L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 30 dicembre 2020

Brexit è stato solo un compromesso di facciata ma i giornaloni le televisioni i giornalisti di professione tutti ad osannarlo per poi dimenticarlo il giorno dopo, farlo passare sotto banco perchè è troppo difficile entrare nei meccanismi e far accorgere all'opinione pubblica il quasi nulla del preteso accordo

Brexit-deal. Un compromesso dilatorio

di Gabriele Pastrello
27 dicembre 2020

È stato raggiunto un accordo tra UK e UE. l’UK esce davvero dall’Unione il 1° gennaio 2021. Cosa che non era assolutamente scontata neppure un anno fa’. È difficile capire la sostanza del compromesso raggiunto tra UK e UE. i giornali inglesi filo-Brexit, o magari solo un po’ ‘filo’, dicono che l’accordo è più dal lato dei desideri inglesi che da quello della UE.

D’altra parte sul Guardian c’è un breve resoconto della trattativa nel 2020, che in effetti mostra una decisamente maggiore durezza inglese; nel senso che nella trattativa precedente l’UK con la May aveva ceduto sistematicamente su tutto a incominciare dall’ordine degli argomenti da discutere. E l’aria è cambiata.

Poi ovviamente c’è stata la solita guerra dei nervi fino all’ultimo nanosecondo.

Ma da alcune cose si vede bene che l’UK ha ottenuto un deal senza tariffe né quote per le merci (anche se l’approvazione europea per i parametri di adeguatezza merceologica non è automatica).

Mentre sui servizi finanziari è del tutto indeciso se e quanto l’UE approverà l’equivalenza delle regolazioni inglesi con quelle europee. Un tema su cui si è discusso troppo e inutilmente. Infatti, a) le transazioni finanziarie, come l’acqua, non si fermano. Si triangola via tutto il mondo e si fanno comunque, equivalenza o no. Non a caso veramente pochissimi jobs a Londra sono stati persi, invece delle decine o centinaia di migliaia calcolati da previsioni catastrofiste; b) nè Parigi nè Francoforte sono in grado di soppiantare Londra sui mercati finanziari, dei cambi e dei capitali. Tutte sciocchezze. Quindi alla fin fine le differenze di regolazioni sulle transazioni saranno solo seccature che qualcuno pagherà.

E poi c’era il ‘level playing field’, cioè la pretesa europea che l’Inghilterra seguisse passivamente la legislazione europea in tutti i campi cruciali (lavoro ambiente qualità etc.), il ‘dynamic alignment’. Molto carino da dire, ma vuol dire “ogni volta che cambio mi segui senza fiatare”, alla faccia della sovranità.

Questo non c’è. Ma c’è qualcosa di difficile valutazione. C’è che ognuno può andare per la sua strada ma, se l’altro si sente danneggiato, allora si incomincia a trattare sulle eventuali ritorsioni. È detto: non con l’intervento diretto della Corte europea. Va bene. E quello indiretto? (come nel caso della Norvegia; che è obbligata a basarsi sulla giurisdizione della Corte europea per i contenziosi). Ma nessuno ne parla. E quindi fa nascere dei sospetti. Anche perché era uno dei punti su cui è caduta la May.

Infatti, la May fu ‘costretta’ (dalle forze interne filo-europeiste, rappresentate dal capo della delegazione che trattava con l’UE, Olly Robbins, un civil servant di grandi capacità e prestigio, ma dedicato alla trasformazione del Brexit in BRINO – Brexit in name only) dall’Europa che, pur avendo ottenuto tutto, non si fidava, ad accettare una clausola di salvaguardia, la famigerata clausola di backstop sull’Irlanda, che lo stesso Tony Blair definì di ‘vassallaggio’.

La sostanza della clausola era: se l’UK vuole davvero uscire dall’UE lascia l’Irlanda del Nord all’Irlanda del Sud (addio UK), incominciando dal mettere un confine doganale che prima o poi sarebbe finito in un referendum e in un confine politico. Oppure l’Irlanda del Nord restava in UK, e l’UK restava nell’unione doganale, e quindi di fatto in Europa. E chi decideva se l’UK violava o no il trattato (con provvedimenti successivi all’uscita ‘formale’, s’intende), per cui scattava la clausola di garanzia, era l’UE (di fatto, perchè il deal prevedeva il consenso UE sulle mosse inglesi; in questo consisteva, per l’appunto, la garanzia del rispetto del deal). Il deal di Johnson dell’ottobre 2019 modificava la situazione, ma restava ancora la minaccia dell’hard border con l’Irlanda del Nord. Ma senza l’automatismo. Mentre c’era invece l’approvazione del Parlamento irlandese agli accordi. Le cose peraltro sono abbastanza confuse perchè ancora oggi non è chiaro quale fu l’accordo tra Johnson e Varadkar (il PM irlandese) che portò al deal dell’ottobre 2019.

