L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 dicembre 2020

C'è evidenza tra le narrazioni delle televisioni e delle volontà politiche di distruzione e annichilamento e dei paesi che hanno una base industriale e quelli a finanza avanzata. Il Grande Cambiamento Occidentale agisce in modo e maniera diversa

Covid. Il comando della finanza sul mondo

di Alberto Lombardo*
22 dicembre 2020


La situazione sanitaria che si sta creando nel mondo in seguito alla seconda ondata del Covid-19 impone riflessioni politiche che non sono facili. Infatti, per fare un’analisi scientifica, si dovrebbe essere in grado di partire da competenze tecniche (epidemiologiche, mediche, sanitarie) che evidentemente sono molto complesse, spesso sono viziate dal punto di vista di chi le formula e soprattutto possono condurre a una guerra tra negazionisti e “affermazionisti” che seppellisce sotto una sterile polemica la corretta disamina della situazione. Cercheremo in queste riflessioni di astenerci da tali diatribe ma, dovendo pervenire a un punto di vista politico, che poi è quello che interessa i comunisti, non possiamo non tenere conto di alcuni dati.

Partiamo da un fatto. La gestione della prima fase della pandemia, dei mesi intercorsi tra la prima fase e la seconda e, conseguentemente, la gestione di questa seconda fase non sono state affatto omogenee in tutto il mondo. Pertanto anche gli effetti sulle conseguenze che stanno vivendo i vari paesi non sono affatto gli stessi. Le discriminanti che si possono intravedere non riguardano tanto i regimi che governano i diversi paesi, ma apparentemente sembrano più legate alle collocazioni geografiche delle nazioni coinvolte. Potremmo mettere da un lato Europa, poi l’America (con significative eccezioni), dall’altro l’Asia e infine l’Africa. Escludendo in un primo momento quest’ultimo continente, possiamo vedere che, nel combattere gli effetti della pandemia, hanno avuto più successo nazioni come la Cina (sia la RPC, che Taiwan), il Giappone e la Corea del Sud; mentre Europa e America (con l’eccezione di Cuba) stanno di nuovo precipitando nel baratro, nonostante abbiano intrapreso strategie molto diverse (USA e Brasile, Europa continentale, Gran Bretagna, Svezia).

Sgomberiamo subito il campo, se mai ce ne fosse bisogno, dalla tossica narrazione dei corifei dell’imperialismo che attribuisce i successi delle politiche della RPC all’intrinseca antidemocraticità di quel regime. Infatti, se così fosse, le conclusioni sarebbero che i regimi “totalitari” riescono a garantire la salute pubblica dei loro cittadini, mentre le “democrazie” non lo sono affatto. Bel risultato per i succitati corifei, ma poiché la propaganda si basa sulla ripetizione ossessiva di una falsità, anche se questa contraddice le più elementari regole della logica, qualunque assurdità va sempre bene, purché sostenuta da un’adeguata potenza di fuoco mediatica. Inoltre, se la RPC ha chiuso solo una sua provincia, per quanto popolosa come l’intera Italia, da noi invece abbiamo assistito al lockdown di tutta la nazione. Quindi, quando vuole, la “democrazia” sa essere ancora più costrittiva della peggiore “dittatura”.

Veniamo al cuore del problema che riguarda l’oggi. Mettiamo insieme una serie di tasselli.

