L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 novembre 2020

Mentre l'Occidente è preso nella morsa covid/lockdown/coprifuoco per distruggere l'OFFERTA, la Cina prosegue imperterrita la sua strada e macina profitti. Due mondi con filosofie completamente opposte

La Cina consolida la ripresa: l'industria torna a macinare profitti

Continua sostenuta la ripresa del mercato auto in Cina, una dinamica che spinge la produzione di Toyota ai massimi livelli di sempre in ottobre. L'accelerazione, per il secondo mese di fila, equivale a un rialzo del 9% a poco più di 845.000 veicoli


27/11/2020

Pechino - La Cina conferma la resilienza sanitaria ed economica alla seconda ondata di Covid-19 nel mondo e mette a segno un balzo dei profitti delle imprese industriali mentre la domanda di auto del costruttore giapponese Toyota fa segnare al gruppo nipponico un incremento record della produzione ad ottobre. I profitti segnati nel paese del Dragone dalle società industriali sono saliti del 28,2% annuo a ottobre, a 642,91 miliardi di yuan (quasi 100 miliardi di dollari), al passo più rapido degli ultimi nove anni circa, a conferma appunto della ripresa economica in fase di consolidamento dopo la crisi dei primi mesi del 2020 a causa del propagarsi della pandemia.

Nei primi 10 mesi del 2020, ha riferito l'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, il trend è tornato positivo crescendo dello 0,7%, a 5.010 miliardi di yuan (circa 760 miliardi di dollari), dopo il -2,4% relativo al periodo compreso tra gennaio e settembre. I profitti delle aziende del settore privato hanno avuto un aumento dell'1,1%, contro il -7,5% accusato invece da quelle a controllo pubblico.

Continua sostenuta la ripresa del mercato auto in Cina, una dinamica che spinge la produzione di Toyota ai massimi livelli di sempre in ottobre. L'accelerazione, per il secondo mese di fila, equivale a un rialzo del 9% a poco più di 845.000 veicoli, dopo il più 11,7% di settembre. Sul fronte domestico l'output cresce del 12% con un totale di 309.582 autovetture, trainata dalla domanda del modello Harrier, la cui linea è stata appena aggiornata. Le vendite a livello globale sono cresciute dell'8,3% a 847.713 unità, comunica Toyota, anche in questo caso si tratta di un record, grazie al buon andamento della controllata Lexus in Cina, il principale mercato delle quattro ruote al mondo.
La prima casa auto nipponica ha detto che la ripresa della produzione sta registrando ritmi superiori alle aspettative, ma che il suo progresso dipenderà dall'evoluzione della pandemia del coronavirus e quindi occorre comunque mostrare una certa cautela. Intanto lo scontro diplomatico-commerciale tra Cina e Australia si arricchisce di un altro capitolo: il ministero del Commercio di Pechino ha annunciato l'imposizione, dal 28 novembre, di dazi anti-dumping temporanei tra il 107,1% e il 212,1% sull'import di vino australiano osservando che «vi è un nesso causale tra il dumping e i danni materiali».

Il ministro del Commercio di Canberra, Simon Birmingham, ha definito la mossa ingiustificata esprimendo grave preoccupazione per gli sviluppi dato che il mercato cinese assorbe il 37% dell' intera produzione vinicola australiana.

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