L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 24 dicembre 2020

Allo stato presente c'è un conformismo innaturale

21 Dicembre
La Nazione dei Signorsì
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La retorica dell’italiano indisciplinato non funziona più. Il Covid ha esasperato ciò che siamo da sempre: uno Stato-caserma. L’individualismo dilagante ci ha condotti al conformismo più bieco


Non bastano la crescita lenta ma costante dei contagi, le terapie intensive che pian piano tornano a riempirsi e le camere mortuarie che seguono a ruota, la desertificazione economica che avanza col favore di una politica in catalessi e fa da contorno a quelli che davvero paiono gli ultimi spasmi della fu Italia. Le disgrazie, vuole la saggezza popolare, non vengono mai sole: ecco allora che assieme al Coronavirus torna a diffondersi, altrettanto detestabile e ben più pervicace, la solita narrazione stantìa sugli Italiani popolo di buzzurri refrattari alle regole. Non fosse per loro, egoisti privi d’ogni qualsivoglia senso civico, a quest’ora il morbo sarebbe sconfitto, il tessuto produttivo nazionale risanato, il popolo avviato alla pace e alla concordia; con un po’ di fortuna, dice qualcuno, sarebbe già sopraggiunto il Regno dei Cieli.


La riscossa di certi cittadini a fasi alterne, quelli che per parafrasare Costanzo Preve si scoprono di tanto in tanto lord inglesi catapultati in una bolgia mediterranea contro il proprio volere e che il placarsi del Covid nei mesi estivi aveva, se non proprio messo a tacere, quantomeno quietato, si esplicita in tanti piccoli esercizi di onanismo morale. L’orgasmo, immancabilmente consumato sulla tastiera del PC e così consegnato alla posterità dei social network, è una pantomima retorica declinata sempre allo stesso modo: sarebbe bastato rispettare “tre semplici regolette” – così chiamano in tono di rimprovero, come si rivolgessero a dei bambini, l’imposizione del lebensraum di un metro, dei travestimenti da banditi western, delle mani asettiche – per dar valore al loro sacrificio collettivo, per aiutarli a portare la Croce della responsabilità al posto nostro e così spingere in avanti le magnifiche e progressive sorti della Storia fino a liberare questo Paese dal suo individualismo campanilista e a portarlo verso la luce.

Niente da fare, lamentano; la gente ha scelto Barabba, lo spritz delle 18, la disco, le manifestazioni fascio-ultras-negazioniste, le compere di Natale. E così loro, i Giusti della pandemia, i virtuosi del distanziamento, gli zeloti della mascherina debbono, zavorrati dal peccato di tutti gli altri, rinunciare all’Assunzione e restarsene nel Purgatorio peninsulare.

Nihil novo sub sole, diranno i cinici. L’hobby borghese (nelle intenzioni: a ben guardare lo praticano perlopiù pezzenti incompresi e parvenu) di dare addosso ai connazionali col neanche tanto tacito intento di autoattribuirsi patenti di superiorità e cosmopolitismo – “se solo fossimo come gli abitanti del Paese X, io ci sono stato ed è tutta un’altra storia” – è cosa radicata da tempo in certi ambienti. Posto che lo è a tal punto da essere diventato banale, e per questo ancora più odioso, in circostanze normali passeremmo oltre; quel che c’è da dire sull’argomento è già stato detto da altri.

Ma le attuali, che circostanze normali non sono, aggiungono al fenomeno una dimensione inedita. Se prima certe uscite si potevano derubricare a frutti della frustrazione, ora segnalano il definitivo distacco dalla realtà di chi vi si presta. Gli Italiani rifiutano per natura ordine e disciplina, dicono mentre quegli stessi vituperati Italiani si preparano sì a fare le barricate, ma per restare un’altra volta chiusi in casa dopo aver trascorso mesi ai domiciliari in una nazione addormentatasi democrazia e svegliatasi regime. Nel Mondo Nuovo post-DPCM tutti abbiamo al collo un guinzaglio corto; qualcuno prova a divincolarsi, altri sopportano stoicamente, il grosso lo trova ben comodo e anzi, tra la solita ironia sardonica e malcelata soddisfazione per il possibile ritorno della serrata generale chiede pure il collare a strozzo. Oggi è questa la sola divisione che conta, altro che partiti.

