L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 dicembre 2020

Il Bitcoin è stato sdoganato da PayPal. Ma Venezuela e Iran lo usano per il commercio annullando di fatto le sanzioni degli Stati Uniti e il sistema Swift

E il Venezuela usa Bitcoin per aggirare le sanzioni e importare beni da Iran e Turchia

E il Venezuela usa Bitcoin per aggirare le sanzioni e importare beni da Iran e Turchia
Inaugurato a fine novembre un primo centro militare per il "mining" della criptovaluta, repressa nel paese fino a qualche tempo fa.

di Giuseppe Timpone , pubblicato il 20 Dicembre 2020 alle ore 08:52


Bitcoin ai nuovi massimi storici. In settimana, ha superato la soglia dei 20.000 dollari e giovedì ha sfiorato i 23.700. Dall'inizio dell’anno, segna un roboante +220%. Ormai, la “criptovaluta” per eccellenza è nel mirino dei grossi finanzieri, che vogliono inserirla in portafoglio per partecipare almeno in parte ai guadagni a tripla cifra di questa fase. Da sempre un rifugio per i venezuelani in cerca di protezione del potere di acquisto, con il bolivar praticamente ridotto a carta straccia e neppure più adottato per gli scambi interni, sino a poco tempo fa l’esercito del regime “chavista” veniva spedito presso le abitazioni sospettate di essere centri di “estrazione” di Bitcoin. Nel 2017, ad esempio, scattarono diversi arresti a seguito dei blitz e i responsabili vennero accusati di danneggiare la rete elettrica nazionale, provocando numerosi blackouts.

Estrarre un Bitcoin da un blocco è un’operazione molto sofisticata sul piano informatico e richiede l’uso di PC potenti e di tanta energia elettrica. Ma in Venezuela, la corrente è quasi gratis, essendo sussidiata dallo stato. Per questo, il paese è stato sin dal primo boom della “criptovaluta” un luogo ideale per il “mining”. Oltre tutto, i venezuelani hanno da anni estremo bisogno di un asset che consenta loro di fare la spesa senza preoccuparsi che perda valore nel tragitto tra casa e supermercato. Addirittura, in questi anni numerosi giovani hanno dato una mano alle famiglie, partecipando ai giochi online sui social per incassare i gettoni virtuali, utilizzabili per acquisti in rete.
Il “mining” del regime per aggirare le sanzioni

Questa la situazione sino a qualche settimana fa.
Alla fine di novembre, il salto di qualità. Il regime di Nicolas Maduro non solo non contrasta più la produzione di Bitcoin, ma anzi ha fatto costruire un bunker fuori da Caracas, nella base militare di Fuerte Tiuna, in cui si estraggono monete digitali, avvalendosi di computer potentissimi, costati (pare) sui 20 mila dollari ciascuno. Il ricavato di questa produzione serve per autosostentare l’esercito e per importare prodotti dal Iran e Turchia, le due economie con cui il Venezuela sarebbe commercialmente a maggiore contatto in questo periodo, malgrado le sanzioni.

Sin dall’agosto del 2017, il Venezuela è sotto embargo dagli USA per le numerose e ripetute violazioni dei diritti umani. Non può né comprare e né vendere in dollari americani. A causa di ciò, Caracas non riesce più da oltre tre anni a pagare il suo debito estero. Negli ultimi mesi, diverse riprese via satellite hanno scoperto che, comunque, il regime riuscirebbe ugualmente ad esportare petrolio, avvalendosi di navi cargo iraniane. E la Turchia fungerebbe da “hub” per lo smercio di oro delle riserve ufficiali.

Non sappiamo cosa il Venezuela stia importando dai due paesi in cambio di Bitcoin, ma di certo lo stratagemma gli sta servendo per aggirare le sanzioni. E chi comprerebbe Bitcoin dall’esercito bolivariano? Con molte probabilità, coloro che devono riciclare denaro. I sospetti principali ricadrebbero sui narcotrafficanti. Lo stesso presidente Nicolas Maduro e parte del suo governo vengono accusati formalmente da Washington di essere a capo di un narco-stato. Queste operazioni starebbero ormai avvenendo alla luce del sole, con il regime a non farsi più alcuno scrupolo sulle modalità di accesso ai dollari. Non è un unicum nel mondo, se è vero che la Corea del Nord, anch’essa sotto embargo internazionale per le sue minacce nucleari, da anni venga sospettata di essere dietro un grosso giro di furti di Bitcoin, oltre che direttamente di denaro sui conti di svariate istituzioni. Per il resto, nulla di nuovo sotto il sole. In tutte le economie al collasso, caratterizzate da iperinflazione e cambio a picco, le “criptovalute” sono diventate un’alternativa sempre più diffusa tra la popolazione per sfuggire alla fame.

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