L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 30 dicembre 2020

La moneta digitale è un ulteriore tassello per la demolizione del dollaro e non solo, sulle transazioni

La crociata del governo cinese contro Jack Ma e Alibaba? Uno ‘stress test’ per il controllo del monopolio monetario, in vista dello yuan digitale

30 dicembre 2020

Jack Ma, fondatore di Alibaba Group. Wang He/Getty Images

Nel 2028 la Cina supererà gli Usa e diventerà la prima economia del mondo con cinque anni di anticipo rispetto alle previsioni, un colpo di reni paradossalmente reso possibile proprio dal Covid e dalla reazione messa in campo dalle autorità per sconfiggere la pandemia.

Fin qui, la notizia che ha fatto sensazione. Ma in questi giorni il Dragone è finito sotto osservazione di molti analisti per un’altra dinamica in atto, strettamente correlata ma dissimulata dalle molte “incrostazioni” ideologiche che spesso e volentieri tendono ad amplificare i connotati socio-politici delle mosse di Pechino e sottostimarne invece il riflesso economico-finanziario. Globale.

Alla base della rinnovata attenzione c’è la crociata delle autorità contro Jack Ma e Alibaba, finiti pesantemente nel mirino con l’accusa di posizione dominante del mercato. Di fatto, un Paese comunista cui gli Usa si rifiutano di riconoscere lo status di economia di mercato lancia un’azione anti-trust senza precedenti. Anche e soprattutto negli Stati Uniti, dove la regolamentazione del settore è a dir poco farsesca, come mostra il grafico e spiega di per sé la natura di molti record recentemente battuti dal Nasdaq.

Bank of America

Davvero Pechino, epicentro del concetto di capitalismo pianificato e centralizzato, intende perseguire chi ne seguirebbe l’esempio – almeno stando alle accuse – in ambito privato? Non del tutto. E non soltanto per la reazione del mercato. Dopo due giorni da incubo, in cui il titolo di Alibaba ha collezionato prima un -18% senza precedenti e poi un altro -8%, il titolo facente capo a Jack Ma è infatti rimbalzato nella seconda seduta della settimana, mettendo a segno un robusto +5,24%, anche a fronte di un aumento esponenziale dei buybacks annunciati (da 4 a 10 miliardi di controvalore).

Come leggere allora l’accaduto? Un segnale. Anzi, qualcosa di più: uno stress test di sistema.

A mettere la questione in prospettiva più semplice e intuitiva ci pensano questi due grafici , i quali ci offrono una visione d’insieme. La due giorni di tonfi a cavallo del weekend natalizio, infatti, non ha riguardato solo Alibaba – la quale ha perso 270 miliardi di capitalizzazione dal picco di ottobre – ma l’intero comparto tech del Dragone, martellato dalle vendite di massa.

Bloomberg

Il conglomerato di Jack Ma e i suoi tre principali concorrenti a livello di market cap – Tencent, Meituan e JP.com – hanno visto polverizzarsi qualcosa come quasi 200 miliardi di dollari in due sedute. A detta di molti analisti, quindi, l’accelerazione di Pechino a livello di regolamentazione sarebbe di fatto una sorta di richiamo all’ordine per soggetti cresciuti troppo in fretta ed eccessivamente propensi alla finanza creativa, termine inteso non nell’accezione ruspante di Fausto Tonna ma con forte aderenza al concetto di fuga di capitali.

Il secondo grafico però svela un azzardo, quantomeno formale. I grandi nomi che la mossa delle autorità ha esposto al mercato sono gli stessi che con i loro capitali hanno permesso la fioritura record di start-up in Cina, il volano di capitale di un settore che sta diventando sempre più esorbitante e in netta concorrenza con il Nasdaq.

Bloomberg

Non a caso, i medesimi regolatori che oggi minacciano inquisizioni contro Alibaba, negli scorsi mesi hanno spinto per la riforma storica di Chinext, la piattaforma di negoziazione lanciata lo scorso agosto come diretto concorrente proprio dell’indice tech Usa.

