L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 dicembre 2020

Dio è morto? Forse no

Ubik

Ewa Aulin in Candy

Unreal City, 7 dicembre 2020

A1. Viaggiando lungo l'autostrada, da Firenze a Roma, si colgono, quasi sovrappensiero, i resti di un paese in via di scomparsa. L'Italia assomiglia, ormai, a un di quegli scheletri dissepolti in qualche cimitero altomedioevale con bisturi e pennello: la figura, un tempo composta e serena nella certezza della gloria oltremondana, appare sconvolta in una posa grottesca: le tibie sconnesse dai femori, la cupola delle coste sbriciolata dall'umidità, le falangi separate le une dalle altre, il cranio scoperchiato, la bocca ricolma di fango. I denti biancheggiano nelle arcate divelte, in uno spasimo di rimprovero. Eppure anche tale misero resto, scomposto come uno dei macabri burattini funebri di Trimalcione, nasconde una storia. Una brocca frantumata, a lato, o un anellino bronzeo, una moneta corrosa, un fragilissimo lacrimatoio.
I lacerti della grandezza italiana mi passano davanti, accerchiati dalla mota della modernità che non ha saputo far altro che distruggere, umiliare e schernire in un tripudio di crassa stupidità e insensatezza.
Ogni tanto un bellissimo casolare antico rapisce l'occhio, a volte scialbato dalle piogge e dall'abbandono, altre corroso dall'incuria o sbriciolato dalla tenacia degli arbusti. In rovina le torri, attraversate da crepe irreversibili, le strette feritoie a testimoniare, mute, la prossima disfatta. Improvvisamente un popolo di edifizi, su una piccola altura, raggrumati come naufraghi, stretti fra loro, entro il ciglio delle rupi di tufo, come ritirati da un mondo che ritengono straniero. Paesi ricchi di una storia maggiore, più vasta di quella di intere nazioni, e però sconnessi dal senso comune che li legava gli uni agli altri: sentieri, leggende, felloni e santi, eretici e conquistatori, chiesine e cappelle rurali; sono ossa d'una più larga e incomprensibile frantumaglia.

A qualche decina di chilometri da Roma l'apparizione mistica di Orte, al tramonto, consola con l'illusione dell'eternità. L'ultimo sole filtra fra la nuvolaglia plumbea a striare d'un giallo spento e dolce i dorsi dei colli, in un fremito di purezza rembrandtiana.
La sera, quindi, cala.
Le sagome di cespugli e alberi imbruniscono, in un verde gelido e cupo, esaltando il profilo contro il tessuto del cielo, di limpidissimo cilestrino. La lunga cresta d'un altura è merlata da ordinati filari di cipressi.
Si potrebbe contemplarle per ore queste sagome, nitide e tranquille; il mistero da loro effuso tocca corde remote, s'allarga, contrasta il caos, dona la forza dell'illusione. 

BRUXELLES. Il Belgio vieta le messe a Natale. Sorpresi? Joseph Conrad aveva visto lungo in Cuore di tenebra, questo agile breviario del nostro futuro, definendo Bruxelles un sepolcro imbiancato. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e d’ogni marciume”, ebbe già a dire l’altro Rompitasche.

CHE GUEVARA. Il suo ruolo di ideologo e guerrigliero cedette ben presto il passo a quello di testimonial. Oggi è soprattutto noto per questo. Se reco una maglietta con Guevara testimonio la mia attitudine alla guerriglia antimperialista, pur rimanendo sul divano con le Nike. E va bene. Ma una cosa non avrebbero mai potuto prevedere gli antimperialisti: che gli imperialisti divenissero guevariani. Tanto che, oggi, gli attempati antimperialisti di ieri rimangono spiazzati di fronte a figli e nipoti e pronipoti che non rilevano contraddizione (storica, economica, sociale) nell'associare nababbi e privilegiati al vecchio e ormai putrefatto Che. Kamala Harris e il Che, Gates e il Che, Maradona e il Che ... gli unici a rimanere scettici a fronte della sinistrizzazione del patriziato mondiale sono i sottoproletari metropolitani ... la parte apolitica del mondo: muratori di Trastevere, laotiani, cambogiani, pigmei napoletani, accattoni del Colosseo. Coloro che, dagli antimperialisti alle vongole, erano disprezzati quali lumpenproletariat (a meno che non si prestassero all’internazionalizzazione della rivoluzione sempre lì lì per esplodere: vietcong, indiani cicorioni, katanga e via sghignazzando). A tali rivoluzionari del Terzo Mondo, che in realtà aspiravano a mangiarsi le tartine dell’antimperialista italiano, o a scivolare nelle mutande di qualche guerrigliera dei Parioli, Ricky Gianco dedicò, di striscio, alcuni versi nel suo Compagno sì.

