L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 15 dicembre 2020

Gli USA non sono in grado di vincere una guerra, né convenzionale né nucleare contro due potenze alleate delle dimensioni della Russia e della Cina


13 Dicembre 2020 17:38
Pino Arlacchi - La NATO è un morto che cammina. Non ha la forza di muovere guerra a Russia e Cina

Pino Arlacchi

Tamburi di guerra sembrano rullare tra Bruxelles, Washington e Londra. Ci si prepara allo scontro con la Cina. Commissioni di esperti vengono create per riconfigurare la NATO in funzione della minaccia cinese. E in preparazione di una guerra che, statene sicuri, non ci sarà.

Autorevoli accademici ritengono ineluttabile una guerra tra Stati Uniti e Cina. Causa? Nessuna in particolare. La logica stessa della sfida lanciata da una potenza in ascesa alla potenza dominante condurrà, secondo loro, verso la contesa finale. È la cosiddetta “trappola di Tucidide”, l’autore del classico volume sulla guerra del Peloponneso: «Fu l’ascesa di Atene, e la paura che essa inspirò in Sparta, che rese la guerra inevitabile».

Bene. Siccome è noto che le città dell’antica Grecia combattevano guerre scriteriate, secondo questi illustri professori dovremmo ripetere anche noi, oggi, 2400 anni dopo, le stesse follie. Facendo magari la stessa fine della civiltà greca, autodistruttasi proprio per la sua incapacità di superare la guerra come valore e come strumento di risoluzione delle controversie.

Sembriamo correre, comunque, su un filo sottile. Ed è stato lo stesso presidente cinese a pronunciarsi sul tema. Durante una visita ufficiale negli USA, Xi Jinping ha dichiarato: «Non esiste oggi nel mondo una cosa chiamata “la trappola di Tucidide”. Ma se i maggiori paesi insistono per lungo tempo nel commettere errori di valutazione strategica, possono finire col crearsela da soli questa trappola».

Gli sventurologi di cui sopra trasformano questo cruccio di Xi Jinping in una sinistra certezza, ed espellono dal quadro delle valutazioni fattori di ordine generale che invalidano le loro previsioni, come il discredito totale della guerra e il parallelo progresso delle forze della pace che hanno impedito conflitti tra grandi potenze dopo il 1945.

E ignorano anche ostacoli più specifici. Il prof. Mearsheimer ha descritto in un saggio molto popolare i dettagli della guerra da lui immaginata tra Cina e Stati Uniti.

Lo scenario dipinto può sembrare plausibile, ma solo a patto di tralasciare l’evoluzione del sistema internazionale negli ultimi 75 anni, e di escludere dai calcoli una variabile cruciale: la prevedibile entrata in campo, in una improbabile terza guerra mondiale, della Russia a fianco della Cina, e il ruolo che assumerebbe in questa eventualità la Shanghai Cooperation Organization (SCO), l’alleanza economica e militare tra i paesi dell’ Asia centrale, l’India, il Pakistan, la Cina e la Russia.

L’alleanza militare sino-russa, ormai quasi formalizzata, rende ancora più remota la possibilità di un nuovo scontro planetario. Gli Stati Uniti, anche nel caso per nulla scontato di un coinvolgimento NATO, non sono abbastanza potenti da poter sfidare una coalizione russo-cinese affiancata da una SCO (anche priva dell’India).

Gli USA non sono in grado di vincere una guerra, né convenzionale né nucleare contro due potenze alleate delle dimensioni della Russia e della Cina. Le loro “capabilities”, cioè la combinazione di estensione territoriale, grandezza demografica, dotazione di risorse naturali, capacità produttiva, forza militare, stabilità politica oltrepassano di molto quelle degli Stati Uniti. Ed azzerano il potere di deterrenza di questi ultimi contro ciascuno dei due contraenti.
Gli strateghi del Pentagono e della NATO sono perfettamente coscienti di questa eventualità, e non premono per fare una guerra che non sono in grado di vincere. Ciò che conta in realtà per loro non è la guerra, ma la minaccia di essa. Hanno bisogno di tenere viva l’incombenza di un nemico credibile, che consenta di proteggere i loro budget e di perpetuare la loro sopravvivenza in un contesto in cui perfino il presidente francese, Macron, può affermare che la NATO è un morto che cammina.

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