L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 25 novembre 2020

Tutto come previsto l'OFFERTA viene distrutta la manifattura e le costruzioni perdono 125 miliardi. Il covid/lockdown/coprifuoco funziona perfettamente

IL COSTO DELLA CRISI/ In 9 mesi persi 123 mld da manifattura e costruzioni

Pubblicazione: 25.11.2020 - Enrico Quintavalle

L’effetto della crisi da Covid sull’economia italiana è stato e continua a essere molto forte. Le imprese soffrono e si perdono posti di lavoro

Lapresse

L’analisi dei dati macroeconomici e congiunturali evidenza effetti della crisi di straordinaria intensità sull’economia italiana e sul sistema delle imprese. Nel contesto dell’ondata autunnale dei contagi, le ultime previsioni per l’Italia della Commissione europea, pubblicate lo scorso 5 novembre, evidenziano per quest’anno un calo del Pil del 9,9% e un rimbalzo del +4,1% nel prossimo anno; nel 2021 il Pil italiano rimarrà al di sotto del 6,2% rispetto al livello pre-crisi del 2019 e l’Italia e la Spagna risulteranno i due Paesi maggiormente colpiti dalla recessione causata dall’epidemia di Covid-19.


Il sistema è imbrigliato da un eccesso di risparmio: nei primi nove mesi del 2020 i depositi di famiglie e imprese sono saliti di 109,1 miliardi di euro, quasi il doppio dell’incremento di 58,8 miliardi di euro nello stesso periodo dell’anno precedente (ci penserà la prossima imminente inflazione a mangiarseli).

Le componenti della domanda aggregata più colpite sono gli investimenti ed export. Nel secondo trimestre del 2020 il volume annualizzato degli investimenti in macchinari ritorna ai livelli di tre anni prima; mentre le esportazioni manifatturiere, nei primi nove mesi del 2020, scendono del 11,6%, pari a 40,9 miliardi di euro in meno.

Sempre nei primi nove mesi dell’anno la produzione manifatturiera si è ridotta del 14,9%, mentre quella delle costruzioni è scesa dell’11,5%: nel complesso manifattura e costruzioni registrano un calo del valore della produzione di 123,2 miliardi di euro.

Tra gennaio e settembre 2020 il volume delle vendite al dettaglio è diminuito del 7,2%, con un’accentuazione marcata per quelle di prodotti non alimentari, che registrano un calo del 13,6%. Nei primi sei mesi del 2020 il fatturato dei servizi ha ceduto il 17%.

Sul mercato del lavoro, tra febbraio e settembre 2020 l’occupazione registra un calo di 329 mila unità. La recessione del 2020 si sta scaricando, come nelle precedenti crisi, sulla componente più giovane del mercato del lavoro: la quasi totalità (95%) della flessione è determinata dal calo di 313 mila occupati under 35. Cali più intensi degli occupati si osservano per le donne e nelle regioni del Mezzogiorno.

Il calo dei ricavi sta determinando tensioni straordinarie sulla finanza aziendale. A fronte delle richieste di moratoria sui prestiti e delle garanzie sui finanziamenti del Fondo di Garanzia, i prestiti alle imprese segnano un aumento del 6,9%. Dopo molti anni, è tornato in territorio positivo anche il trend dei prestiti alle piccole imprese (+2,6% a giugno 2020). Il maggiore credito, però, non sta sostenendo la domanda di investimento delle imprese, ma viene utilizzato sopperire alla minore liquidità derivante del crollo dei ricavi, determinando un maggiore costo e un impatto negativo sul valore aggiunto.

La demografia di impresa sta evidenziando una caduta delle iscrizioni, mentre le cessazioni potrebbero aumentare in modo significativo nel corso del 2021: secondo le valutazioni del panel di esperti di Confartigianato raccolte a ottobre nell’ultima rilevazione dell’Osservatorio Credito Covid-19, entro la fine dell’anno il 21% delle imprese sarà soggetta a rischi operativi e avrà difficoltà nel proseguire l’attività.

L’accentuazione delle restrizioni alle attività economiche e alla mobilità a seguito del Dpcm dello scorso 3 novembre è estesa sul territorio: nelle otto regioni in area rossa si concentra il 46,2% della popolazione, il 48,1% del Pil, viene prodotto il 52% del made in Italy e si concentra il 50% del turismo invernale. Restrizioni prolungate nel mese di dicembre amplificherebbero l’effetto recessivo, considerando che le vendite al dettaglio di prodotti non alimentari del mese delle spese di Natale risultano superiori del 40,3% alla media degli altri undici mesi dell’anno, divario che sale al 48,3% per i prodotti di abbigliamento.

La politica economica, anche in questa fase difficile, deve guardare lontano. Per rilanciare l’economia italiana serve una politica fiscale espansiva che, per contenere il rapporto debito/Pil, deve massimizzare il tasso di crescita, focalizzando le risorse a favore degli investimenti privati e pubblici; questi ultimi negli ultimi dieci anni hanno registrato un crollo del 29,9%. Un basso profilo della crescita non porterebbe in sicurezza il rapporto debito/Pil e, al termine del programma di acquisiti della Bce, dopo l’impegno delle risorse di Next Generation Eu e la disattivazione della clausola di salvaguardia generale del Patto di Stabilità e Crescita, aumenterebbe il rischio di una nuova crisi del debito, molto più grave di quella scoppiata nel 2011. La crescita del debito pubblico è senza precedenti e nel 2020 tale posta salirà al 158% del Pil, in prossimità del massimo storico dall’Unità d’Italia. Solo nei primi nove mesi del 2020 il debito della Pa è salito di 172,6 miliardi di euro, alla velocità – impressionante – di 7.293 euro al secondo.

Per garantire una vitale accelerazione della crescita dell’economia italiana, vanno migliorate le condizioni di competitività delle imprese, migliorando l’efficienza dei servizi erogati dalla Pubblica amministrazione. L’Italia è al 58° posto nel mondo per facilità di fare impresa, al 23° posto tra i 27 paesi dell’Unione europea. In ambito europeo l’Italia si colloca al 5° posto per pressione fiscale ma precipita al 26° posto per la qualità dei servizi pubblici.

Il nostro Paese scende al 128° posto nel mondo per complessità e tempi necessari alle imprese per pagare le imposte, al 122° posto per la risoluzione di una disputa commerciale, al 119° posto per l’ottenimento di credito e al 97° posto per le licenze edilizie, mentre i prezzi dell’energia elettrica pagati dalle piccole imprese italiane sono del 22,2% superiori alla media Ue a 27 e per consumi inferiori a 20 MWh il costo dell’elettricità è il più elevato di tutta l’Unione.

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