DIGITALE. Il digitale riproduce, in teoria, ogni settore, passione o interesse della vita umana. Lo svuota, poi, di significato, rendendolo inservibile a ogni uso pratico dell'intelletto e del cuore. Il dissolvimento di tale copia senza moto e anima consegue inevitabile. Il destino del libro, dell'arte, della scuola e del lavoro sono sotto gli occhi di chiunque.

EWA AULIN. Apprendo, con un friccico cinefilo, che la suocera di Giuseppe Conte è Ewa Aulin. Quando si dice: la dolce vita. Io e Giuseppe Conte abbiamo studiato, da quasi coetanei, a pochi chilometri l'uno dall'altro. Nel tempo, tuttavia, quel minuscolo iato si é allargato a dismisura. Sono gli scherzi del destino, delle compagnie che ci si è scelti, delle raccomandazioni e degli errori di calcolo nella rotta da seguire.

FUMETTI. Consiglio a tutti la lettura dei “Topolino” italiani, fra la fine dei Sessanta e i primi anni Ottanta, versante Paperino. La solidità delle sceneggiature picaresche, la ricchezza linguistica, i riferimenti colti ne fanno una delle ultime creazioni originali della letteratura italiana. Arturo Benedetti Michelangeli, il cui setaccio estetico contemplava fori assai minuscoli, ne era ghiotto.

GIUDA. Giuda rinnega il Maestro, lo vende; Giuda fu il prototipo dell’uomo d’azione stolido, di quelli liquidatorî, che mal comprendono la lunga gittata. Vogliono tutto e subito. Peccato non vi fossero vetrine in Galilea, o rivoltelle: i vetri in frantumi o le ferite dei gambizzati avrebbero rappresentato il breve raggio della sua minzione concettuale. Intanto il Cristo si adoperava lento, in simboli; costruì 2000 anni di storia, in più, da regalare a un’umanità prossima al suicidio. Come Giuda.

HÖLDERLIN. Non ho niente da leggere, cosa posso leggere, voglio leggere qualcosa di interessante! Queste richieste, patetiche, vengono dai fantaccini di un mondo in rovina. Sono davvero zombi. Non ho niente da leggere! Basterebbe aprire, a caso, Friedrich Hölderlin per aver qualcosa da leggere. Magari ci si imbatterebbe in questo passo: “Sarai solo, mio diletto. Sarai come la gru dimenticata dalle sorelle al freddo mentre vanno a cercare - lontano - primavera” o in questo: “O terra d’Omero sotto la porpora del ciliegio ... entro il mio vigneto i giovani peschi verdeggiano e la rondine di lontano arriva e molto narrando alle mie mura si fa la casa dentro i giorni del maggio ...”. Sono passi assai semplici, su cui si potrebbero imbastire, tuttavia, alcuni corsi di laurea.

Il primo ci parla delle gru. Cos’è una gru? E chi lo sa? La sappiamo riconoscere? Oppure: conosciamo la simbologia della gru? E ancora: abbiamo mai letto un bestiario classico e medioevale che irraggia di luce questo umile animale? Infine: ci si ricorda di una poesia in italiano sulle gru? Di quando l’Italiano si componeva silenzioso, nelle sue innumeri sfumature delicate e profumate come miele, entro la nobile carcassa leonina del latino? Oppure liriche cinesi sulle gru? Facciamo Epoca T’ang?

