L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 novembre 2020

Tutti possono vedere il dito e non la luna, non ci si aspetta certamente dalla cultura militare che l'abbaglio continui per sempre

IL VACCINO ANTI-CORONAVIRUS È UNA QUESTIONE GEOPOLITICA ENORME


(di David Rossi)
25/11/20 

Perché parlate così spesso - e da un punto di vista più sociopolitico che medico - del coronavirus su un giornale che si occupa di Difesa e di Geopolitica? Chi ragiona così fa come quelli che sostenevano che l’alimentazione delle mucche non c’entrasse niente con la salute del consumatore di carne. Poi, ci siamo ritrovati col morbo della mucca pazza e molti si sono resi conto di aver sottovalutato la questione, comportandosi come gli scemi del villaggio (globale). Per questo, insisto nel mettere i piedi sul tavolo e a parlare di coronavirus, anche perché mi pare una questione non da poco, proprio per la sicurezza del nostro Paese. Sì, perché in queste settimane gli Italiani stanno discutendo - e dividendosi - se andare in sei o in dieci al cenone di Natale, protestano perché non saranno riaperti gli impianti da sci. Sono polemiche utili a distrarre un’opinione pubblica che tratta la pandemia come una partita di calcio.

Prima di tutto, con 500-1.000 morti al giorno nel nostro Paese, dove il sistema sanitario si sta comportando come in Messico e in Brasile in termini di vittime, non riusciamo proprio a pensare ad altro che a rimpinzarci la sera di Natale?

A proposito, non siamo noi gli stessi che si lamentano che non ci sono i soldi? Ecco, risparmiamo un po’: magari facciamo arrivare del cibo o dei regali a chi sta davvero male e si deve rivolgere alla Caritas per sopravvivere, invece che pensare solo al sollazzo di una sera.

Poi, circa le settimane bianche… A parte il fatto che la vicina Francia ha annunciato il perdurare della loro chiusura fino a gennaio… non ci rendiamo conto che stiamo parlando di riaprire quegli impianti dove, lo scorso marzo si è verificata una diffusione massiccia del COVID-19 in Lombardia, Svizzera e Austria?

Mentre ci accaloriamo per lo slittino tenuto in garage, ce ne freghiamo altamente del fatto che decine di milioni di Italiani, a partire da me che vi scrivo, non hanno ricevuto il vaccino influenzale, anche se appartengono a categorie per le quali sarebbe necessario. Già, la politica preferisce che si parli della pastiera e degli ski-lift, invece che di uno scandalo enorme, che getta un’ombra sinistra sulla distribuzione dei vaccini anti-COVID il prossimo gennaio. Voglio dire: non sono stati capaci, fra Governo e Regioni, di farci avere le trenta milioni di dosi di vaccino antinfluenzale promesse. Possiamo fidarci che sapranno distribuire tre milioni di dosi dell’altro e ben più necessario?

In conclusione - e per non tediarvi oltre - faccio alcune domande: leggetele, rifletteteci un po’, poi tornatevene, se ne avrete voglia, alla lettura degli articoli sul cenone in sei e sulle piste da sci deserte:
  • Esattamente, quante dosi abbiamo ordinato da ciascuna delle case farmaceutiche? I contratti sono classificati o possiamo chiederne almeno un estratto? Faccio notare che per ordinare 3,4 milioni di dosi da Pfizer ci vuole un assegno da quasi cento milioni, che non sono un’enormità… ma nemmeno robetta da trascurare.
  • Come funzionerà la supply chain dei vaccini? Per chi non mastica inglese, come saranno gestiti in modo tale che non vadano a male, dato che - soprattutto quello americano - sono facilmente deperibili.
  • Come funzionerà l’ultimo miglio, con la distribuzione a chi ci somministrerà il vaccino? Saranno i medici di famiglia? Se sì, con quali garanzie di sicurezza?
  • Dovremo fare il test per assicurarci di non essere positivi prima di ricevere il vaccino? Se sì, questa è una complicazione importante, dal punto di vista logistico e operativo: stanno lavorando per risolverla?
  • Potremo leggere degli estratti delle pubblicazioni scientifiche con i dati delle sperimentazioni o dovremo accontentarci dei comunicati stampa? La pubblicazione sulle grandi riviste serve per garantire la falsificazione di dati incoerenti, se ce ne sono.
  • Ma soprattutto… quali categorie saranno per certo vaccinate?
Mentre leggete questo articolo, tenete presente che la Germania ha già identificato 60 centri per la somministrazione del vaccino e che molte compagnie aeree e governi sono orientati a chiudere le frontiere a quelli che non saranno stati vaccinati. Insomma, un ritardo nei vaccini può avere effetti devastanti, non solo per il pericolo di una terza ondata fra febbraio e marzo, ma anche per il cordone sanitario che verrà steso attorno ai viaggiatori non vaccinati o alle destinazioni dove il coronavirus circola endemicamente.

Ora capite perché è una questione geopolitica importante? Ecco, pensate a questo invece che al cenone…

Foto: U.S. Air Force

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