L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 dicembre 2020

Bitcoin, una moneta-merce che vedi solo al computer

SPY FINANZA/ Bitcoin, l’evoluzione del “marciume” di Wall Street

Pubblicazione: 01.12.2020 - Mauro Bottarelli

Leggendo alcune ultime notizie, il mondo del Bitcoin appare come una Wall Street digitale, virtuale, fantascientifica. Ma marcia come l’originale

Lapresse

Cosa il sottoscritto pensi relativamente a Bitcoin e criptovalute in generale è noto, eviterò di ripetermi. Dietro un tentativo benemerito di svincolo dal regime di valute “fiat” ormai credibili quanto la carta igienica, stante il livello di stamperia globale imposto dai Qe infiniti, di fatto si cela soltanto un’enorme riproposizione del medesimo schema. Per quanto nerd, hacker e compagnia digitale possano essere furbi, intelligenti e digitalmente evoluti, dubito che Wall Street si faccia mettere nel sacco e permetta a Bitcoin di arrivare a 19.000 dollari, se la dinamica non le mostrasse quantomeno un risvolto di interesse diretto e condiviso. Sono sincero: è argomento che tecnicamente non conosco. E che di cui mi interessa ancora meno, semplicemente perché lo ritengo transitorio. E terribilmente poco affidabile. Ma questo non significa che non lo segua. E lo scorso fine settimana, dopo quello rotto dalle Banche centrali che hanno cominciato a parlare apertamente e operativamente di proprie valute virtuali, un altro tabù è stato infranto: Guggenheim Partners, uno dei più grandi gestori al mondo sul reddito fisso, ha reso noto che potrebbe investire un 10% dei 5,3 miliardi di dollari facenti capo al suo Macro Opportunities Fund in bitcoin. Insomma, un player sistemico sta ragionando sul varco del Rubicone di una scommessa da 530 milioni di dollari nel Grayscale Bitcoin Trust.

È solo l’ultimo caso, certo. L’11 agosto scorso, ad esempio, l’azienda quotata di business-intel MicroStrategy investì 250 milioni di dollari in bitcoin: da allora, il suo titolo azionario ha registrato un +120%. E gli esempi si sono moltiplicati nelle ultime settimane, una vera corsa. Parallela, non a caso, con la galoppata inarrestabile della più nota criptovaluta. E la contemporanea caduta degli Dei in cui è incorso il bene rifugio per antonomasia, l’oro. Attenzione, già nel 2017 Bitcoin visse un afflusso di capitale che fece pensare a una vera e propria esplosione, a quote di valutazione stellari. Salvo poi sgonfiarsi come un soufflè. Cosa c’è di diverso questa volta? Ce lo mostra questo grafico, dal quale si evince che rispetto a tre anni fa, il boom in atto non è affatto sostenuto, sospinto e quasi creato ad arte dalla grancassa mediatico-social. Ma dalla paura macro. Tradotto: i flussi che vediamo non sono più retail, ovvero i pionieri della prima ora della rivoluzione cripto, bensì anche smart money. Intesa come grandi investitori singoli, fondi, players istituzionali tentati di andare front-load alla scelta delle Banche centrali rispetto alla valuta digitale. Ma anche hedge funds. E trading algoritmico. Mani forti, insomma.


Perché dunque uno scettico disinteressato alla materia come il sottoscritto ha deciso di trattare l’argomento? Forse in virtù della promessa di non toccare più l’argomento Italia, una scelta che mi sta costando tormento interiore pari a quella – che invece mai farò, sia ben chiaro – di non seguire più il Milan? No, per due ragioni ben più “politiche” e strutturali. La prima ha a che fare con lo strano timing scelto da Guggenheim per annunciare il suo potenziale impegno in Bitcoin: il giorno successivo al tweet di fuoco lanciato da Nouriel Roubini contro la criptovaluta e il suo carattere speculativo. L’economista più trendy e citato a sproposito del mondo, infatti, è uno storico detrattore di Bitcoin. E, giova ricordarlo, degli assets iconoclasti in generale, stante la sua intemerata dell’ottobre 2009 contro chi prevedeva l’esplosione delle valutazioni dell’oro: Non può salire di un altro 20-30% senza che il mondo precipiti in iper-inflazione o un’altra depressione, scrisse. Diciamo che non andò così. Poi, il 13 giugno 2018, l’attacco frontale contro i “gonzi” che si erano fatti abbindolare dalla criptovalute e dal suo rally dell’anno precedente, appunto: La bolla ormai è esplosa e da qui a sei mesi Bitcoin perderà fino all’80%… arriverà molto vicino allo zero. Anche in questo caso, diciamo che è parecchio lontano dallo zero.