Primo indizio. In Italia abbiamo assistito a un fatto molto strano e per questo molto indicativo (https://www.lariscossa.info/la-sceneggiata-tutte-facce-della-stessa-medaglia/): la sera del 7 marzo l’annuncio del governo sulla chiusura della Lombardia e delle altre aree, il 9 marzo sera il lockdown esteso a tutto il territorio nazionale. Il comitato tecnico-scientifico aveva raccomandato la prima soluzione, ma naturalmente non si è potuto opporre alla seconda. Perché una scelta così drastica da parte del governo, addirittura più restrittiva di quella invocata dagli esperti? Chi è intervenuto a non limitare la chiusura a una sola parte dell’Italia? Dal punto di vista economico sarebbe stato ben diverso se buona parte della nazione avesse potuto continuare a lavorare, pur fissando rigide limitazioni di sicurezza. Sarebbe stata anche l’occasione affinché certi territori – alcuni tra i più svantaggiati – avessero avuto l’occasione di sostituire per un breve periodo nell’attività produttiva altri territori, ai quali certamente si poteva poi dare un ristoro economico. Gli atti del comitato tecnico-scientifico sono rimasti per la maggior parte “riservati” e quindi il reale dibattito che si è svolto non è noto nella sua completezza. Le regioni d’Italia più colpite comunque hanno continuato a lavorare e molti lavoratori sono stati mandati in trincea come “carne da cannone”. Sanitari in testa, ma anche lavoratori di servizi che non si sono affatto fermati. Il resto d’Italia chiusa. Che in generale ci sia stata una gestione dell’emergenza particolarmente fallimentare in Italia da parte dei gestori nazionali – dalla predisposizione dei piani di emergenza, alla preparazione del personale, all’accumulo delle scorte – sembra ormai che stia venendo a galla, come sempre accade con gli scandali italiani. Ma tutto ciò non può oscurare il fatto che queste mancanze si inseriscono in un pluridecennale attacco bipartisan alla sanità pubblica, alla rete territoriale, al trattamento e alla numerosità del personale sanitario e delle strutture. Le inchieste giornalistiche che stanno portando a galla pressappochismi e inettitudini individuali non possono farci dimenticare la storia politica della sanità in Italia.

Secondo indizio. In questi mesi, dopo la riapertura, non sono mancate voci che hanno indicato i punti deboli del nostro sistema. Innanzitutto la necessità di sviluppare una sanità di prossimità, ossia molti più medici e infermieri sul territorio che possano aiutare coloro che cominciano ad avvertire i primi sintomi e somministrare per tempo le terapie che già si stavano rivelando più utili. Questa strategia non solo allevia il decorso e gli esiti più nefasti della malattia, ma è proprio ciò che serve per non sovraccaricare il SSN di pazienti che arrivano ad avere necessità delle terapie d’urgenza, tallone d’Achille dei sistemi sanitari, particolarmente quelli in cui l’aspetto privatistico, fatto più da strutture che da personale, ha prevalso maggiormente. Inoltre l’altro punto critico, su cui tutti gli esperti erano d’accordo, è il sistema dei trasporti, particolarmente quello che si fa carico del trasferimento quotidiano di coloro che si muovono giornalmente, lavoratori e studenti. Era una strategia così sofisticata programmare trasferimenti di grandi masse attraverso canali privilegiati e controllati in modo rigoroso? Ci potevano arrivare anche i responsabili locali. Scuolabus e, per similitudine, fabbricabus, ufficiobus. Ossia un tracciamento dei percorsi più affollati, nelle ore interessate, con grande impiego di controlli alla partenza e nei luoghi di lavoro e di studio. Cioè misure atte a evitare, non nel mucchio ma nel locale, la creazione di focolai. Tra l’altro i cosiddetti mobility manager sono previsti per legge per tutte le maggiori strutture lavorative, quindi non si doveva partire dall’anno zero, ma riprendere con urgenza quanto già programmato, almeno sulla carta, e farlo diventare realtà a tutti i livelli. Che si è fatto invece? Irridere amaramente le misure del governo a proposito dei monopattini e dei banchi a rotelle è fin troppo spontaneo. Che si fa ora? Si chiudono le suole, che invece sono i posti più sicuri per i giovani, rispetto ai comportamenti che essi possono tenere fuori. Si chiudono i locali pubblici, dopo le misure assai costose che essi hanno approntato. Nonostante le zone produttive d’Italia, le fabbriche restano aperte. Se ciò fosse caratteristica solo del nostro governo, potremmo pure derubricare il tutto alla proverbiale italica incapacità, pressapochismo, cialtroneria, fancazzismo, scarica-barile tra Regioni e Stato, ecc. No, è troppo comodo e fa a pugni con la realtà, perché anche il dirigismo centralista francese ha fallito e anche altre nazioni si ritrovano a nuotare insieme a noi nella stessa melma.

