L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 novembre 2020

Mikhail Bogdanov salda la Russia all'Africa

Russia. Vladimir Putin va alla guerra d'Africa

Francesco Palmas sabato 28 novembre 2020

La Russia è ormai senza freni. Commerci con il Continente sono cresciuti in un anno del 900 per cento: il prevalenza si tratta della vendita di armi

Immancabile il Kalashnikov in ogni conflitto africano: truppe etiopia alle porte di Macallè nel Tigrai - Ansa

Mentre l’ultimo lembo d’impero si sgretola ai confini, la Russia riscopre la grandezza di un tempo in Africa. Partita in sordina quindici anni fa, la marcia africana del Cremlino si è fatta inarrestabile. L’anno scorso ha incrementato del 900% le sue esportazioni continentali, eguagliando la Turchia e distanziando gli Usa (+200%), che ammainano la bandiera anche sul piano militare. Traducendo il disinteresse del vertice politico-strategico, l’Us Army ha fuso le sue componenti “Europa”e “Africa”. La seconda ne esce ridimensionata.
È un ritorno al passato, alla situazione antecedente alla nascita dell’Africom. Un azzardo, mentre i rivali geopolitici sono all'arrembaggio. Per bruciare le tappe, Mosca ha sguinzagliato i suoi mastini. Si affida spesso ad aziende dirette da oligarchi con trascorsi africani, come Igor Sechin, presidente di Rosneft, vicinissimo a Putin, coinvolto nei servizi di sicurezza in Angola e in Mozambico negli anni ’80. Rosoboronexport è l’altra scommessa russa: vende armi. In Maghreb non ha rivali. In Africa subsahariana, patisce non poco la concorrenza di Pechino.
Un esempio? Il parco blindato etiope, in azione queste settimane, trabocca di mezzi cinesi, fra lanciarazzi multipli, trasporti truppe e cingolati. La Cina ha approfittato del declino post-sovietico. Ma Mosca sta contrattaccando su tutti i fronti, anche in Etiopia. Se Rosatom vi costruirà la prima megacentrale nucleare, Rosoboronexport ha ripreso a correre. Una mossa dopo l’altra, il colosso russo dell’armamento mantiene stabile il primato. È grazie alla sua dirompenza, che il Cremlino sta avviando forme di cooperazione militare superiori. La crescita è impressionante. Fra il 2010 e il 2017, aveva siglato 7 nuovi accordi di cooperazione militare con partner africani. Negli ultimi tre anni, ne ha firmato più di 20. Ha irretito anche Angola, Guinea, Guinea-Bissau, Mali e Mauritania, allarmando l’Occidente, sospettoso che gli accordi puntino a «ghermire diritti minerari e partenariati energetici».
Mosca coopera sul piano militare con metà Africa. Inquadra truppe, con consiglieri militari, che siedono in consigli di difesa locali. Spessissimo si fa “precedere” da mercenari, attivissimi in Centrafrica, in Mozambico, in Sudan, in Mali e in Libia. Altre volte è più raffinata. Nominato nel 2014, l’inviato speciale di Putin per l’Africa, Mikhail Bogdanov, è stato in missione ufficiale pan-continentale più di 50 volte. Con ottimi risultati. Ha un rapporto speciale con Igor Gromyko, ambasciatore russo in Mali. Gromyko è stato uno dei primi diplomatici stranieri ad essere ricevuto dalla nuova giunta al potere a Bamako, subito dopo il golpe di agosto. Nelle piazze del Paese, si inneggia ormai al ruolo salvifico della Russia e alla defenestrazione della Francia. Bogdanov sta corteggiando anche il presidente ciadiano e si è incontrato più volte con i rappresentanti governativi per discutere di un accordo di partenariato tecnico-militare, in un momento in cui a Parigi si fa insistente la voce di un taglio imminente dell’operazione militare nel Sahel (non hanno soldi). Già privato dell’influenza del franco Cfa, Macron è sempre più alle strette anche in Centrafrica. Gli “agenti” del Cremlino hanno pervaso l’apparato statale del Paese. Valeri Zakharov è consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Touadéra. È un ex agente dell’intelligence russa, riciclatosi poi con Evgenij Prigozhin, proprietario principale del Gruppo Wagner.
Guarda caso, i contractor di Sewa Security Service (Sss), paravento del Wagner Group, sono i pretoriani di Touadéra. L’intesa Mosca-Bangui è talmente cordiale che, un anno fa, Marie-Noëlle Koyara, ministro della Difesa, ha accennato alla possibilità di installare una base militare russa nel Paese. Mosca fa tutto alla luce del sole: Touadéra e il premier Firmin Ngrebada erano a Mosca, per il compleanno di Putin, a ottobre. Vanno spesso in Russia. Stanno ricevendo molte armi, anche in vista del voto di dicembre e della guerra controinsurrezionale. Per un alto responsabile Onu, «i russi si stanno stabilendo in Centrafrica per creare un duplice asse d’influenza, a nord, attraverso il Sudan e, a sud, verso l’Angola».
Cominciano a cogliere i frutti. L’11 novembre, hanno strappato a Khartum un preaccordo per la concessione della base navale di Port Sudan nel Mar Rosso: un enorme successo geopolitico, che proietterà la rinascente Eskadra mediterranea verso l’Oceano Indiano e il Golfo Persico, estromettendo definitivamente la Turchia da Suakin. La vendetta di Putin per l’incursione del “sultano” Erdogan nel Caucaso russo.

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