L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 dicembre 2020

Il Marocco è riconosciuto come proprietario delle terre del Polisario MA deve riconoscere che le terre di Palestina sono state rubate dagli ebrei sionisti

Marocco, Stati Uniti e Israele. Perché è giusto parlare di una svolta storica

Di Khalid Chaouki | 28/12/2020 - 


La decisione storica di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara è un cambio di passo da parte di Washington frutto di almeno tre anni di lavoro e di confronti tra Rabat e la Casa Bianca sotto la supervisione diretta del Re del Marocco Mohamed VI. Il commento di Khalid Chaouki

Lo scorso martedì 15 dicembre sulla scrivania del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Gutteres e del presidente del Consiglio di Sicurezza è arrivata la lettera ufficiale da parte degli Stati Uniti in cui l’amministrazione americana ha comunicato ufficialmente la decisione storica di riconoscimento della sovranità del Marocco sul Sahara. Nella comunicazione inviata dal rappresentante degli Usa alle Nazioni Unite Kelly Craft, si chiede inoltre di integrare il documento statunitense quale documento del Consiglio di Sicurezza.

Un passo storico per l’appunto che, dopo decenni di trattative purtroppo senza alcuno sbocco con il Fronte Polisario, hanno spinto il presidente uscente Donald Trump a riconoscere le ragioni storiche del Marocco e la soluzione pragmatica e lungamente rilanciata dalla diplomazia marocchina di “Regione con forte autonomia” per il Sahara nell’ambito della sovranità del Marocco.

Questo cambio di passo da parte di Washington è il frutto di almeno tre anni di lavoro e di confronti tra Rabat e la Casa Bianca sotto la supervisione diretta del Re del Marocco Mohamed VI come ha rivelato l’attivissimo ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita.

Un dossier, quello del Sahara, che ha rappresentato in particolare nelle ultime settimane elementi di forte preoccupazione a conseguenza della violazione da parte delle milizie Polisario dell’accordo di pace siglato sotto l’egida Onu con l’occupazione del valico strategico di Guegerat.

Questa azione illegale e provocatoria ha certamente contribuito a mostrare agli occhi dei maggiori osservatori internazionali la natura della formazione del Fronte Polisario, un gruppo di miliziani che per lungo tempo ha strumentalizzato le condizioni di una minoranza dei saharawi trattenendoli nei campi di Tinduf dietro la bandiera di rivendicazioni strumentali e senza alcuna prospettiva di sviluppo per la regione e per generazioni di saharawi.
Uno degli esempi lampanti di un cambio di passo internazionale rispetto alla questione del Sahara sono state le dimissioni rassegnate dal presidente dell’Intergruppo parlamentare europeo di sostegno del Polisario, il deputato social-democratico Joachim Schuster, che ha fortemente condannato la violazione del Polisario degli accordi Onu.

IL RILANCIO DEI RAPPORTI DIPLOMATICI TRA IL MAROCCO E ISRAELE

Un secondo segnale di evoluzione nella geopolitica dell’area magrebina e del Sahel è stata la decisione da parte del Marocco di riattivare i canali diplomatici con Israele grazie alla mediazione dell’amministrazione di Washington e al lavorio sotterraneo portato avanti da esponenti di spicco della numerosa e determinante comunità ebraica marocchina.

Un legame storico, quello degli ebrei marocchini con la casa reale marocchina, che è ben rappresentato tutt’oggi con la presenza tra i massimi consiglieri del Re Mohamed VI di Andrè Azoulay, ebreo marocchino, grande uomo di dialogo e padre dell’attuale direttrice dell’Unesco ed ex ministra della cultura francese Audrey Azoulay.

Non si tratta quindi di una “normalizzazione” dei rapporti con Israele ma di un riavvio delle relazioni tra i due Paesi, interrotti nel 2000 a seguito della crisi provocata dall’intifada. Una specificità del Marocco, nel quadro del cosiddetto “Accordo di Abramo”, che offre al Paese maghrebino un’occasione di giocare un ruolo importante nella soluzione della crisi israelo-palestinese per due ragioni specifiche: 1) il Re del Marocco presiede la Commissione Gerusalemme in seno alla Conferenza dei Paesi islamici; 2) la presenza in Israele di oltre 700mila ebrei marocchini tra cui numerosi membri del governo di Tel Aviv e nella classe dirigente israeliana in generale.
Condizioni per l’appunto particolari che, come anticipato in una recente telefonata tra il Re marocchino e Abu Mazen, spingeranno il Marocco a promuovere una soluzione di pace e verso la nascita di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano, come fra l’altro sancito ufficialmente di recente dalla Lega dei Paesi Arabi.

Va ricordato infine, dettaglio per nulla trascurabile, che il Marocco è un Paese governato da oltre 10 anni da una maggioranza capitanata dal partito della galassia islamista Giustizia e Sviluppo, il cui premier El-Othmani ha difeso pubblicamente la bontà della decisione di riaprire le relazioni con Tel Aviv sottoscrivendo in mondovisione il nuovo accordo di cooperazione con la delegazione israeliana.

Una nuova pagina di speranza alla fine di questo strano 2020 e che ci riserverà certamente parecchie sorprese nell’anno che sta per bussare alle nostre porte.

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