L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 dicembre 2020

2 - Ebrei sionisti e statunitensi pronti a lanciare a gennaio 2021 missili atomici umanitari all'Iran. Già è stato deciso

Così si gioca la guerra psicologica tra Usa e Iran

Di Emanuele Rossi | 31/12/2020 - 


I media dipingono la tensione in Medio Oriente. Fughe di notizie, dichiarazioni, retroscena escono come pressing psicologico sugli avversari. Ecco come le informazioni filtrate alla stampa servono per inviare messaggi

Tutti i principali media americani, dal New York Times al Washington Post, Politico o Fox News, da qualche ora hanno in home page un articolo che racconta la missione di 30 ore con cui due Fortezze Volanti B-52 hanno viaggiato per i cieli del Medio Oriente partendo dalla Minot Air Base in North Dakota. Ognuno di quegli articoli riporta almeno un virgolettato di qualche funzionario del governo americano che spiega più o meno discretamente il motivo dell’esercitazione — ossia rendere chiara all’Iran la capacità operativa con cui gli Usa riescono in poco tempo a proiettare la forza (a potenziale nucleare) ovunque, secondo quella strategia che il Pentagono chiama “dynamic force employment”. E poi tutti gli articoli sottolineano l’alta tensione che c’è in Medio Oriente, dove si teme che le fazioni più aggressive dei Pasdaran e le varie milizie collegate, in Iraq o in Libano, possano compiere attacchi contro gli americani (o, in largo, gli interessi occidentali) per vendicare il primo anniversario dell’uccisione del generale Qassem Soleimani — eroe epico dei miliziani, che aveva contribuito a formare, eliminato da un raid aereo statunitense il 3 gennaio a Baghdad.

“Un alto funzionario militare ha detto che sono stati rilevati nuovi avvertimenti, un segno che potenziali (attacchi complessi) contro gli americani si stanno preparando mentre incombe l’anniversario di un anno dall’uccisione degli Stati Uniti del più potente generale iraniano”, dice Fox News: “La portata di tale pianificazione e la complessità degli attacchi che sono previsti sono qualcosa che ha sicuramente attirato la nostra attenzione”, continua quando svela il contenuto di alcune informazioni di intelligence raccolte. In questi giorni, soprattutto sopra sull’Iraq, c’è una fitta rete di osservazione composta da aerei con o senza pilota che raccolgono indizi di ogni genere — e si presume che gli agenti a terra lavorino altrettanto alacremente.

La mente scorre indietro di un anno esatto: alla fine del 2019 ci trovavamo in condizioni simili, con gli Stati Uniti che temevano che uno dei punti in cui un “attacco complesso” sarebbe potuto arrivare era l’ambasciata Baghdad: dodici mesi dopo la preoccupazione è la stessa. “Gli analisti dell’intelligence americana negli ultimi giorni affermano di aver rilevato difese aeree iraniane, forze marittime e altre unità di sicurezza in allerta”, scrive il New York Times. “L’ufficiale statunitense (uno di quelli che hanno parlato, ndr) ha detto che l’Iran potrebbe avere gli occhi sugli obiettivi economici, notando l’attacco missilistico e con droni del settembre 2019 agli impianti di lavorazione del petrolio saudita”, aggiunge Politico, che segnala: “L’ufficiale ha citato indicazioni secondo cui di recente sono state spostate armi avanzate dall’Iran all’Iraq e che i leader delle milizie sciite in Iraq potrebbero aver incontrato ufficiali della forza iraniana Quds, precedentemente comandata da Soleimani”.

La stessa palla rotola sul campo del Washington Post, dove un “alto funzionario della difesa degli Stati Uniti dice ai giornalisti che i leader delle milizie irachene sostenute dall’Iran si sono incontrati con i leader della Forza Quds e una ‘discreta quantità di armi convenzionali avanzate’ è passata oltre il confine dall’Iran all’Iraq”. Sono tutte informazioni note e raccolta in questi giorni tesi, a cui adesso però viene data forma ufficiale, e spinte da un barrage mediatico che ha anche il sapore di una guerra psicologica per scongiurare tutti — per primi i comandanti iraniani, poi i capi miliziani — a non compiere operazioni scoordinate.

Ieri il generale che comanda l’aviazione israeliana ha detto che “il Medio Oriente è esplosivo”, accusando per questo chiaramente l’Iran. Anche Israele è della partita, esattamente come lo scorso anno. Quattro giorni fa, un giornale kuwaitiano che l’intelligence israeliana usa per far uscire informazioni — anche con l’intento di creare pressione psicologica sui rivali (come dire: sappiamo questo, vi osserviamo mentre fate quest’altro) — ha scritto di aver appreso da “fonti ben informate all’interno dell’Iran” che l’IRGC (i Pasdaran) ha trasportato missili e droni a corto raggio in Iraq. Secondo quanto riferito, è stato usato il valico di frontiera di Shalamjah, già attenzionato da Israele e Usa perché lineamento che permette i traffici con cui i Pasdaran passano armi sofisticate alle milizie sciite irachene sfruttando il contesto caotico del conflitto siriano (in questi giorni ci sono state diverse operazioni contro questi traffici).

Quando il media kuwaitiano scrive “fonti ben informate all’interno dell’Iran” fa pressing psicologico perché sembra alludere al fatto che Israele – che gli spiffera le informazioni – ha infiltrati all’interno della Repubblica islamica; cosa molto probabile, peraltro con una rete ben solida e operativa, se si considerano i sabotaggi subiti dalle infrastrutture strategiche iraniane questa estate o il recente assassinio di uno scienziato nucleare dei Pasdaran poco fuori Teheran. Il 27 dicembre il portavoce dell’esercito israeliano ha parlato su Elaph, un media saudita che ogni tanto ospita interventi dallo stato ebraico, e ha spiegato che stanno monitorando costantemente tutti i movimenti dall‘Iran e dell’Iran.

Anche questa è psicologia: un media saudita che diffonde dalla voce di un ufficiale israeliano un messaggio severo, e minaccioso, nei confronti della Repubblica islamica – che dunque si trova davanti, nero su bianco, un allineamento perfetto di nemici. Secondo l’iracheno Al Hurra, nei giorni attorno a Natale il generale iraniano Esmail Qaani (quel successore di Soleimani di cui parlano in queste ore gli americani) è stato a Baghdad dove ha incontrato i leader delle milizie Kataib Hezbollah, Kataib Imam Ali e Lega dei Giusti, ai quali avrebbe “chiesto di prepararsi” ad attaccare gli interessi americani se le cose tra Washington e Teheran dovessero precipitare. E pure questa è guerra psicologica. Il ministro degli Esteri iraniano ha scritto su Twitter che secondo le sue informazioni di intelligence gli Stati Uniti stanno cercando di “fabbricare” un falso attacco delle milizie come scusa per colpire la Repubblica islamica. Dalle operazioni psicologiche alla guerra informativa.

(Foto: U.S. Air Force photo by Senior Airman Roslyn Ward)

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