Una cosa, però, Nouriel Roubini l’aveva prevista e azzeccata in quello stesso tweet di due anni e mezzo fa: il carattere speculativo di Bitcoin, operante a specchio rispetto alle strategie tanto vituperate di Wall Street. E diede un nome a quel principio: whale, la balena, il grande accumulatore. E lo fece cedendo al turpiloquio, sul finire del suo cinguettio. E oggi? Stessa logica. Ma argomentata decisamente in maniera più dettagliata, tanto da richiedere dodici tweets lo scorso 26 novembre. Di cui vale la pena di dar conto dell’ultimo: Per cui, nel giorno del Ringraziamento non essere un tacchino cog..one e senza testa diventando strumento di whale manipolatrici, bari, truffatori, cialtroni che abbaiano, piattaforme di negoziazioni criminali che operano in front-run e che vogliono solo rubarti la ricchezza e i risparmi. Stai lontano dal letamaio dello shitcoin. Pesantuccio. Soprattutto nella scelta del linguaggio, trattandosi di un economista noto, rispettato, molto mainstream e a cui a Davos dispiegano ai piedi tappeti rossi a profusione.

Perché tanto astio? Solo un’ecumenica volontà di salvare i risparmiatori? E perché, allora, non invitarli ad abbandonare anche piattaforme di negoziazione titoli on-line come Robinhood, visto che di fatto l’intero castello è manipolato dalla liquidità della Fed? O forse quella va bene e Bitcoin no? Piaccia o meno, dopo questa sparata, Guggenheim Group ha rotto gli indugi e comunicato la sua riflessione di investimento. Establishment contro establishment nei riguardi del medesimo argomento, del medesimo asset: cosa c’è sotto, realmente? Di fatto, c’è questo, nulla più e nulla meno del motivo che ha garantito a Bitcoin non solo il raggiungimento della quota record di 19.000 dollari pochi giorni fa e il de-couple storico delle quotazioni dell’oro, ma anche e soprattutto il tonfo seguito a stretto giro di posta. L’accumulazione delle whales, quei pallini verdi più grandi che vedete nel grafico.


Sono dei clusters che si formano quando le whales acquistano tutte Bitcoin a un determinato punto della contrattazione, operando di fatto una sorta di fixing ufficioso attraverso la volontà – comunicata implicitamente alla massa di utenti proprio tramite la magnitudo di accumulazione raggiunta – di non voler vendere nel breve termine. Cosa genera questo? Timore indotto di sbilanciamento fra domanda e offerta, la regola più vecchia e ritrita del mercato. Il cosiddetto corner. Quale la differenza sostanziale rispetto ai rallies del passato, certo non esenti da logiche simili? Che quello attuale, proprio alla luce del morphing vissuto a livello di composizione dei soggetti partecipanti, mostra un trend rialzista nel ciclo dei prezzi decisamente più sostenibile: infatti, ogni cluster riconducibile a whales mostra come i processi di accumulazione di queste ultime siano contemporanei, quasi un accompagnamento fisso, al raggiungimento di livelli di supporto principali da parte di Bitcoin. Perché? Perché con le monete fiat diventate banconote del Monopoli che garantiscono ai mercati direzioni ormai scontate e flip-flip sempre meno interessanti per la smart money, quest’ultima si è lanciata a speculare altrove.