Terzo indizio. Mi scuso col lettore per non essere un virologo, ma debbo cercare di riassumere – per quello che riesco a capire – ciò che a livello internazionale seri ricercatori stanno dicendo da tempo. Uso a questo scopo un articolo di Internazionale, “L’importanza del fattore k” di Zeynep Tüfekci, apparso originariamente su The Atlantic (Stati Uniti). In questo articolo si focalizza l’attenzione sulla modalità di trasmissione del virus. Si assiste a una “sovradispersione” della trasmissione, ossia poche persone portatrici sono in grado di contagiarne moltissime altre, mentre la maggior parte dei contagiati non trasmettono o trasmettono poco. Ciò induce a formulare non strategie massive di ricerca dei focolai, ma invece ricerche mirate a individuare i supercontagiatori. Quindi non ha senso – o ha un’importanza molto relativa – una volta individuato un portatore, andare alla ricerca delle persone con cui questi ha avuto contatti dal momento del suo contagio in poi, perché è molto probabile che egli faccia parte della categoria dei non contagiatori e quindi non abbia trasmesso; mentre risulta molto più efficace andare a cercare chi ha contagiato lui, perché si potrebbe con maggiore probabilità andare a scovare un supercontagiatore e, individuatolo, isolarlo. Quindi non un’analisi in avanti, ma all’indietro. Per quanto basate su modelli matematici molto sofisticati, le conclusioni credo che siano alla portata anche dei responsabili della sanità, nazionale e regionale. Inoltre, occorrerebbero controlli a grappoli – per limitare il rischio dei falsi negativi – e non a tappeto indiscriminati, rapidi – ormai disponibili in larga scala – programmati nei luoghi sensibili. Per scongiurare le ire dei corifei della “democrazia”, diciamo che il Giappone, la Corea del Sud e la Cina hanno fatto così, la maggior parte dell’Europa no. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Tre indizi fanno una prova. Il punto è però che abbiamo provato non è ancora chiaro cosa. Perché, se non sappiamo cosa cercare, anche se è sotto i nostri occhi, non lo riconosciamo neanche. “Ho la soluzione!, ma non so bene a cosa”, diceva un ricercatore.

Ebbene, è sempre la politica che può darci quel quadro teorico entro cui collocare i risultati e non un semplice allineamento di “fatti”, che da soli non spiegano nulla.

Terminato il primo percorso, cominciamo l’altro, quello storico-politico. In questo ci facciamo guidare da Lenin e da Gramsci.

Lenin ci ha insegnato cos’è la guerra imperialista e a quali ragioni risponde: distruzione delle forze produttive e concentrazione monopolistica di capitali e mezzi di produzione. E se questa fosse una “guerra senza bombe”? Ossia uno strumento per realizzare i fini strategici di cui ci parlava Lenin un secolo fa, ma con strumenti che non sono cruenti, non in quella misura almeno. La distruzione delle forze produttive è evidente, il fallimento delle piccole attività e la preparazione dei grandi gruppi monopolistici a farne man bassa, pure. Shock economy a livello planetario.

Concentriamoci sull’Unione Europea.

Se fino a pochi mesi fa sembrava che sforare i bilanci pubblici di qualche milione di euro fosse un attentato alla nazione e al “futuro dei nostri giovani”, oggi ai milioni si sono sostituiti i miliardi. Gli aiuti previsti sono avvelenati, come i prestiti degli strozzini: nel momento del bisogno ti concedono quello che vuoi, poi tirano il cappio. I prestiti dovranno essere ripagati, o direttamente o attraverso il meccanismo di condivisione dei singoli stati del finanziamento del bilancio europeo. Si litiga su quale fetta di torta prendersi e poi su come dividere il conto del pasticcere, ma la somma non cambia.

