a due mesi fa, Wolfgang Münchau sul sito Eurointelligence.com: prima o poi ci ritroveremo il Patto di Stabilità ed il Fiscal Compact di nuovo in vigore e con la Bce che, nella migliore delle ipotesi, non effettuerà acquisti aggiuntivi ma rinnoverà solo i titoli in scadenza. Cosa penseranno i mercati di un Paese costretto a ridurre il debito/PIL al livello pre Covid entro il 2031, come pianifica il Governo, al ritmo di 2,5% all'anno, dal 160 al 135%? Per non parlare del 5% all'anno per 20 anni, come richiesto dal Fiscal Compact, che richiede di ridurre il debito/PIL eccedente il 60% in ragione di un ventesimo all'anno. Non è difficile rivedere roteare la rivoltella dello spread nelle mani del Commissario Ue di turno.

Dopo questa premessa, Munchau descrive il ruolo del Mes “riformato” in questo scenario futuro:

“Il significato sottinteso di questi sforzi è stato quello di preparare il terreno per la ristrutturazione del debito italiano, senza affermarlo esplicitamente”, commenta Munchau, che aggiunge: “Il governo italiano lo sa ed ha ritardato il più possibile la riforma del Mes sfruttando divergenze sull'unione bancaria. Un programma (di aggiustamento macroeconomico) del Mes sarebbe un anatema in Italia, ma è il momento che si apra una discussione sincera su questo tema spinoso”.

Munchau mette a nudo la scusa della “logica di pacchetto”, dietro cui il Presidente Giuseppe Conte si è trincerato dal Consiglio Europeo del 21 giugno 2019. Essa ha ormai perso ogni credibilità, sia nell’opinione pubblica che in Parlamento: il Mes viaggia da solo, il bilancio per la convergenza e la competitività è stato abbandonato per fare posto al Next Generation UE (che però è un’iniziativa temporanea e straordinaria) ed il completamento dell’Unione Bancaria è perso nelle nebbie di Bruxelles. E, soprattutto, evidenzia il vero ruolo del Mes: è uno strumento per rendere gestibile in modo ordinato una ristrutturazione del debito pubblico. Puramente e semplicemente. E produce danni per il solo fatto di esistere perché facilita una profezia autoavverante (richiamata dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco nel novembre 2019), ben riassunta dalla legge di Murphy: se qualcosa può andare storto, lo farà. E pure nel momento peggiore, aggiungiamo noi.

“La discussione sincera” auspicata da Munchau è purtroppo una chimera: in Italia siamo costretti ad ascoltare interventi che magnificano la riforma del Mes perché costituirebbe un prestito-paracadute di 68 miliardi a favore del Fondo di risoluzione delle crisi bancarie, che dovrebbe raggiungere a breve una dotazione di 60 miliardi.

Nessuno che aggiunga che, se saltasse una banca importante, arriverebbe uno tsunami al cui confronto il Fondo di risoluzione sembrerebbe schiuma sulla battigia. L’Italia ha già dato, tra 2010 e 2012, prestando circa 58 miliardi (tra prestiti diretti e garanzie) finiti, via Grecia, a salvare le banche franco-tedesche.

L’unica riforma valida del Mes è quella che lo avvii verso una ordinata liquidazione, facendo tornare nelle casse del Tesoro 14 miliardi di capitale versato.

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