Ma il punto centrale della questione è che oggi nessuno, ma proprio nessuno, ha parlato dell’Irlanda del Nord. Eppure è strano, perché il deal del 2019 non è stato superato, a quanto si sa.

E quindi, siccome il diavolo sta nei dettagli, esaminiamone uno: l’accordo è che le merci possono circolare tra UE e UK senza tariffe. Questa è la chiave per cui nessuno parla dell’Irlanda; e per cui si è fatto il deal oggi.

Infatti, l’accordo del 2019 prevede che se ci sono tariffe tra UK e UE allora bisogna che le merci in arrivo dall’Inghilterra (o extra-UE) vengano controllate nei porti dell’Irlanda del Nord. Cioè prevede un confine marittimo (hard border) tra UK e Irlanda del Nord. Ma l’assenza di tariffe, per il momento, e sottolineo per il momento, appiana la cosa e rende non incombente questo confine. Niente tariffe, niente confine, fatto il deal. Tutti felici e contenti?

Torniamo ad esaminare un altro dettaglio. UE e UK possono divergere, nel senso che, se lo fanno, prima tratteranno e poi un paese potrà fare ritorsioni. E cosa saranno le ritorsioni? Tariffe. Ecco che resuscita la minaccia del confine irlandese. Quello previsto in automatico dall’accordo con la May, e solo indebolito ma non cancellato dall’accordo di Johnson nel 2019.

Allora Johnson ha perso? No. Ha ottenuto la continuazione dei traffici senza ostacoli (e non è poco) e ha rinviato politicamente. Come l’Europa. Anche l’Europa ha concesso le tariffe zero che non voleva assolutamente concedere in tutti questi anni, se non a patto di un allineamento automatico dell’UE alla legislazione europea, obbedendo alla volontà di chi voleva ‘punire’ l’UK per l’uscita. Anche l’UE ha dovuto accettare che l’UK possa divergere, potendo decidere se accettare o no condizioni. E ha ottenuto che comunque l’UK possa, anche se non automaticamente, essere penalizzata se introduce legislazioni che danneggino il mercato europeo (e non è poco).

Ovviamente si tratta di un rinvio, bilaterale.

L’UE deve prima affrontare epidemia e la ripresa e non può tenere due fronti aperti. Quello interno e quello esterno. I due giorni di chiusura hanno mostrato che un no-deal sarebbe dannosissimo anche per gli europei, non solo per l’UK. Ricordiamo che Macron ha elezioni nel prossimo anno, che non può affrontare con industriali, autotrasportatori e pescatori in rivolta per i danni di un no-deal Brexit (un no deal avrebbe fatto perdere immediatamente l’85% del pescato in acque inglesi, percentuale che col deal invece viene ridotta molto più gradualmente nel tempo. E si capisce perché l’UK abbia ceduto sul punto solo all’ultimo momento). E danni ingenti anche per Olanda e Danimarca. Per non parlare dei mesi, almeno, di disorganizzazione nelle supply chain che legano l’industria inglese a quella europea.

D’altra parte anche Johnson ha lo stesso problema. L’epidemia ha notevolmente offuscato il suo prestigio. Deve poter affrontare il problema con l’armistizio sul fronte esterno, cioè che i traffici continuino normalmente almeno fino a che non si sarà raggiunta in UK e Europa una (quasi-)‘normalizzazione’ economica, epidemia (cioè vaccini) permettendo.

Per di più Johnson progetta di riprendere in mano la prerogativa di sciogliere il Parlamento, prerogativa tolta al PM inglese da una legge simil-europea (cioè di adeguamento delle istituzioni inglesi rispetto all’Europa. Non a caso tema sollevato da Blair nel 2003 e attuato da Cameron nel 2011). E quindi, probabilmente si aspetta dal rinvio di poter affrontare la situazione in condizioni politiche migliori.

Esattamente come ha fatto l’Unione europea. Il classico compromesso dilatorio. Ne vedremo ancora delle belle.

Di seguito il link di un'intervista dell'autore sul Deal per la Brexit:


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