L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 novembre 2020

Un governo pagliaccio, una politica inconcludente succube solo al covid/lockdown/coprifuoco

Il governo confessa che le misure anti crisi sono poco efficaci

27 novembre 2020


Nel bel mezzo di una crisi economica di gravità senza precedenti in tempo di pace, il governo ammette “un miglioramento del quadro di finanza pubblica” senza fare una piega. Come se fosse un fatto virtuoso. È invece la clamorosa confessione della parziale inefficacia delle misure varate nei mesi precedenti. Il commento di Giuseppe Liturri

Con una schiacciante maggioranza, grazie al voto anche di tutto il centro-destra, ieri Camera e Senato hanno dato il via libera al quarto scostamento di bilancio per 8 miliardi (dopo i primi tre pari a complessivi 100 miliardi da marzo ad oggi).

Servirà a coprire il fabbisogno finanziario previsto da un nuovo decreto legge, che vedrà presumibilmente la luce tra domenica e lunedì, finalizzato ad alleggerire il carico fiscale su tutte le imprese con un significativo calo del fatturato tra 2020 e 2019.

Quindi tutto bene? Tutti felici all’insegna della ritrovata concordia tra maggioranza ed opposizione accomunate dalla difesa dell’economia del nostro Paese e con la benedizione del Capo dello Stato? Parrebbe di sì. Ma le ombre non mancano, soprattutto guardando indietro ed osservando cosa ne è stato dei 100 miliardi di maggiore scostamento votati nei mesi precedenti.

E la risposta la si legge testualmente nella relazione che il Governo ha presentato al Parlamento qualche giorno fa, per ottenere l’autorizzazione allo scostamento, resa necessaria dalla Legge 243 del 2012.

Qui il governo candidamente ammette che qualcosa (parecchio) è andato storto nel fluire dei 100 miliardi dalle casse dello Stato a quelle delle imprese. Così facendo conferma quanto avevamo sospettato nei mesi scorsi, osservando l’andamento non particolarmente esaltante delle emissioni di titoli pubblici da parte del Tesoro e la liquidità su livelli record giacente sul conto presso Bankitalia.

Il governo dice sostanzialmente che ha trovato i soldi per finanziare il decreto “Ristori” (137) e “Ristori bis” (149) grazie “agli spazi di indebitamento che si erano resi disponibili a seguito del minore utilizzo rilevato di alcune misure disposte dagli interventi adottati in maggio ed agosto”.

Aggiunge che “gli ultimi dati di monitoraggio disponibili indicano un ulteriore miglioramento del quadro di finanza pubblica per l’anno in corso. In particolare per quanto riguarda le spese, le informazioni […] indicano valori di spesa più contenuti, rispetto a quanto previsto, soprattutto per consumi intermedi, altre uscite correnti e redditi. […] Come effetto complessivo di tali modifiche, la stima dell’indebitamento netto per l’anno 2020 è rivista in miglioramento al 10,4% del PIL”.

Parole che lasciano sgomenti. Nel bel mezzo di una crisi economica di gravità senza precedenti in tempo di pace, il governo ammette “un miglioramento del quadro di finanza pubblica” senza fare una piega. Come se fosse un fatto virtuoso. È invece la clamorosa confessione della parziale inefficacia delle misure varate nei mesi precedenti.

La misura dello sforzo del governo e l’efficacia della sua azione è proprio fornita dal saldo dei conti pubblici e non è un bello spettacolo leggerli in miglioramento rispetto alle previsioni. Significa che gli italiani hanno versato più tasse e hanno ricevuto meno aiuti.

È come se un medico, davanti al malato moribondo, si vantasse di aver somministrato meno farmaci.

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