L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 novembre 2020

Mentre il mondo guarda al Covid, la Cina lavora per superare gli Stati Uniti e diventare la più grande potenza economica mondiale

Rcep, la Cina a un passo dal primato economico mondiale

27 novembre 2020
DI ELENA SCUDIERI

Xi Jinping dà scacco alla politica di trade war americana e guarda già ad Africa ed Europa. E per le aziende del Vecchio Continente si aprono ottime possibilità

Mentre il mondo guarda al Covid, la Cina lavora per superare gli Stati Uniti e diventare la più grande potenza economica mondiale. Proprio nei giorni in cui in America infuriavano le polemiche sul voto presidenziale, Pechino ha infatti siglato un maxi accordo commerciale, denominato Regional Comprehensive Economic Partnership, creando di fatto un blocco regionale che copre circa un terzo della produzione economica globale e include 14 delle economie più grandi e vivaci dell’Asia-Pacifico, dal Giappone alla Corea del Sud, passando per Australia e Nuova Zelanda, fino ai dieci Stati dell’Asean. Non solo. A pochi giorni dalla firma della Rcep, Xi Jinping già pianifica nuove visite a Seul e Tokyo, apre all’ipotesi di un ingresso nella Trans-Pacific Partnership, promosso da Obama e bloccato da Trump, e promuove una nuova Free Trade Zone in Africa.
Pechino caput mundi

“Negli ultimi 20 anni il ruolo di Pechino nel commercio globale è cambiato completamente; nel 2001 la Cina è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio ed oggi è l’economia con i maggiori volumi di export (2.5 mila miliardi di dollari nel 2019) e il leader del commercio per transazioni totali (4.57 mila miliardi di dollari nel 2019)”, osserva Lorenzo Riccardi, economista del Belt Road Institute della Shanghai University, secondo cui da questa posizione Xi Jinping contrasta la politica di trade war americana.

D’altra parte, gli accordi di libero scambio sono da anni parte importante della strategia di Pechino, che già aveva Free Trade Agreement firmati o in negoziazione con tutti i Paesi dell’accordo. “Anche per la Trans-Pacific Partnership, che aggiungerebbe le economie di Cile, Perù, Canada e Messico, in realtà la Cina ha già accordi di libero scambio con Cile e Perù e un FTA under consideration con Canada, che nelle Americhe si uniscono all’accordo con Costa Rica e alla negoziazione in essere con Panama”, fa notare l’economista

Nel mirino di Xi Jinping anche Africa ed Europa. Pechino sta infatti promuovendo, come spiega Riccardi, la creazione di una Free Trade Zone continentale tra i membri dell’Unione Africana e il ministro degli Esteri Wang Yi ha confermato proprio a novembre 2020 l’impegno di Pechino nel finanziare il progetto, mentre da tempo si discute di usare la valuta cinese nel continente. Nel Vecchio Continente, la Cina ha FTA in essere con Svizzera e Islanda e negozia nuovi accordi con Norvegia e Moldavia, oltre al EU-China Comprehensive Agreement on Investment.

“Ma di certo è in Asia-Pacifico che si giocano le strategie future – precisa l’economista -: questa mega regione è la più estesa per territorio e numero di Paesi (60) e con 4,53 miliardi di persone rappresenta il 60% della popolazione mondiale. Oltre ai 14 paesi che si uniscono alla Cina con Rcep e all’India che è candidata membro, Pechino ha già Free Trade Agreement firmati con Georgia, Maldive e Pakistan, in negoziazione con Paesi del Golfo, Sri Lanka, Israele, Palestina e Cambogia e in valutazione con Fiji, Nepal, Papua Nuova Guinea, Bangladesh e Mongolia”.