Lo confermano i dati appena resi noti da Santiment, primaria piattaforma di analisi di mercato: l’ammontare di whales riconducibili a Bitcoin e con una detenzione di almeno 10.000 coins è letteralmente esplosa a quota 114 soltanto nei due giorni che seguirono lo sfondamento dei 18.000 dollari di valutazione. Di più, l’ammontare di detentori con almeno 1.000 coins ha appena toccato il massimo storico di 2.449. E non basta ancora. Come riporta Reuters, due vecchie volpi di Wall Street come Stanley Druckenmiller, fondatore dell’hedge fund Duquesne Capital e Rick Rieder, Cfo del reddito fisso presso BlackRock, di colpo di sono tramutati in accaniti cantori delle virtù di Bitcoin, preconizzando aumenti nel breve termine che potrebbero portare a valutazioni cinque volte le attuali.

Insomma, l’esodo dei martiri dei rialzi continui da Qe ha trovato la sua Terra promessa. D’altronde, se sono un banchiere d’affari non voglio condividere il mio campo di gioco con qualche milione di Gordon Gekko in canotta e ciabatte che operano su Robinhood, fosse anche solo per una questione di stile. E cos’è accaduto, nel breve arco temporale di un paio di giorni, quando – sfondata quota record dei 19.000 dollari – tutti si attendevano la rottura del traguardo dei 20.000 e invece Bitcoin ha subìto un drastico e repentino crollo, trascinando con sé l’intero comparto cripto, come mostrano questi grafici?



Lo ha scritto, chiaro e tondo, CoinTelegraph: Il calo improvviso del prezzo si è materializzato in tandem con un grosso deposito di Bitcoin presso le exchanges da parte degli investitori, probabilmente proprio per prendere profitto dalla valutazione ormai ai limiti dal nuovo massimo storico. E questo cosa significa in termini pratici, di trading? Che occorre scappare? A oggi, le pressioni di acquisto appaiono ancora prevalenti, per cui la possibilità di un nuovo approdo in area 20.000 dollari o anche oltre può essere questione di giorni, massimo settimane che si contano sulle dita di una mano, stante l’ormai ritrita e patetica sequela di annunci da parte delle case farmaceutiche nel tentativo di sostenere il vaccine-rally azionario (ieri, puntuale a un’ora e mezza dall’apertura di Wall Street e con i futures in calo, è stato ancora il turno di Moderna con la richiesta di autorizzazione in Usa e Ue).

Non a caso, proprio ieri la criptovaluta per eccellenza ha ripreso la sua marcia, sfondando nuovamente quota 19.000 dollari e arrivando al record assoluto a livello intraday, superando quello precedente proprio risalente al 2017. E sapete in contemporanea con quale avvenimento, tanto per far capire come la natura proxy di Bitcoin si sposi con la propensione speculativa, tramutandola in un oggetto da maneggiare con estrema cautela? La conferma di Janet Yellen alla guida del Tesoro Usa. Cosa pensate che prezzi, implicitamente, un nesso causale simile a livello di mercato, vista anche l’ultima poltrona occupata dalla neo-ministro durante l’amministrazione Obama? Rifletteteci. E poi tornate un attimo alla dinamica che ha sostanziato il crollo di pochi giorni fa.

Il fatto che, una volta cominciati i depositi di Bitcoin sulle exchanges, le principale di queste – OKEx – abbia reintegrato i prelievi e che subito il livello di outflows sia aumentato in direzione di altri wallets o altre Borse, ci mostra la vera realtà in atto: una Wall Street digitale, virtuale, fantascientifica. Ma marcia come l’originale, quantomeno nei suoi trucchetti più vecchi e meramente finalizzati al profitto a breve sul nulla.

Il criptouniverso non è impermeabile alle storture del mercato: ne è l’evoluzione nella carrozzeria ma con gli stessi vizi di malfunzionamento nel motore. E, forse, nei freni. Perché, quindi, quell’intemerata a forte rischio di esposizione a figuracce di un totem come Nouriel Roubini? Forse, dietro alla facciata da nerd, l’intero universo cripto è nulla più che un Matrix del laboratorio di manipolazione fiat da cui si dice di voler fuggire. Non a caso, le Banche centrali si accodano e gli hedge funds ci sguazzano. In parole povere, state attenti.

Nessun commento:

Posta un commento