L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 dicembre 2020

Il cambiamento climatico potrebbe favorire la Russia

“Clima, la Russia può mettere all’angolo gli Stati Uniti”: l’impietosa analisi del “The New York Times” che accusa la Casa Bianca 

Alessandro Borelli
-19/12/2020


Se il neopresidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden non imporrà un’inversione di rotta alla politica americana in tema di ambiente e lotta al riscaldamento globale, gli USA rischiano di perdere, entro il 2080, una battaglia nella quale è in gioco anche la possibilità di esercitare una effettiva leadership negli scenari del mondo che verrà. E questo a tutto vantaggio della Russia, che non solo sta affinando le proprie capacità tecnologiche per la salvaguardia del clima ma potrebbe anche avere presto accesso ad aree del Paese attualmente impraticabili e ricche di risorse energetiche e materie prime. L’analisi, che getta una pesante ombra sulle potenziali conseguenze delle scelte del quadriennio di Donald Trump – culminate nell'uscita ufficiale, formalizzata il 4 novembre scorso ma annunciata già nel 2017, degli Stati Uniti dall’Accordo globale di Parigi firmato nel 2015 dall'allora numero uno della Casa Bianca Barack Obama -, è stata pubblicata in un lungo articolo del magazine del “New York Times”, firmato da Abrahm Lustgarten, ed evidenzia come “nessuna nazione al mondo risulta oggi in grado meglio della Russia di mettere a capitale gli esiti del cambiamento climatico”.

Il riferimento è, in particolare, al fatto che, per la fine del secolo, più di 5 milioni di chilometri quadrati di territori siberiani potrebbero diventare, con l’innalzamento delle temperature, coltivabili. Non solo: lo scioglimento dei ghiacci artici aprirebbe, secondo la climatologa Nadezda Tchebakova, nuove rotte di navigazione dall’Asia all’Occidente, “con significative ripercussioni pure sulle tratte che oggi coinvolgono l’Europa”. Certo, non è tutto oro quello che luccica: gli equilibri naturali della Russia sono fragili e l’ecosistema di alcune zone, se infranto, potrebbe avere gravi conseguenze sull’intero assetto planetario. Ma fa riflettere che, all’inizio di quest’anno, l’allora primo ministro Dimitrij Medvedev sia arrivato a prefigurare apertamente un piano nazionale per adeguare l’economia russa alle nuove opportunità delineate dagli scienziati: l’obiettivo sarebbe quello di fare passi ponderati rispetto alla valutazione dei rischi senza tuttavia rinunciare a priori alle occasioni che il futuro offrirà.

Benché il presidente Vladimir Putin sia apparso, a più riprese, maggiormente cauto – ancora ad ottobre, durante un intervento pubblico dalla tribuna del Valdai Discussion Club a Mosca, lo stesso Putin ha ricordato che il 65 per cento del territorio russo è costituito da permafrost e che qualsiasi drastico cambiamento comporterebbe effetti devastanti non solo sul piano economico – è di tutta evidenza che la competizione, sullo scacchiere internazionale in rapida trasformazione, non potrà esaurirsi nelle enunciazioni di principio. Di fronte alla Russia ci sono enormi possibilità di sviluppare tecnologie d’avanguardia tanto per preservare l’habitat quanto per gestirne le trasformazioni. Ci sono, insomma, enormi capitali da investire ma anche straordinarie ricchezze da mettere a frutto specialmente in un comparto, come l’agricoltura, in cui gli Stati Uniti stanno soffrendo proprio a causa dei fenomeni sempre più estremi che la deriva del clima determina.

“Per alcune nazioni – scrive dunque Abrahm Lustgarten nel suo reportage – il cambiamento climatico rappresenterà un’opportunità senza precedenti, poiché le regioni più fredde del pianeta diventeranno più temperate. Ci sono molte ragioni per pensare che tali aree riceveranno pure uno straordinario afflusso di persone che si sposteranno dalle zone più calde. La migrazione umana, storicamente, è stata guidata dalla ricerca della prosperità ancor più di quanto non lo sia stata dai conflitti. Con il cambiamento climatico, prosperità e abitabilità – rifugio e opportunità economica – diventeranno presto la stessa cosa. E nessun Paese potrebbe essere in una posizione migliore della Russia per capitalizzare tutto ciò”.

In un simile contesto, a quale ruolo possono ambire gli Stati Uniti? Secondo il NYT, per gli esperti dell’intelligence americana il quadro è chiaro, e oltremodo inquietante: “Alcune parti del mondo – si legge nell’articolo – potrebbero un giorno utilizzare gli effetti del cambiamento climatico come gradini di una scala verso una maggiore influenza e prosperità. E gli USA, nonostante la loro posizione geografica non sfavorevole, hanno maggiori possibilità di perdere che di vincere, anche perché molti dei loro leader non sono riusciti a immaginare la portata delle trasformazioni future”. E questo benché già nel 2014 il dipartimento della Difesa abbia bollato il problema dei mutamenti del clima come “moltiplicatore di minaccia”, indicandolo come possibile concausa del peggioramento degli standard di sicurezza del Paese.

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