Il secondo: il ciliegio porpora ... la rondine amica sotto il tetto della casa ... il vigneto ... i giorni del maggio ... cosa funziona qui? Perché parole normali, addirittura abusate, trovano una propria miracolosa forza? Le parole le parole le parole ... le amletiche parole ... basta ritrovarne l’anima più antica ... via dal marciume, dal chiasso ... respirare, a pieni polmoni, l’aria più raffinata, respirare ancora, gridare quindi ... e il ciliegio perderà la propria indeterminatezza, colorandosi in porpora, nella terra d’Omero. Assonanze e consonanze riposte riprenderanno vita, in voi, segretamente, cieli assolati che avrete pur visto, lontani, insienueranno nuovo imperio, rischiarando altri concetti negletti, trascurati ... le parole riattivano sensi sepolti, spalancano, finalmente, i cieli. Le parole ... e non ci sarebbe niente da leggere?

INCANTO. “Dovete sapere che, quand’ero un ragazzino, avevo la passione per le carte geografiche. Passavo delle ore a guardare l’America del sud, o l’Africa o l’Australia, e mi perdevo in tutte le glorie dell’esplorazione. A quei tempi c’erano molti spazi vuoti sulla carta della terra, e quando ne vedevo uno dall’aria particolarmente invitante (ma ce l’hanno tutti quell’aria) ci posavo il dito sopra e dicevo: ‘Quando sarò grande, ci andrò’. Il Polo Nord era uno di quei luoghi, mi ricordo. Non ci sono ancora stato e non mi ci proverò certo adesso. L’incanto è finito”.

L’incanto ulisseo dell’ignoto è finito. L’ansia di conoscenza, la meraviglia, la fiaba, l’arcano, l’abisso che agghiaccia e rapisce delle Gorgoni, delle Sirene lussuriose, la sfida degli orridi settentrionali in cui si polverizzano cascatelle miseriose. Cosa affascina nel 1890, Marlow? Il bianco, il vuoto, l’indefinito. Una macchia bianca (white stain) su una carta geografica accende la cupidigia; Marlow si reca in una città altrettanto spettrale, Bruxelles, ove tutto è anonimo, senza riferimento: cosmopolita. In Cuore di tenebra francesi, russi, inglesi, belgi si mischiano come pedine fungibili, senza aspirazioni se non quella, vaga e spietata, della distruzione. Le anime belle confusero la condanna di tale anelito per il nulla con quella del colonialismo. Altro non era, invece, che uno degli ultimi stadi della devastazione interiore, della lacerazione ulteriore; l’occhio lubrico di nulla anela il nulla, lo propaga come un morbo letale, si appaga nella contemplazione dei deserti. Che tale vuoto, blank, sia una tenebra suona eminentemente logico in un'umanità che intende tutto al contrario; in uno stadio fetale prossimo all’aborto. 

JUDEI. Una volta si pregava per la conversione dei perfidi Giudei. Il passo è stato soppresso. Perfido ... cioè, pensavano gli odiatori degli antisemiti, e gli antisemiti stessi: scuro, nasuto, ghignante, sensuale, traditore. E invece perfido ha solo un senso: chi devia dalla Vera Fede. Non lo credete inevitabile? La mia fede è la totalità. Chi non la condivide è fuori d’essa, un individuo per-fido. Ritrovare la purezza delle parole, come “mistero” o “martire”. Ma chi ne è più capace?

KIPPLE. L'abbandono della classicità e della tradizione ha solo prodotto spazzatura. Nel senso più ampio. La qualità, divenuta numero, degenera in dozzinalità; l'artigianato, scomparso a favore della serialità, è sostituito dalla paccottiglia; il concetto universale dal pensiero debole, un’accozzaglia di fonemi insensati e filologia da luna park; la verità dalla notizia; il bronzo dalle resine; il principio di non contraddizione dal Carnevale; le bussole dai deserti. Stilate un inventario di ciò che vi circonda: troverete solo rottami, monconi, scherzi. Una malattia terminale risale da tali oggetti sterili e diabolici, vi priva di identità, contribuisce alla dissoluzione sotto cieli strappati, lividi.

