L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 dicembre 2020

Il tradimento del corrotto euroimbecille Pd e di ordinaria amministrazione, come la costatazione che il M5S è un falso ideologico che ormai non ha più niente da spartire con gli interessi degli italiani. Mes= V I N C O L O E S T E R N O . Così potranno continuare a dire lo vuole l'Europa, omettendo che sono stati loro a votarlo, a volerlo!

Tutti i traccheggiamenti del governo sul Mes

7 dicembre 2020

Mes e governo: quand’è il momento giusto per dire no? L’approfondimento di Giuseppe Liturri

“Ora non è il momento, più tardi”. Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l’infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita immancabilmente da “ormai è troppo tardi”, quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento.

Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l’Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal Compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, l’approvazione del Trattato del Mes, il cosiddetto Two-Pack (che blinda il percorso per l’approvazione della legge di bilancio) ed il bail-in, sempre ricevendo lo stesso trattamento.

La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell’opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell’Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all’Euro Summit o al Consiglio Europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli.

Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell’Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni a proposito dell’approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell’Europarlamento: “…Che cosa poteva succedere all’Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell’Italia in quel momento c’era una situazione quasi degasperiana”.

Saccomanni terminò dicendo che “…si era in una situazione in cui non c’era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…”.

Peccato che, al termine di quell’Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: “con l’Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso”. Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l’indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi.

L’ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che “se l’Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l’Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario”.

Siamo ad oggi ed abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della solita miscela di bugie, ambiguità ed arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato esattamente come il bail-in sta alle banche. Uno strumento per la gestione “ordinata” delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole “salvare”.

Ritroviamo quella mistura nelle parole del Presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo ed arrogante di “ora inizia la ricostruzione nel segno dell’Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes” (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che “abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma”. Omette “solo” che era lui il Premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all’Euro Summit del 21 giugno 2019 a “proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale”. Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato del Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell’Unione Bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Eu (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni, Conte al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata, almeno fino a quando non viene approvato il NgEU, se non proprio anche il completamento dell’Unione Bancaria che promette altri danni per noi. Altrimenti, delle due l’una: o ha mentito agli italiani ed al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo ed approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione?

Sostenere che “continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS)” – dimenticando però che il comunicato dell’Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno ad un “trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari” – significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Sappia che non funziona più, non siamo più bambini.

(Versione integrata e aggiornata dell’articolo pubblicato su La Verità)

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