In Italia fanno gola due cose fondamentali: la massa enorme di denaro giacente “inerte” nei conti correnti e le proprietà immobiliari.

Sui conti correnti ci sono i risparmi dei lavoratori italiani che, dopo averlo preso nel “fondo” coi “fondi” di tutti i tipi e colori e davanti alla prospettiva dei tassi negativi, fanno l’unica cosa sensata, ossia tenere i soldi sul conto: la cosa che costa meno, ha zero rischi, massima liquidità, non necessita di alcuna “gestione” e, in tempi di inflazione zero, almeno non fa perdere capitale. L’Italia, avendo il risparmio privato più alto d’Europa, è sotto attacco dei gatti e delle volpi di tutto il mondo.

Anche il patrimonio immobiliare italiano è una bella preda. Si parla di patrimoniale. Bene, ma chi la farà? I grandi patrimoni sono sempre scudati rispetto all’assalto fiscale: tra società immobiliari, paradisi fiscali, elusione, ecc., chi li acchiapperà mai? Quindi, chi sarà l’obiettivo della patrimoniale? “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”, diceva uno dei più grandi economisti e politici del secolo scorso che faceva i suoi discorsi sotto mentite spoglie, Ettore Petrolini. Quindi, per ottenere una massa consistente di gettito fiscale aggiuntivo si dovranno intaccare i patrimoni delle seconde case, se non delle prime.

Sia detta fra parentesi una cosa ovvia: la patrimoniale vera la farebbero solo i comunisti, ma non con le seconde case, ma con i grandi mezzi di produzione e patrimoni.

A questo punto ci rendiamo conto che la Grecia è stato solo il banco di prova di un’operazione epocale molto più vasta e complessa. Non era certo il piccolo 2 percento del PIL europeo, costituito da quella nazione, che era sotto attacco da parte dei grandi monopoli. Cosa si è verificato in quel paese? Prima crediti fuori controllo, quindi incremento del debito privato, poi nazionalizzazione di quel debito, infine bancarotta del paese e la svendita della nazione by the pound.

Quando si dice che i prestiti non hanno condizionalità, è vero. Ma perché per lo strozzino come spendi i tuoi soldi è del tutto indifferente, l’importante è che poi paghi. Cosa succederà quando il debito pubblico italiano sarà passato dal 130 al 160 percento del PIL? Chi detterà i tassi? Ancora una volta il “mercato”, ossia quelli a cui dovremo pagare gli interessi. Significa un assegno in bianco agli squali.

Ancora tra parentesi. I comunisti rinnegherebbero il debito mandando a gambe all’aria non solo il 30 percento aggiuntivo ma anche il precedente 130. Tanto per puntualizzare en passant la differenza con certi “sovranisti” di cartone.

