L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 dicembre 2020

assunzione di almeno un milione di giovani nel pubblico impiego, investimento strutturale

Tutte le contraddizioni del professor Giavazzi

21 dicembre 2020

Che cosa convince e che cosa non convince nell’editoriale del Corriere della Sera firmato dall’economista Francesco Giavazzi

Ci avviciniamo sempre con la dovuta deferenza agli articoli del professore bocconiano Francesco Giavazzi e terminiamo quasi sempre la lettura in preda a contrastanti sensazioni: da un lato quella di déjà-vu, dall’altro un misto di stupore ed incredulità per le contraddizioni che ne emergono. Per finire con un senso di scoramento.

Ma andiamo al merito.

Giavazzi fa una fotografia dei danni della crisi economica da Covid: perdita di reddito di dimensioni epocali, disoccupazione crescente, aumento della povertà e della disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

Come se ne esce, secondo lui? La premessa è che: “Per qualche tempo un Paese può far fronte a perdite di reddito stampando moneta, ma questa possibilità prima o poi si esaurisce”.

E qui non possiamo non far notare un salto causale (ma anche logico) di enormi proporzioni con cui si derubrica e semplifica una importante leva di politica economica, cioè la normale (dappertutto nel mondo, tranne che in Eurozona) azione di finanziamento del deficit pubblico con emissione di moneta di banca centrale. “Stampare moneta” non significa gettare banconote dall’elicottero, significa, puramente e semplicemente, finanziare la spesa del settore pubblico acquistando i suoi titoli di debito e tenendoli per sempre in portafoglio. E quella spesa significa PRODURRE REDDITO.

Secondo Giavazzi, anche il Next Generation UE non porterà crescita. Si tratta “di risorse una tantum, non ripetibili”. Non sufficienti a correggere stabilmente il tasso di crescita dell’economia italiana. E su questo si può pure concordare.

Dopo queste due premesse, Giavazzi cala i suoi tre assi che però, citando Rimmel di Francesco De Gregori, si rivelano essere “di un colore solo”.
Innanzitutto dobbiamo far fronte alla caduta della popolazione in età lavorativa. Senza lavoro non si cresce. Oltre che da un riassorbimento della disoccupazione, queste tendenze vanno contrastate con politiche immigratorie lungimiranti e con l’allungamento della vita lavorativa”.

Quindi per il professore, anziché interrogarsi sulle cause che hanno portato milioni di italiani a far decrescere il tasso di natalità, dovremmo “importare” nuovi immigrati e costringere chi già lavora a lavorare fino ad un giorno prima della morte. Evidentemente, Giavazzi non ricorda che gli attuali salari non consentono ad una coppia di giovani di comprare una casa, non ricorda o non conosce l’esercito di precari a partita Iva che arranca ai margini del mercato del lavoro. E, soprattutto, non ricorda le cause che hanno ridotto i giovani in quelle condizioni: la sistematica distruzione della domanda interna del Paese e di consumi ed investimenti pubblici (sua componente fondamentale), un modello di politica economica tutto esportazioni e controllo dei salari e dei prezzi. Risultato, nel mondo della deflazione anche con tassi sotto zero, pochi giovani riescono a pagare un mutuo per comprarsi una casa e metter su famiglia.
“In secondo luogo la produttività”. Qui il Nostro si lancia nei più triti e ritriti luoghi comuni, buoni per qualche convegno affollato di gente che non ha mai messo piede in un’azienda. Il modello è “impresa piccola e/o pubblica brutta, cattiva, sporca, corrotta ed improduttiva”.
La perla è che “industria 4.0 aiuta poiché consente di aggirare la dimensione dell’impresa trasferendo alcune funzioni, ad esempio il controllo di qualità, a valle, ai propri clienti”: ma cosa significa? Tutte le imprese, piccole e grandi hanno il quotidiano giudizio da parte dei clienti. Se Giavazzi visitasse le aziende più spesso, vedrebbe che l’accesso ai benefici di Industria 4.0 (termine comunque generico) non è soggetto ad economie di scala. Anche la micro impresa con 3 dipendenti oggi può migliorare i suoi processi ed i suoi prodotti facendo largo uso dell’information technology. Infine, ha mai provato Giavazzi a misurare la produttività di un’azienda quando il mercato evapora davanti ai propri occhi? Si possono fare tutti gli investimenti di questo mondo, ma lavorare al 30% della capacità produttiva distrugge tutto. Ma bisognerebbe essere entrati in un’azienda per capirlo.
“Nelle imprese pubbliche la produttività è frenata dalla politica che distorce gli incentivi dei manager. L’illusione, che da qualche anno ha ricominciato a diffondersi, che lo «Stato imprenditore» possa aiutare l’efficienza della nostra economia è una delle idee più pericolose in circolazione”. Qui siamo al vecchio mantra del “se so’ magnati tutto, dotto’…’”. Non ci dilunghiamo in stucchevoli analisi su Stato imprenditore Si/No. Qui bisogna constatare che, col settore privato paralizzato dalla paura, in questo momento il ruolo del settore pubblico è fondamentale. La paura di tagliarsi col coltello, non è un buon motivo per smettere di usarlo. Lo Stato può e deve spendere in modo efficiente, secondo criteri di economicità e di allocazione efficiente delle risorse verso destinazioni con ricadute sociali ed economiche molto rilevanti (assunzione di almeno un milione di giovani nel pubblico impiego, investimento strutturale).
“Infine la scuola, perché produttività significa capitale umano prima ancora che capitale fisico. Ci sono ragazze e ragazzi che da dieci mesi non tornano a scuola e ora temono che le aule non riaprano neppure dopo l’Epifania. Proprio da qui bisognerebbe ripartire, destinando le risorse europee (che non a caso hanno il nome di Next Generation EU) in primo luogo alla scuola”.
Qui la contraddizione di Giavazzi esplode. E chi dovrebbe investire nella scuola? Lo Stato che, poche righe prima, è stato dichiarato soggetto che non può spendere in modo efficiente? Siamo davvero senza parole. Chi dovrebbe investire nelle nostre università che cadono a pezzi? Warren Buffet da Wall Street o il governo italiano?
Usiamo i soldi europei per il sistema della pubblica istruzione. Certo! Peccato che il Next Generation UE obblighi a spendere ben il 57% dei fondi a favore di progetti per contrastare il cambiamento climatico (37%) e per la transizione digitale (20%). Le priorità della Germania, ma non quelle del nostro Paese. Ringraziamo Giavazzi per averle evidenziate.

Questa è la qualità delle ricette di chi dovrebbe indicare il sentiero per la ripresa del nostro Paese. Auguri!

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