LIBBRA DI CARNE. Cercai (vanamente) di spiegare, in Nexus 6, il mondo cruento e venale alla base dell’antichissima istituzione romana del nexum. Sulla bilancia il denaro; il giuramento per aes et libram; l’obbligo di restituzione che grava sul debitore. In caso d’inadempienza, colui che prestava il denaro (aes) poteva esigere, sulla ideale bilancia (libra), un corrispettivo: ore di lavoro, la schiavitù. Shylock, il per-fido Ebreo di Venezia, vuole una libbra di carne. Ah, quale boccata d’aria! Quale giustizia! Carne, nientemeno. Un sanguinoso trancio in cambio di monete d’oro. Oro, carne. E ora? Svincolato dalla materia, dal lavoro, dal sudore unticcio delle banconote, il denaro-copia, come un ectoplasma di Ubik, ingrossa sempre più, occupa le città, le nazioni, oscura il cielo, si gonfia oltre Giove, opprime il Sistema Solare e le stelle. Esso schiaccia, come una pressione inavvertita, la volontà, svuota l’azione, la gioia e la crudeltà. Non più sangue oramai, si fugga il baluginio dell’oro! Addio Shylock, addio Monsieur Grandet! Addio amici usurai!

In cambio, ora, doniamo l’anima.

MICCHI. “Qualcosa di grosso all'orizzonte ... addirittura uno scontro a fuoco tra patrioti lealisti e carbonari di Foggy Bottom ... a Francoforte! ... la città dove Heidi ebbe a soccorrere psicologicamente l’amica Clara ... un tantino osteggiata dalla signorina Rottenmeier, a dir la verità ... server che comprovano i brogli americani ... morti, feriti ... sequestri ... guerra civile americana ... Trump all'attacco, Hillary in galera, Zuckerberg ripara nel Canton Ticino ...” E ci credono. La minutaglia della cronaca, avvelenata da falsità, stupidaggini e rodomontate digitali, costituisce l'ultimo pastone del controinformatore alla deriva.

NEGRO ANACRONISTICO. Una trovata della propaganda ormai stiracchiata, ma pur sempre efficace sulle menti deboli che affollano i media. Il Negro Anacronistico si é pian piano guadagnata una propria fama di socialite e benigno presenzialista. Dapprima giustamente ignorato (per banali motivi storici), oggi lo si può incontrare nei più diversi ambiti, persino in quelli fatalmente inaspettati: alle Crociate, nella Svezia medioevale, nelle file del MI6, a Ilio, dalle parti delle Termopili, sulle caravelle, a fianco di Cristo. Il passato, insomma, si riorganizza, su basi libertarie e hippie.

ORGANZA ROSA. Se ne servono i maggiori distillatori di passato digitale. Il passato, quello vero, intendo, la sottile ragnatela da indagare e ricostruire con pazienza e amore infiniti, più non serve. Occorre un passato nuovo di secca, completamente riadattato e igienizzato, ricco dei particolari addobbi del politicamente corretto. Son tutti sul pezzo, ovviamente. L'ultima scoperta la si apprende dal National Geographic, altro luogo del terzomondismo d'accatto (oh, l'Occidente cattivo e sterminatore di Cortez e Colombo!): ci son le prove provate che le donne andavano a caccia, 9000 anni fa; in Perú. Assieme agli uomini. Nel Neolitico. E già ... ribaltati i ruoli di genere! E la parità di genere? Come potete notare è sempre esistita, solo che il patriarcato l'ha sepolta sotto una coltre di menzogne maschiliste. Neolitico? Ci fermiamo qui? E la preistoria? Anche lì ... L'uomo antico più famoso del mondo è una lei .. Lucy ... e pure africana! Abbiamo fatto bingo! Di qui a dire che Atena é nera ci passa un fiat ... E io, povero Alceste, non sono forse il discendente (mezzo negro) d’un immigrato turco, Enea, che ingravidò qualche burinotta aborigena del Lazio Antico (questa cosa me la rinfacciò un sinistrato, qualche anno fa)? E Federico II, di cui mi riempo la bocca, non nacque marchigiano? Omero? Un altro turco!

