L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 30 dicembre 2020

Gli euroimbecilli chiamano eccezionalità il fatto che la Bce diventa banca centrale prestatore di ultima istanza e che quindi tenga sotto controllo lo SPREAD. Gli interessi sui decennali è alto perchè chi investe sa benissimo che in Italia c'è una classe politica, una dirigenza venduta agli stranieri e quindi una banderuola esposta ai minimi venti che vengono d'oltre Alpi e da Washington con le sue decine e decine di basi militari situate nelle nostre terre

SPREAD/ Perché l’Italia fa il paio con la Grecia ed è dietro a Portogallo e Spagna

Pubblicazione: 30.12.2020 - Paolo Annoni

Lo spread dell’Italia è ai minimi da quattro anni. Tuttavia resta più alto di quello di Spagna e Portogallo, secondo solo a quello della Grecia

LaPresse

Negli ultimi giorni, forse complice la penuria di notizie, si sono potuti leggere molti commenti in cui si sottolineava il “calo dello spread” che ha raggiunto i minimi degli ultimi quattro anni. È giusto evidenziare questo andamento, ma non si deve dimenticare il contesto in cui avviene altrimenti si racconta una “mezza verità”. Il rendimento del decennale italiano oggi è intorno allo 0,5% e ai minimi assoluti, ma questo avviene in un contesto ben preciso. Il rendimento del decennale italiano, infatti, è ancora il secondo più alto d’Europa, appena dietro quello greco, e molto superiore a quello di Spagna e Portogallo; il rendimento del decennale francese era già negativo un anno fa.

Questi fenomeni, senza precedenti, avvengono in una fase in cui le banche centrali hanno percorso territori inesplorati nel tentativo di sostenere i mercati finanziari e l’esplosione dei debiti statali; questi si gonfiano sia per il crollo delle entrate fiscali, a causa delle chiusure imposte, sia per i numerosi sostegni e sussidi con cui si cerca di evitare che ampie fasce della popolazione debbano confrontarsi con una povertà estrema e forse di prevenire tensioni sociali. 

In Europa è la Banca centrale europea che si è assunta l’onere di congelare i problemi in attesa che le restrizioni rientrino e l’economia e la società possano, più o meno, tornare a vivere. Fare previsioni sulla durata e la “temperatura” di questo congelamento è complicato, ma già ora si fatica a immaginare quanto ancora possano andare in negativo i rendimenti. 

La questione per noi italiani è se dobbiamo gioire per il calo dello “spread” oppure se dobbiamo chiederci come mai, persino in una fase di interventi eccezionali delle banche centrali, il rendimento sia ancora anomalo rispetto a economie “equiparabili” e soprattutto sia così vicino a quello greco. Rispondere a questa domanda è fondamentale per capire cosa accadrà se e quando la politica monetaria verrà normalizzata oppure, nel caso europeo, se dovessero emergere frizioni tra gli Stati membri sui piani di rientro o sull’uso della moneta comune. 

Quello che è certo è che il mercato prezza un’eccezionalità rispetto a tutti gli altri Paesi membri e sostanzialmente continua a mettere l’Italia, solitaria e non più accompagnata da Francia, Spagna e Portogallo, in un gruppo a due con la Grecia. Questa è la notizia molto più che la compressione dello spread che si produce “in automatico” con le attuali politiche monetarie. In altre parole, il dato che dovremmo cogliere forse è un altro; perché l’Italia fa il paio con la Grecia? Perché continua a rimanere ben indietro sia a Spagna e Portogallo? 

Per rispondere a questa domanda dovremmo addentrarci nei dati che emergono dall’economia reale e nei “piani di rilancio” che il Governo sta valutando e chiederci cosa scontino veramente gli investitori avendo sempre ben in mente il contesto finanziario particolarissimo in cui si muovono i rendimenti delle obbligazioni statali. Queste riflessioni nel dibattito italiano oggi non hanno spazio perché oscurate dalla cronaca sull’evoluzione della pandemia. Non sappiamo quanto dureranno pandemia e restrizioni, ma si suppone che a un certo punto, o per i vaccini o per l’immunità di gregge, finiranno. A quel punto le domande che non ci stiamo facendo oggi saranno ineludibili e magari occuperanno la scena con la stessa imprevista velocità con cui l’ha occupata la pandemia.

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