“Prima della pandemia la Cina cresceva al 6,1%, l’Asia-Pacifico al 4,5% e il mondo al 2,9%, dopo l’emergenza sanitaria si prevede sarà di nuovo il Far East il motore dello sviluppo – conclude Riccardi -. Con la Dual Circulation, Pechino promuove mercato interno e sviluppo estero; con gli accordi di libero scambio, contrasta ogni guerra sui dazi e utilizza la nuova mega Free Trade Zone d’Oriente per accelerare il proprio ruolo di leader globale”.
Le contromosse degli Usa

C’è da scommettere dunque che Pechino costituirà la prima sfida del neo-presidente statunitense, Joe Biden, quando si tratterà di formulare le politiche commerciali della sua amministrazione. “La Cina è un agguerrito concorrente degli Stati Uniti nel campo della tecnologia e si appresta a esserlo anche sui mercati finanziari”, avverte Alessandro Tentori, cio di Axa Im Italia, secondo cui il mercato delle riserve valutarie è, in questo senso, esemplare. Il 63% di tutte le riserve è infatti denominato in dollari, lasciando un 20% all’euro e gli spiccioli ad altre valute: un’allocazione che stride con una realtà economica che vede invece la Cina al primo posto in termini di Pil espresso in potere di acquisto in dollari (19% del Pil mondiale, contro il 15% degli Usa).

“Faccio quindi fatica a pensare che l’amministrazione Biden sia disposta a mettere in gioco il monopolio valutario statunitense senza una adeguata controparte strategica – riflette Tentori -. Il pensiero va a una controparte commerciale, ma anche qui gli strateghi di Pechino sono stati bravi a sfruttare prima il vuoto lasciato dalla politica di ‘America First’ e poi il periodo di transizione Trump/Biden per firmare il più grande accordo commerciale al mondo, Rcep”.
L’occasione dell’Europa

Insomma, la Rcep aumenta senza dubbio la pressione su Biden per approfondire l’impegno commerciale del Paese nella regione Asia-Pacifico, ma avrà ovviamente ripercussioni su tutto il mondo, Europa compresa. Secondo Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity, il Vecchio Continente potrebbe beneficiare del maxi accordo cinese, in quanto piattaforma regionale che consente alle imprese Ue di diversificare la catena delle forniture, mantenendo aperto l’accesso sia ai Paesi Rcep sia al mercato americano, riducendo il contempo il rischio geopolitico legato all’internazionalizzazione.

“In questo contesto, vediamo una potenziale rivalutazione delle società europee – assicura Zimmerman – dato che è ragionevole aspettarsi la fine del processo di deglobalizzazione delle supply-chain cinesi, causata dallo scontro con gli Stati Uniti. Inoltre, l’ulteriore crescita della classe media asiatica si trasformerà in un aumento della domanda per i prodotti europei di qualità”.

L’accordo Rcep copre infatti il 30% dell’economia globale, con 26,2 triliardi di dollari, e il 30% della popolazione mondiale, con oltre 2,2 miliardi di consumatori, e l’eliminazione delle tariffe all’interno del blocco commerciale dovrebbe toccare il 90% delle merci scambiate. Per il gestore gli effetti di queste riduzioni tariffarie saranno naturalmente meno importanti all’interno della zona Asean, ma nel contesto della Rcep aumenterà il flusso di investimenti diretti verso questi Paesi come si era già parzialmente verificato a seguito della trade war con gli Usa.

I dazi saranno invece azzerati tra Giappone, Corea del Sud e Cina e questo metterà sotto pressione le aziende domestiche cinesi e comporterà sicuramente un aumento delle importazioni per Pechino, secondo Zimmermann. Quest’ultima, forte della sua importanza all’interno del gruppo, beneficerà della maggiore integrazione della regione nella nuova Via della Seta, promossa dal governo cinese. La regolamentazione di tematiche di crescente rilevanza negli scambi commerciali, come diritti d’autore, e-commerce e servizi finanziari, sono altri fattori che rendono questo patto attrattivo.

“Già prima di questo accordo l’Asia era il motore principale della crescita globale. La regione ha gestito la pandemia in maniera più efficace del resto del mondo e la ripresa sta avanzando, come mostrano gli ultimi dati sulla produzione industriale e gli indici Pmi e prevediamo un’accelerazione degli investimenti diretti verso il sud-est asiatico, non soltanto a livello regionale, ma anche da parte di Europa e Stati Uniti”, conclude il gestore.

Nessun commento:

Posta un commento