Com'é bella la democrazia, com'é bello distruggere ... e reinventare!

POVERTÀ. Sì, la povertà è il prezzo da pagare alla pace. Oggi se n’è andata (il nomen l’ha trasmutato in omen lei stessa) Lidia Mena-pace. 96 anni. Morta di vecchiaia? Macché, di un instancabile virus fascista, il Covid. Ex staffetta partigiana. Chissà quali messaggi staffettava: baci Perugina? Ovetti Kinder? Oppure ordini di morte? Fatto sta che, dismessi i panni di portalettere, Lidia si predispose alla pace e all’emancipazione dei diritti delle donne (comprese le prostitute) che, con grazia ineludibile, coincidono con la pace. Democristiana, manifestina, comunista ... Come Giacinto Pannella, sul letto di agonia, avrà potuto sibilare: “Abbiamo vinto”? Mai il mondo, infatti, fu più in pace. Una pace talmente definitiva e terrificante da rasentare l’ebefrenia. E però la pace esige la povertà. Dei sensi, del linguaggio, delle aspirazioni, dell’esistenza ... in pace, tuttavia ... decenni, secoli, eternità di pace tanto che persino il sol dell’avvenire, così gravido e ottuso di pace, s’è dimenticato di sorgere.

QAnon. L'ho sempre affermato: un pescivendolo di Corinto era assai più intelligente della controinformazione americana, di Paul Craig Roberts e dei pletorici dintorni italiani che ancora gli danno retta.

RUTTI. In realtà si tratta di rumorose espirazioni politiche. Il ritmo è predeterminato in vista dell'eternità. Sinora ha funzionato egregiamente. Eventuali sassolini son stati pazientemente lavorati e gettati nell'impasto unico. La cosiddetta sinistra (PD, frattaglie libertarie, M5S) inspira (probabilmente da orifizi insospettabili) compiendo il lavoro sporco: l'inspirazione è tecnica, pulita, inodore. L'espirazione, o flatulenza, stavolta della cosiddetta destra, simula una sorta di movimento oppositivo onde sfogare le ventilationes testé inspirate. Il caravanserraglio riproduce formalmente la falsa dicotomia: a sussiegosi, servili e compunti carnefici (Monti, Gualtieri etc) risponde il guittame da suburra (le trippe salviniane, la calata borgatara della Meloni) esaltato dai Brancaleone sgrammaticati della stampa di riferimento (allucinante il livello infimo raggiunto). Sballottati fra traditori hi-tech e finti Masaniello analogici, gli Italiani si illudono ciclicamente, assumendo, quali Zelig, le pose dei caporioni sul palco (algide prese di alta responsabilità dei sinistrati, sbavanti invettive dei destri). Sbeffeggiati, turlupinati, presi sistematicamente in giro, Essi non hanno altra risorsa che correre precipitosamente alla “gabina elettorale” e tirare, dopo essersi liberati, lo sciacquone della democrazia liberale.

