L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 dicembre 2020

Il gioco dell'Oca nato nel 1995 dimostra il disastro combinato dal principio di regalare ai privati le industrie di stato e l'inadeguatezza di questi a mantenere in piedi una industria strategica, in questo caso l'acciaio, in quanto questi imbecilli pensano solo al profitto e non hanno una visione strategica di una paese e dimostra l'appecoramento di un certo modo di fare politica pensando sempre e soltanto ai voti delle elezioni

Con lo Stato l’Ilva può risorgere. A patto che… Parla Di Taranto

Di Gianluca Zapponini | 11/12/2020 - 


Lo storico ed economista a Formiche.net: basta con la vulgata che in uno Stato liberale e democratico non si può intervenire con la mano pubblica per salvare e rimettere in sesto un asset strategico. L’accordo di stanotte è valido e ben strutturato ma ora la sfida del mercato si gioca sulla sostenibilità e su un acciaio rispettoso dell’ambiente. Il Recovery Fund può aiutare…

Come nel gioco dell’oca, succede di tornare al punto di partenza. Magari a quel 1995, anno in cui lo Stato, fino a quel momento proprietario dell’Ilva, sorta sulle ceneri dell’Italsider, decise di vendere lo stabilimento al gruppo Riva. Era la fine di decenni di acciaio a produzione statale e l’inizio della progressiva ritirata della mano pubblica dall’industria (a stretto giro sarebbero arrivate le privatizzazioni di Alitalia e Telecom). Ora però, la storia si ripete, forse con qualche dubbio in più.

Nella notte, lo Stato è tornato a gestire l’ormai ex Ilva (dal 2018 lo stabilimento più grande d’Europa è in mano al gruppo franco-indiano Arcelor Mittal, dopo l’addio dei Riva in seguito alle inchieste). Poco prima della mezzanotte è stato firmato l’accordo tra Mittal e Invitalia, braccio operativo del Tesoro (100%), che ha sancito ufficialmente il ritorno dello Stato nell’acciaieria. L’accordo prevede un aumento di capitale di Mittal, per 400 milioni di euro che darà a Invitalia il 50% dei diritti di voto. Nel 2022 è programmato, poi, un secondo aumento, che sarà sottoscritto fino a 680 milioni da parte di Invitalia e fino a 70 milioni di parte di Arcelor Mittal. Al quel punto la società pubblica sarà l’azionista di maggioranza con il 60% del capitale dell’acciaieria. Un buon programma? Formiche.net lo ha chiesto a Giuseppe Di Taranto, economista, saggista e ordinario di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss.

Di Taranto, lo Stato ha rimesso un piede nella grande industria italiana. Le chiedo innanzitutto come valuta l’accordo di questa notte.

Positivamente. E valuto positivamente anche le ragioni che hanno portato a questo accordo. Questa operazione, che è a tutti gli effetti un’operazione industriale, ci dice essenzialmente una cosa. Che certe regole previste dai trattati Ue stanno perdendo forza e potenza. Mi riferisco alle norme sugli aiuti di Stato, previste da Maastricht.

Può spiegarsi?

L’ingresso dello Stato nell’ex Ilva dimostra che l’aiuto di Stato non è più un tabù. Il che è positivo perché stiamo assistendo a una progressiva sospensione delle regole europee. Anche lo stesso Patto di Stabilità è stato accantonato, per il momento. Il che apre la strada a un ripensamento generale di certi vincoli. Fatta questa premessa, l’accordo di questa notte è decisamente positivo.

Che cosa la convince?

Innanzitutto verrà ripresa in mano un’industria storica, al fine di rimetterla in sesto. Lo Stato in questi anni ha perso molti miliardi e credo sia arrivato francamente il momento di recuperarli. Il piano industriale che segue l’accordo, è valido nei limiti in cui è attuabile. Entro il 2023 dovremmo avere un rientro dei lavoratori, circa 2 mila che, nel passaggio da Ilva in amministrazione straordinaria ad Arcelor, sono rimasti in carico alla prima con la promessa di reintegro in fabbrica. In più, una volta a regime, ovvero entro il 2025, l’accordo prevede di mantenere invariato il livello occupazionale con 10mila addetti di cui 8.200 solo a Taranto. Queste sono ottime notizie per i lavoratori e non è un caso che i sindacati abbiano applaudito a un ritorno dello Stato. In più mi sembra un’intesa al passo coi tempi.

Si riferisce agli aspetti ambientali del piano industriale? 

Assolutamente sì. Questo accordo prevede una elevata riduzione delle emissioni e dunque dell’inquinamento, a fronte di un aumento della produzione pari a circa 8 milioni di tonnellate. Questo è fondamentale, ma impone anche una domanda. La Cina per esempio produce acciaio ma di pessima qualità, ma visto che costa meno, conquista il mercato. Anche per questo Mittal è andata in crisi. Ora, c’è da chiedersi se sia meglio portare la produzione di Taranto a 8 milioni di tonnellate oppure lavorare di qualità, ristrutturando la produzione.

D’accordo, ma come la mettiamo con l’opinione internazionale? Voglio dire, uno Stato che esce dalla siderurgia e dopo 25 anni vi rientra, subentrando ai privati, dopo anni di incertezza e indecisione, che messaggio manda agli investitori?

Io credo che si cada spesso in una errata percezione. Si tende a pensare che l’intervento dello Stato nell’economia sia in realtà qualcosa di dannoso e di nocivo. Ma non è così. Una cosa è la collettivizzazione, come accade in Cina, un’altra un’intervento pubblico in un’azienda strategica e a rischio default. Rimessa in piedi l’azienda, a condizioni di mercato, nulla vieta allo Stato di uscire nuovamente e fare una seconda privatizzazione. Qui parliamo della salvezza di un asset, non di un esproprio in stile socialista.

Di Taranto, non è che le nazionalizzazioni stanno tornando di moda, forse fuori tempo massimo?

Non capisco perché in uno Stato democratico e liberale, come l’Italia, si cerchi di vedere a tutti i costi queste operazioni industriali come un qualcosa di socialista, anzi di comunista. Rimettere in sesto un’azienda, facendola tornare a camminare sulle sue gambe, non è qualcosa di anti-storico o obsoleto. Ma di molto ragionevole.

Il nuovo azionista ha una grande sfida dinnanzi. Riportare Taranto e la sua acciaieria ad essere un produttore competitivo nello scacchiere dell’acciaio. Come fare?

Il futuro è nella green economy, la partita si gioca lì. Servono tipologie di produzione che siano il più sostenibili possibile. Questo è l’obiettivo primario.

Una missione alla portata dello Stato italiano. O forse no…

Me lo auguro con tutto il cuore. E comunque, adesso arriveranno 209 miliardi di euro grazie al Recovery Fund, mi pare una leva. Mi spiego, una delle condizioni per l’accesso agli aiuti è la sostenibilità e il rispetto dell’ambiente. Di più, ci sono anche delle condizionalità in termini di attuazione: se un piano, un progetto, viene messo in dubbio dalla Commissione Ue, perché poco rispettoso dell’ambiente, l’erogazione dei fondi per quel progetto si blocca, sentito il parere del Consiglio Ue. Questo è un motivo sufficiente affinché lo stesso Stato-azionista si impegni con tutte le sue forze per un rilancio dell’ex Ilva in chiave esclusivamente green.

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