Ma c’è di più. C’è molto di più. Questi soldi rastrellati dalle tasche dei contribuenti (i “tanti poveri”) dove andranno a finire? Cosa andranno a “ricoverare”? Il recovery fund sarà uno straordinario acceleratore di concentrazione monopolistica: reti, energia, sistemi complessi. Con la scusa che una nazione ha subito una forte riduzione del PIL, le si concederanno maggiori contributi, ma non per ristorare i settori colpiti e rimetterli in condizione di ripartire, ma per incrementare altri settori che, nel disegno capitalistico, dovrebbero accelerare la “modernizzazione del paese”. Quindi se ti è fallito il b&b, ti do il 5G. I “ristori” previsti non serviranno a far sì che le attività possano superare il momento della crisi per poi riprendere dal punto dove si erano fermate. Quando un’attività chiude, chiude per sempre, non è un interruttore che si accende e si spegne, soprattutto quando è sottoposta a stress ripetuti, come quelli a cui oramai stiamo assistendo. Primo lockdown, poi stop per salvare la stagione estiva; secondo lockdown, poi stop per salvare il natale; fino a quando? I ristori serviranno per evitare che ci sia subito l’insurrezione generalizzata, tamponando con piccole distribuzioni di farina oggi, in modo che poi, quando arriverà la carestia vera, si muoia uno alla volta e non tutti insieme. La strategia della rana nell’acqua bollente. Oggi la parola d’ordine “Tu ci chiudi, tu ci paghi” riesce ad essere agitata nelle piazze e il governo può fare grandi gesti di solidarietà più o meno appariscenti. Ma quanto può durare? E cosa succederà dopo, quando le piazze si saranno svuotate e le attività non riusciranno ad aprire? A quel punto passerà l’asso pigliatutto della concentrazione monopolistica e le attività cadranno una dopo l’altra. Chiuderanno quelle che danno fastidio ai grandi monopoli, mentre quelle che possono essere assorbite, saranno acquistate.

Quindi ora vediamo delineato su quale incudine batte il martello. Il martello è la crisi, l’incudine la ristrutturazione capitalistica. L’uno senza l’altra non è efficace.

A questo punto il disegno comincia ad apparire più chiaro. Abbiamo il corpo del delitto (la crisi), l’arma (le politiche fiscali), ora abbiamo anche il movente (la concentrazione monopolistica).

Resta ancora fuori però la domanda principale dalla quale eravamo partiti.

Dicevamo in apertura a proposito dei negazionismi: non scambiamo la causa per l’effetto. Il fatto che ci sia un disegno per realizzare la più grande ristrutturazione monopolistica della storia, non vuol dire che l’epidemia sia stata creata ad hoc o addirittura sia un falso. Questa versione sarebbe uno sparring partner comodo per il potere capitalistico. Qui entreremmo in un terreno che esula dal tema che ci siamo prefissi e riguarda la gestione della credenza popolare. Limitiamoci a dire che in una narrazione, basta che ci sia una falla anche minima, per far cadere non solo la singola argomentazione fallace, ma tutto l’impianto accusatorio. In tribunale gli avvocati della difesa più esperti sanno che basta incrinare la credibilità di una singola prova, per distruggere la credibilità dell’accusa e con essa la forza dell’accusa nel suo complesso. Sostenere posizioni “estreme” che riguardano aspetti specifici della nascita e dell’evoluzione della pandemia, espone proprio al rischio di lasciare fuori qualche falla che apre le porte non solo alla distruzione del ragionamento specifico, ma a tutte le considerazioni che fin qui abbiamo cercato di condurre. È per questo che non solo ci siamo tenuti lontani da queste polemiche, ma le dichiariamo come nostre avversarie.

Torniamo alla domanda cruciale. Perché il disegno delittuoso che abbiamo delineato nelle argomentazioni precedenti non viene perseguito in tutto il mondo con eguale strategia e intensità?

Qui ci soccorre Gramsci.

… l’americanismo, nella sua forma più compiuta, domanda una condizione preliminare: «la razionalizzazione della popolazione», cioè che non esistano classi numerose senza una funzione nel mondo della produzione, cioè classi assolutamente parassitarie. La «tradizione» europea è proprio invece caratterizzata dall’esistenza di queste classi, create da questi elementi sociali: l’amministrazione statale, il clero e gli intellettuali, la proprietà terriera, il commercio. Questi elementi, quanto più vecchia è la storia di un paese, tanto più hanno lasciato durante i secoli delle sedimentazioni di gente fannullona, che vive della «pensione» lasciata dagli «avi».