STRESS. Sono stressata, sono stressato. Gente di trent'anni già cronicamente depressa, esaurita, rinunciataria, senza sbocco, priva di scampo. Girano in tondo come l’asino Lucignolo, scorticato e agonizzante per la troppa stanga: lavoricchio, aperitivo, tanto smartphone, sonnellino. Amoreggiano senza amarsi, non leggono, non studiano. Si compiacciono del loro diploma tecnico. E sono stanchi, sfiniti. E perché? Perché gli è stata regalata la falsa libertà e loro vi sono annegati. Sino a pochi decenni fa non esisteva la falsa libertà. Ognuno era compreso in un ruolo. La tradizione pensava in sua vece. Tale apparente cedimento era ripagato da una fronte serena, sgombra di problemi. Si era davvero liberi. La corrosiva critica di costume insinuò, tuttavia, che i ruoli tradizionali costituivano una prigione e si diedero da fare per segare ogni sbarra, per abbattere cippi di confine, distruggere sentieri e piste. Ed ecco allora il nuovo individuo gettato nel deserto. Ogni passo nasconde un'insidia, una delusione, uno sconforto, il peso insostenibile della scelta. Ogni passo è individuale, senza meta che non sia quella dell'attimo. Il panorama piatto e scintillante (vi regna una luce senza requie) priva della forza del rischio, della felicità, dell'azzardo. Si osano passettini, privi di autentica convinzione. I più si ritirano in sé stessi, come bestie ferite, in posizione fetale; avvizziscono in breve tempo, muoiono. Gusci vuoti si squamano lenti sotto una luce di profilattica purezza. Bianca.

TECNOPUERI. Ma sì, sono, forse, più svegli di noi, diligenti, precisi. Ma ciò rimane una patina ingannevole. Conoscono il proprio reparto di internamento a menadito. Sono i migliori. E, tuttavia, appena mettono piede fuori dal cubicolo cui li hanno relegati, si muovono stenti, circospetti. Alcuni nomi li sorprendono a bocca aperta; essi sorridono, sembrano non prendere nulla sul serio; si intravede in loro una rassegnazione definitiva che può ergersi, in alcuni, ad arrogante sberleffo liquidatorio. Citano i loro maestri - ciò che presumono tali - ignorando i Maestri. Settori immensi della conoscenza vengono lasciati nel buio dell’indifferenza; per questo nel loro balbuziente vociare cercano sempre di rifugiarsi nel cubicolo, nella tiepida tana ove si dicono signori (lì la voce riprende forza, infatti). Matematica, archeologia, musica, astronomia, poesia, ciò che una volta costituiva il bagaglio d’una persona colta, oggi appare sempre più liofilizzato e relegato a poche nozioni di prammatica. La vita coincide con quel poco di tecnica imparata, levigata, acuminata: tale meschino bagaglio forma, grottescamente, fogli e fogli di curriculum vitae. E, quel che ha più valore agli occhi del Potere, costituisce la necessaria burocrazia che consente di accedere, da parvenu, al piccolo patriziato accademico. A trent’anni li si fa credere sul tetto del mondo; poi gratti la patina e trovi dei falliti. Non sanno, poveri loro, non sanno. Quel grido liberatorio: “Il mio compito sulla terra è finito ... oscuramente ... solo ... vago per la mia Patria che mi sta come sepolta intorno ... ma tu risplendi ancora! ... Sole! ... del cielo!” non verrà da loro mai compreso; esso presuppone esperienze interiori e intellettuali troppo rischiose o folli; le apparizioni mistiche di Orte o del Soratte, a esempio; la seriosità, addirittura lugubre, la pazienza della castità, l’attesa, il valore della preghiera, pur laica; l’amaro sorriso nel considerare la finitezza di sé stessi, risolta in un ciclo infinito; la felicità, quindi, una gioia che rampolla dalle crepe del cuore. Il grido di Teodorico, alto sopra la battaglia, il simbolismo delle pitture catacombali, la produzione liturgica degli impasti per le icone, la disposizione architettonica delle cappelle rurali, la scintillante bellezza delle dimostrazioni geometriche: ciò è precluso, oramai, ai figli dell’attimo, nulla in loro predispone alla bruciante rivelazione della Totalità.

