L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 novembre 2020

Si nega che il complottismo il negazionismo è il prodotto ideologico di questa società


27 novembre 2020


Oggi che l’utopia di Bacone – comandare alla natura
nella prassi – si è realizzata su scala tellurica, diventa
palese l’essenza della costrizione che egli imputava
alla natura non dominata. Era il dominio stesso. […]
Di fronte a questa possibilità l’illuminismo al servizio
del presente si trasforma nell’inganno totale delle masse.
M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo.

Scrive Antonello Sciacchitano (da Il soggetto collettivo, Facebook):
«Ideologia come patologia sociale. Il negazionista non solo nega di appartenere a una comunità ma nega la comunità stessa. Chi rifiuta la vaccinazione indebolisce non tanto sé stesso ma il soggetto collettivo. Il vaiolo è stato estirpato dal vaccino di Jenner (1798). Tetano, difterite, morbillo e polio sono morbi tenuti sotto controllo, purtroppo non estirpati, dai rispettivi vaccini. Non vaccinarsi significa promuovere gli agenti morbosi collettivi in nome della libertà individuale che verrebbe coartata da chi ha il potere di proporre le vaccinazioni. La vera patologia sociale non è il virus, è l’ideologia».

Personalmente trovo sommamente ideologica questa posizione di Sciacchitano, perché essa a mio avviso non coglie la radice sociale del problema sollevato e si concentra piuttosto su un fenomeno (il cosiddetto “negazionismo”) che si spiega benissimo con il carattere irrazionale della presente società. La società capitalistica è radicalmente irrazionale in questo preciso significato: il risultato del processo sociale globalmente considerato si dà alle spalle degli individui, “a loro insaputa”, per usare il gergo giornalistico, post festum, per dirla “filosoficamente”; e il più delle volte il bel risultato collettivo si erge minacciosamente sopra la nostra testa come una «potenza estranea e ostile» (Marx). È questa potenza sociale che «coarta» la nostra «libertà individuale» e che conferisce un preciso status storico e sociale al «soggetto collettivo».

La scienza dei nostri capitalistici tempi collabora con zelo al mantenimento e al rafforzamento di questa pessima (disumana, illiberale) condizione, e ciò ovviamente senza che la comunità degli scienziati ne abbia la minima consapevolezza: lo fa, ma non lo sa. In ottima buonafede lo scienziato giura sul carattere socialmente e politicamente “neutro” della prassi scientifica, e vede solo il lato pieno del bicchiere (il vaccino che ci salverà!), mentre l’altro lato (la società che ha creato il problema cui cerca di far fronte) egli non lo vede, ovvero non gli appare di sua pertinenza professionale. «Maledetto specialismo!», avrebbe detto l’aristocratico Nietzsche.

È insomma la stessa prassi sociale capitalistica che ci si dà in guisa di ideologia, appunto perché il mondo che viene fuori dalla molteplice e multiforme attività collettiva appare capovolto, rovesciato: il prodotto domina il produttore, la Cosa sussume sotto la sua irriducibile oggettività il soggetto, che pure la produce; il lavoro morto piega alla sua cadaverica esistenza il lavoro vivo. Parlare di «comunità» in astratto, prescindendo da ciò che ne costituisce l’essenza (il rapporto sociale di produzione della vita “materiale” e “spirituale” degli uomini), significa impedirsi l’accesso a una critica davvero radicale della realtà.

«La vera patologia» è dunque, e sempre a mio modestissimo avviso, questa società, il cui impalpabile (“astratto”) rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (degli uomini e della natura) ne rappresenta l’autentico fondamento (il vero dato “strutturale”); è questa società che ci espone sempre di nuovo a sofferenze e a rischi d’ogni genere, e che, nella fattispecie, ha trasformato un virus in una devastante crisi sociale – non semplicemente sanitaria, e questo già nel suo momento genetico: vedi distruzione degli ecosistemi, commercio del guano di pipistrello (come possibile causa immediata dell’epidemia tra le tante altre cause candidate), globalizzazione dei traffici, “economizzazione” della spesa sanitaria, e quant’altro ha moltissimo a che fare con l’economia, in particolare, e con la prassi sociale in generale, e pochissimo con la “nuda natura”.

È questa società che ci dichiara guerra giorno dopo giorno, che “complotta” in mille modi contro la nostra salute, la nostra serenità, la nostra libertà, la nostra umanità. Niente «oscure trame repressive», niente «affari loschi»: è il processo sociale capitalistico, bellezza! Che sulla sofferenza e la paura di milioni di persone fioriscano profitti da capogiro (certamente, alludo anche al vaccino e ai tanti dispositivi sanitari che possono proteggerci dalla malattia), occorre darlo per scontato, se non si vuol fare, appunto, dell’ideologia. Mi rendo conto: quello che configuro è un “complotto” che di certo non può suscitare alcun fascino presso il complottista, il quale è alla continua e smaniosa ricerca di facili capri espiatori su cui poter scaricare, “qui e subito”, il proprio disagio sociale/esistenziale.

Ho il sospetto, un sospetto che non tocca minimamente Sciacchitano (i cui scritti "psicoanalitici" peraltro apprezzo da diverso tempo), che molte persone provano gusto a sparare contro la Croce Rossa che trasporta a sirene spiegate “complottisti” e “negazionisti” d’ogni sorta (figli legittimi di questa società irrazionale, esattamente come chi scrive, e forse anche come chi legge), perché tali persone pensano che questo intelligente passatempo le faccia apparire come sommamente razionali, informati sui fatti (compreso sul circolo vizioso dentro cui si crogiolano e si avvitano i negacomplottisti), “acculturati” e, soprattutto, “responsabili e maturi” nei confronti della comunità: «Il singolo non può mettere a repentaglio la salute del corpo sociale!»

Personalmente non provo alcun piacere nello sport del tiro al (facilissimo) bersaglio: il mio obiettivo polemico principale non è il “negazionista”, né il “complottista”, verso i quali peraltro nutro da sempre una fortissima antipatia personale, pur considerandoli un buon oggetto di studio nell’ambito della ricerca sociale: vedi alla voce psicologia di massa. Ma come si fa a non capire che fenomeni come il “complottismo” e il “negazionismo” hanno a che fare con il completo fallimento di questa società? E qui parlo di fallimento mettendomi dal punto di vista di chi coltiva illusioni di qualche tipo su questa pessima società.

Rinvio al PDF (Il Virus e la nudità del Dominio) che raccoglie i miei post dedicati alla rognosissima (per non dire altro) “problematica virale”.

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