L’America senza «tradizione», ma anche senza questa cappa di piombo: questa una delle ragioni della formidabile accumulazione di capitali, nonostante i salari relativamente migliori di quelli europei. La non esistenza di queste sedimentazioni vischiose delle fasi storiche passate ha permesso una base sana all’industria e specialmente al commercio e permette sempre più la riduzione dei trasporti e del commercio a una reale attività subalterna della produzione, coll’assorbimento di questa attività da parte dell’industria stessa (vedi Ford e quali «risparmi» abbia fatto sui trasporti e sul commercio assorbendoli). Questa «razionalizzazione» preliminare delle condizioni generali della produzione, già esistente o facilitata dalla storia, ha permesso di razionalizzare la produzione, combinando la forza (distruzione del sindacalismo) con la persuasione (salari e altri benefizi); per collocare tutta la vita del paese sulla base dell’industria. L’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno di tanti intermediari politici e ideologici. [Quaderni del carcere, quaderno 1 §〈61〉.]

Cerchiamo di riportare questa analisi a quasi un secolo dopo. Cos’è successo nella composizione produttiva delle società? In Europa possiamo dire che il processo è solo andato avanti, mentre gli USA ci hanno raggiunto nella fase in cui il capitalismo assume le sue forme parassitarie slegate dalla produzione. D-D’, direbbe Marx, senza passare dall’M intermedio di D-M-D’.

Questo processo è testimoniato da un semplice dato: negli USA negli anni che vanno dai Quaranta ai Settanta esisteva una tassazione applicata allo scaglione massimo di oltre il 90% e una imposta di successione di oltre il 70%; tale tassazione passò nel 1980 al 70% e al 28% nel 1988, imposta che ora è al 35%. Chiaro sintomo dell’europeizzazione degli USA. Le nostre società “mature” si occupano di più di come riuscire a creare un mercato, proteggere il proprio e dare l’assalto a quello altrui, che a produrre. La produzione spesso è esternalizzata ad altri mondi che stanno fuori. Ci porterebbe lontano qui dettagliare il percorso del capitalismo finanziario inglese – ancora osservatorio privilegiato dell’evoluzione storica del capitalismo a distanza di centocinquant’anni da quando una certa Barba lo studiava seduto al British Museum – dalle ristrutturazioni thatcheriane alla brexit.

Invece i paesi dove si produce, dove l’intermediazione produttiva dell’accumulazione capitalistica agisce con tutta la sua potenza, anche la struttura sociale vede la presenza di strati collaterali alla produzione molto limitata. «L’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno di tanti intermediari politici e ideologici».

E allora sovrapponiamo la mappa della diffusione dell’epidemia con quella della propensione di un’economia alla produzione manifatturiera. Prendiamo in considerazione una serie di paesi, sia per il loro peso demografico ed economico, sia per la rappresentatività rispetto al nostro ragionamento politico. Vogliamo solo offrire queste considerazioni per consentire al lettore di effettuare paragoni tra alcuni paesi. In questo senso, tali paesi non si possono considerare né un campione rappresentativo dell’intero mondo, né delle rispettive regioni.

Per la prima grandezza, riguardante la diffusione della malattia, abbiamo scelto di riportare per ogni paese i dati cumulati sia dei casi che dei morti per milione di abitanti (riportare i dati assoluti è un’imbecillità statistica madornale). Ciò ci consente di estrapolare delle considerazioni che si possano effettuare al netto della capacità dei rispettivi paesi di far fronte al numero dei malati. Per esempio, il Messico, rispetto a un numero relativamente basso di casi, presenta un numero relativamente alto di morti. Al contrario i Paesi Bassi. I dati sono quelli ricavabili dal sito dell’OMS, aggiornati al 15 ottobre. I paesi in cui rispettivamente i casi e i morti sono elevati li troviamo nella parte alta del grafico.