UBIK. In un mondo senza più guerre, l’unica guerra è fra Corporazioni. Il prodotto commerciale è Ubik: Ubik è sonnifero, lavastoviglie, porta automatica; oggi sarebbe cellulare, abbonamento, frattaglia digitale, qualunque cosa. E’ reale questa realtà? Dio è morto? Forse no. Egli è creduto tale, ma, Unico Vivente, ci sogna. “Io sono vivo, voi siete morti”, afferma, a uomini che si agitano in un quotidiano ove il tempo pare corrompere inesorabilmente cose e corpi. La paccottiglia, il kipple, ha contagiato noi stessi, la storia, il passato condannandoci all’anomia. I messaggi della Divinità o di un Redentore arrivano confusi dalle scariche elettrostatiche d’una grigia ripetizione infernale, nelle more di una perdizione eterna.

VITTIMISMO. La chiave di volta del potere. Il potere è vittima, composte da vittime e lotta, quale vittima, per difendere le vittime. Pertanto - fanno tutto loro - chi vi si oppone è un carnefice.

XMAS. Quando mi arrivarono cartoline dall’America con tale sigla non potevo pensare al peggio. Ma il peggio arriva sempre. Non è disfattismo, bensì logica. Applicare la logica, la quieta logica solare, tutto qui. “E tu vuoi dare l’assalto al cielo? Rovesciare il Celeste e predicare ai mortali? Oh, restate laggiù figli dell’attimo, cessate di tentare queste altezze ... qui sopra non c’è nulla ... c’è il vuoto ... il deserto ... perché vuoto e deserto è dentro ... te”.

YEATS. In Leda e il cigno il poeta adombra, nell'accoppiamento fra Leda e la divinità, un ciclo di duemila anni, quello classico, simboleggiato dalla guerra troiana: “Un fremito nel ventre/vi genera le mura abbattute,/la torre e il tetto in fiamme,/e il cadavere d'Agamennone”. Un’altra Vergine, Maria, attraversata come vetro ialino dalla Luce, partorirà il Re del Nuovo Ciclo, quello cristiano, ora in dismissione. Altri duemila anni. E ora? Son tempi nuovi, al contrario. In luogo di una umile parthenos dovremo inevitabilmente seguire il mestruo d’una Baldracca Imperiale.

WACHOWSKI. Andy e Larry, ex fratelli, ora Lilly e Lana, attuali sorelle. Questi due figuri sono la fonte (avvelenata) del goffo simbolismo di larga parte dei controinformatori. Quanti riferimenti fumettistici a Matrix e a V per Vendetta affliggono i post sconclusionati di questi esserini del futuro?

ZOOFILIA. Leggo dalla Fantaenciclopedìa, I, di Adam Zzywwurath: “Il famoso fisiologo Michele Foderà ... a cinquant’anni s’era invaghito d’una fanciulla che abitava di fronte a lui ma che ... lo detestava. Un giorno, rientrando a casa, Foderà la vide affacciata alla finestra. Si fermò a fissarla, in estasi. La ragazza gli rovesciò in testa il secchio dell’immondizia. L’innamorato vide nel gesto un atto d’amore e un tacito ‘sì’. Con questa certezza nel cuore attraversò il cortile: proprio in quel momento, nell’aia, comparve un pollo e Foderà ravvisò nel pennuto sudato un’estrema, misteriosa somiglianza con la fanciulla amata. Comprò il pollo, lo coprì di baci e di carezze, lo portò a casa, pregustando una paradisiaca convivenza. Da allora gli permise ogni licenza: persino quella, scandalosa, di appollaiarsi sul letto del padrone”. In tale portentoso atto di sostituzione - accontentarsi di un pollo in luogo della pollastra - ravvedo una metafora calzante della nostra controinformazione che vuole lo scontro (con banderuole e labari mutuati dai blockbuster contro cui dovrebbero lanciarsi) e si assopisce al tepore delle fanfaluche d'una qualsiasi Meloni.

Pollastra, ci tengo a dirlo, non è ingiuria antifemminista. Esigo che, nell'eventuale riprovazione, sia coinvolto anche Umberto Saba, marito di tanta moglie: “Tu sei come una giovane/una bianca pollastra./Le si arruffano al vento/le piume, il collo china/per bere, e in terra raspa ...”: mal comune mezzo gaudio.

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