A frotte s’immaginano trepidanti la chiusura prossima, pregustano il rientro nella bolla decadente dell’ozio domestico da documentare rigorosamente a mezzo Internet. Voyeurismo imposto a forza come vuole l’attuale zeitgeist, un peep show sul nulla per allontanare la consapevolezza pressante che si è nulla. Sempre meglio, comunque, di quelli pronti a fare dei balconi di casa dei posti d’osservazione da cui sorvegliare tutto e tutti: spronati dalla narrazione melensa della solita stampa si sentono come la piccola vedetta lombarda ma, grotteschi come sono, somigliano più a dei kapò mancati.

Questi soggetti compongono, dice il Censis, un buon 54% della popolazione: “meglio sudditi che morti”, sentenzia il Centro Studi con un rapporto che già così dovrebbe essere la pietra tombale da apporre sull’immagine quasi lombrosiana d’un Paese di sempliciotti senz’arte, né parte, né leggi. Eppure quell’immagine persiste: perché?
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A voler giocare con un altro abusato stereotipo, si direbbe che abbiamo la memoria corta. Dimenticati i facili entusiasmi patriottici di marzo-aprile, le settimane di cattività in cornice tricolore con sottofondo canoro (quello sì vorremmo scordarlo), si torna alle solite. La verità però è un’altra, più semplice. Tanti, troppi hanno perso il senso della prospettiva e della misura, consumati da una patologia non fisica ma psicologica, magari psichiatrica (a proposito: un terzo degli abitanti avrebbe sviluppato sintomi depressivi come risultato della pandemia, secondo le stime), sicuramente spirituale: quella dell’ego. È l’ego il leitmotiv della catastrofe italiana: dal Primo Ministro in perenne ritardo come un divo di secondo ordine ai semplici cittadini che, adolescenti anagrafici e non solo, pur di far gruppo e di sentirsene parte darebbero via tutto, libertà inclusa.

Non paghi dell’esperienza terrificante imposta a 60 milioni di persone chiedono il bis, scagliandosi imbufaliti – non si può non pensare ad una mandria – contro chi dissente nelle piazze, nei negozi, sui giornali e in Rete, spesso indicando a monito l’insopportabile paragone tra il compatriota e lo straniero. Ironia paradossale, tacciano gli altri di provincialismo e sono provinciali per primi: in tutta Europa si protesta in massa contro le misure adottate da governi d’ogni colore, negli USA, dove su queste cose non si è soliti andare per il sottile, i manifestanti esibiscono fucili al posto dei cartelli; qualcuno, si è venuti a sapere di recente, addirittura progettava il rapimento e forse pure l’assassinio della governatrice pro-lockdown del Michigan, Gretchen Whitmer. Si assegni di corsa la scorta a De Luca prima che l’ennesima moda d’oltreoceano tocchi le patrie sponde.
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Paradossalmente, l’individualismo dilagante ci ha condotti al conformismo più bieco: la tradizione del signorsì, la prassi di stare al gioco perché forse c’è qualcosa da guadagnarci, sono talmente radicate nella nostra mentalità collettiva che anche la più mite opinione discorde ci pare erronea, se non eversiva, a prescindere da qualsiasi suo merito.

Siamo la nazione-caserma di sempre, e come in caserma alla fine siamo lì, pronti ad ubbidire pur tra le imprecazioni: decida ciascuno se è un merito o un demerito, a condizione di risparmiarci le paternali e di dire qualcosa di originale. Tutti gli altri è meglio che facciano silenzio, ché di guai ne abbiamo già a sufficienza.

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