Per la seconda grandezza, ci siamo chiesti, seguendo l’insegnamento di Gramsci, come possiamo – con la migliore approssimazione possibile – ottenere un dato che ci indichi il grado di “americanismo” di una nazione? L’abbiamo ricavato nella quota di PIL creata dal settore manifatturiero rispetto al PIL totale. I più elevati al mondo sono, tra i pesi massimi mondiali, com’è noto, Cina, Rep. di Corea, Giappone e Germania. Li troviamo nella parte destra dei due grafici. I dati più recenti, disponibili per tutti i paesi, sono del 2017. In ogni caso, il 2019 non lo avremmo preso in considerazione, perché già viziato dalla presenza della pandemia.

La linea interpolante dà una idea generica (i dati non sono pesati per i vari paesi né demograficamente né economicamente) del possibile legame tra queste due grandezze che si riportano sulla scala orizzontale (ascissa) e in verticale (ordinata). Il legame tra la coppia di grandezze può anche essere messa in luce, qualitativamente, osservando che i punti, rappresentanti i vari paesi, si concentrano solo su due quadranti dei grafici: in alto a sinistra e in basso a destra. I quadranti sono centrati sul punto che rappresenta il dato complessivo mondiale.

Ciò fa emergere la relazione inversa nei paesi esaminati tra propensione alla produzione manifatturiera di una nazione e capacità di contrastare la diffusione e la mortalità del virus. Ovviamente tale relazione non può esprimere un rapporto di causa-effetto. Caso mai quel rapporto esistesse, ce lo si dovrebbe aspettare di tipo inverso. Infatti i sistemi produttivi costituiscono una occasione di assembramenti di grandi masse di lavoratori, spesso impossibilitati a mantenere il distanziamento sociale. Quindi ci deve essere un’altra causa, molto più forte che si nasconde dietro l’apparenza.

Da tutto il ragionamento politico ed economico che abbiamo fatto prima, la conclusione che traiamo è la seguente.

La pandemia sta agendo come un enorme volano per la concentrazione capitalistica proprio in quei paesi che ne hanno disperato bisogno: i paesi in cui i profitti non vengono estratti dalla manifattura, ma dalla finanza e dai servizi.

Le differenze tra Germania, da un lato, e Francia e Gran Bretagna, dall’altro, e le similitudini tra Cina, Giappone Corea e Germania non si spiegano altrimenti, né con l’analoga organizzazione sanitaria, politica o economica, né con la diversa collocazione geografica. Si può spiegare solo con la ferma volontà di governi che si vogliono opporre alla pandemia e governi che questa intenzione non ce l’hanno, come il nostro. Governi che prendono ordini da monopolisti che vorrebbero distruggere il nostro paese per poi passare all’acquisto delle attività “un tanto al chilo”. La Cina, ma anche il Giappone, la Corea del Sud e la Germania hanno un capitalismo finanziario meno incidente sull’economia.

Non si tratta di capitalismo più buono o più cattivo. Si tratta del fatto che il capitalismo, arrivato alla sua fase finanziaria estrema, comincia a cannibalizzare le proprie economie. Gli altri ci arriveranno magari dopo.

Questa è la guerra senza bombe tra i grandi monopoli e i piccoli lavoratori autonomi, dopo che i lavoratori dipendenti sono stati ulteriormente schiacciati. O i lavoratori autonomi si alleano col proletariato contro i grandi monopoli, o saranno tutti triturati.

Rifiutiamo la posizione che immagina un enorme complotto mondiale, ma sosteniamo che i governi dei paesi che non hanno affrontato la pandemia, non lo hanno fatto, non per incapacità o per motivi di impossibilità politica, ma per precise ragioni economiche che fanno capo alle necessità dei grandi monopoli, di cui i governi sono fedeli esecutori.

Non sono incapaci, ma nemici dei loro popoli.



* Ufficio Politico del Partito Comunista (PC) e direttore de “La Riscossa”, (giornale on-line del PC). Con questo articolo “Cumpanis” avvia un rapporto di collaborazione con “La Riscossa

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