L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2020

Il problema non è l'Islam ma l'uso strumentale che si fa della religione e la Fratellanza Musulmana è maestra in questo gioco. Si ha la forza e la volontà per disvelare i veri obiettivi di questa organizzazione che si è posta l'obiettivo di entrare nei gangli più importanti di Euroimbecilandia e che fa riferimento in maniera esplicita alla Turchia e al Qatar e che è strumento nelle mani degli statunitensi e degli inglesi?

Lo Stato italiano avrebbe tutto da guadagnare a stringere un’intesa con gli islamici, ma se non avviene la colpa è anche loro

 12/12/2020 4:00:30 AM 

La moschea di Roma

In Italia c’è il Partito Anti-Islamizzazione (Pai) il cui scopo è quello di fermare la radicalizzazione dell’Islam. Nato nel 2017, il segretario è Stefano Cassinelli e vanta, sulla poltrona del presidente onorario, il volto noto di Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo con un passato da senatore nelle file di Forza Italia.

Convinto di superare lo sbarramento del 3% e di potere accedere al parlamento (cosa mai avvenuta) il partito vuole che l’Islam venga professato in modo accettabile e quindi compatibile con la Costituzione italiana. Non è un partito contro l’Islam, dice Cassinelli, ma contro l’islamizzazione. L’intenzione del Pai è di presentarsi alle prossime politiche e guarda alla nascente alleanza con la Lega Nord di Matteo Salvini.

Sulla propria pagina Facebook (con 24mila followers circa), il partito si definisce “lontano dalla tradizionale collocazione partitica di destra o sinistra”, ciò nonostante Il programma del partito è smaccatamente xenofobo e a suo modo disarticolato: si scaglia contro l’Islam, contro la classe politica e sostiene la necessità di fare dei blitz nelle scuole medie inferiori e superiori per somministrare test antidroga.

Il partito, a ottobre del 2017, ha anche organizzato il Burqa Day per lottare contro ogni forma di sottomissione (va anche notato che nell’organigramma del Pai non c’è un solo nome femminile), ricalcando il più celebre World Hijab Day, organizzato dal 2013 ogni primo febbraio, una protesta pacifica mondiale durante la quale si invita ogni donna nel mondo a indossare il Hijab per sperimentarne i significati reconditi.

Il Pai e le 24mila persone che ne seguono le gesta sono la pietra italiana incastonata nell’Islam, ora cerchiamo però di dare un senso o meno alla necessità di esercitare un’opposizione tanto esacerbata.

C’è davvero il rischio islamizzazione in Italia? C’è da “temere” l’avanzata dell’Islam? Per capirlo ci siamo rivolti al professor Roberto Gritti, docente in Sociologia dei fenomeni politici presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma.
La presenza islamica in Italia

Cominciamo dai freddi numeri:

«Ci terrei a distinguere tra musulmani e islamici, dice il professor Gritti, perché gli islamici sono coloro che praticano la religione islamica devotamente, mentre ci sono persone che vengono dai paesi musulmani e possono essere laici o agnostici. I musulmani in Italia – e non gli islamici – sono tra gli 1,7 milioni e i 2 milioni di persone, pari al 3 per cento della popolazione residente in Italia».

Difficile dire quanti musulmani abbiano passaporto italiano ma, nel 2015, la Fondazione Iniziative e Studi sulla Multietnicità (Ismu) ha stimato che almeno 900mila musulmani, residenti sul territorio, hanno passaporto italiano.

La religione islamico-musulmana, anche se non c’è il conforto dei numeri, è la terza religione per diffusione in Italia, come spiega il professor Gritti:

«La seconda religione in Italia è quella ortodossa, grazie alla presenza di rumeni e bulgari, più numerosi dei musulmani».

La prima religione, ça va sans dire, è quella cattolica. Va quindi sfatato il mito che quella islamica sia la seconda comunità religiosa il che, se non serve a cambiare la percezione che gli italiani hanno dei musulmani, disegna comunque una realtà leggermente diversa da quella immaginata.
La percezione

Quali sono i problemi più avvertiti dagli italiani rispetto alla presenza islamica sul territorio? Una domanda strettamente legata alla percezione che nasconde qualche sorpresa. Una ricerca Eurispes del 2018 dimostra che gli italiani sovrastimano sia il fenomeno dell’immigrazione sia quello della presenza di stranieri in Italia. Secondo la ricerca un quarto degli italiani (il 25,4%) crede che gli stranieri in Italia siano il 24% della popolazione. Soltanto un italiano su tre (il 31,2%) valuta correttamente la presenza di musulmani nello Stivale, ovvero il 3% della popolazione.

Spiega il professor Gritti che alle nostre latitudini le recriminazioni riguardano aspetti prettamente culturali e meno legati alla radicalizzazione:

«Il problema della percezione è molto grande. Il radicalismo da noi è un fenomeno molto marginale, restano incomprensioni in certi costumi più legati all’arretratezza culturale che a una religione, come i matrimoni combinati o la questione del velo laddove imposto e non è una scelta delle donne».

Questi i temi che creano attriti tra la popolazione indigena. Le comunità islamiche in Italia hanno a loro volta dei temi e delle richieste ma, delle grandi religioni presenti in Italia, l’Islam è l’unica che non ha raggiunto intese con lo Stato italiano:

«Un’intesa con lo Stato – continua il professor Gritti – garantisce un riconoscimento e non banalmente una quota delle tasse per finanziarsi. Intesa che non è stata raggiunta perché i gruppi che rappresentano l’Islam in Italia sono piccoli, poco rappresentativi e molto conflittuali tra di loro. Dall’altra parte c’è un pregiudizio statale».

Questo è un tema delicato e importante: piccoli gruppi che rappresentano poche persone e che sono in conflitto tra di loro (manca quindi una forma di associazionismo tangibile) e governi poco propensi a stringere la mano ai musulmani non coadiuva l’integrazione.

C’è quindi una corresponsabilità. E questo, conclude il professor Gritti, è un errore:

«Riconoscere le comunità islamiche in Italia dà anche maggiori possibilità di controllo e di gestione. In Francia, quando Nicolas Sarkozy era ministro degli Interni aveva detto di preferire moschee visibili piuttosto che occulte, delle quali è difficile avere notizie».

I musulmani chiedono una maggiore presenza di moschee: in Italia ce ne sono poche ufficiali, le altre sono cantine e negozi che diventano sale di preghiera. Tra i problemi pressanti c’è anche quello dei cimiteri; negli ultimi anni diversi enti locali stanno dedicando spazi cimiteriali dedicati ai musulmani i quali, a loro volta, devono però adeguarsi ai riti funerari cattolici.
La questione fondamentalismo

L’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), in conclusione di uno studio sul jihādismo autoctono in Italia, ha concluso: “Come in ogni altro paese europeo, la radicalizzazione d’ispirazione jihādista in Italia riguarda solo una frazione statisticamente insignificante della popolazione di fede musulmana. Ma il fenomeno in Italia sembra essere ridotto anche quando paragonato con altri paesi europei”.

Il Viminale però non intende ridurre lo stato di allerta, tanto più in un periodo sensibile come quello attuale, durante il quale i lockdown diventano momenti propizi per gli attentati terroristici, come è successo a Nizza e a Vienna, laddove entrambi gli atti fondamentalistici sono stati rivendicati dall’Isis.

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