Insomma, apparentemente Pechino starebbe sparandosi nel piede. Ma a offrire una diversa chiave di lettura ci pensa questo altro grafico, il quale mostra come lo scorso 25 novembre, dopo settimane di drenaggi di liquidità dal mercato che avevano fatto pensare a un’ulteriore stretta creditizia voluta da Xi Jinping, la Banca centrale cinese (PBOC) abbia cambiato direzione di marcia e iniettato nel sistema oltre 500 miliardi di dollari in prestiti a medio termine.

Bloomberg/Zerohedge

Di fatto, ossigeno.

E se i recenti default su bond corporate on-shore avevano fatto pensare a un intervento tampone di stampo emergenziale, oggi la tenuta del mercato azionario cinese a fronte dei tracolli dei suoi cavalli di razza sembra suggerire una diversa strategia. Pechino avrebbe appunto dato vita a uno stress test di sistema, preparando lo stesso allo shock attraverso un cuscinetto di liquidità e lasciando poi che gli investitori ne testassero la tenuta. Esame superato, poiché i risultati da incubo in cui è incorso il comparto tech non hanno trasportato in territorio di profondo rosso gli indici in generale.

E alla luce della regolamentazione ridicola del settore tech negli Stati Uniti e dei primi tremori inviati proprio dal Nasdaq dopo l’elezione di Joe Biden, Pechino parrebbe aver inviato un segnale politico chiaro non solo a Washington ma al mondo intero, consessi internazionali come Wto e Fmi in testa. Della serie, se c’è qualcuno che ha problemi con il concetto di monopolio e dissimula per evitare di mostrare la nudità del Re tecnologico, questo non è il mercato azionario cinese.

Vero? Ovviamente, no. La Cina ha infatti basato la sua esplosione finanziaria su sistema bancario ombra, impulso creditizio e bolla retail, ben prima che queste “strategie” venissero sdoganate globalmente dai cicli di Qe sorti dalle ceneri di Lehman Brothers.

Da questo punto di vista, Usa ed Europa sono dei novellini che ancora hanno molto da imparare. E se il fatto che, in concomitanza con i crolli di Alibaba e soci, proprio il Nasdaq abbia sfondato un nuovo record lascia spazio all'interpretazione meramente politica del segnale voluto inviare da Pechino, stante l’assenza di effetto contagio, questo ultimo grafico, offre un’altra chiave interpretativa dello stress test posto in essere.

Goldman Sachs

In contemporanea con l’offensiva regolatoria sui propri golden boys tecnologici, la Cina ha infatti innescato la grancassa mediatica relativamente a un altro risultato destinato a giungere in anticipo sulle previsioni: il lancio operativo entro il mese di aprile della propria valuta digitale (DCEP, Digital Currency Electronic Payment o CDBC, Central Bank Digital Currency), al momento già in fase sperimentale nella città di Suzhou.

E che la battaglia in tal senso sia di quelle feroci, lo dimostrano sia la febbre da Bitcoin che sta caratterizzando questa fine anno sul mercato, sia la reazione sarcastica del Wall Street Journal alle interpretazioni dell’evento offerte dalla stampa cinese. Il quotidiano finanziario Usa, infatti, ha relegato la mossa a un qualcosa che si sostanzierà unicamente in un diverso modo di elargire i premi delle Lotterie nazionali, mentre in contemporanea il South China Morning Post parlava addirittura di passo epocale destinato a sancire definitivamente il ridimensionamento del ruolo globale del dollaro e a porre fine alla sua trappola sul debito estero. Contrapposizione politica, ovviamente.

Ma un paio di particolari rendono l’accelerazione di Pechino verso la digitalizzazione monetaria della società un qualcosa cui prestare attenzione. Primo, proprio la strumentalità in tal senso della crociata contro Alibaba. La Pboc, infatti, starebbe applicando in maniera preventiva e tutt’altro che simbolica il principio maoista del Colpirne uno per educarne cento. Ciò che preme, infatti, paradossalmente è rafforzare il proprio monopolio monetario utilizzando a tal fine la dissimulazione di un provvedimento anti-trust. Pechino teme che servizi come WeChat e AliPay possano infatti penetrare nel sistema di pagamenti cinese, di fatto privatizzandolo in parte: praticamente, la neve nel deserto. Ecco quindi che l’attacco frontale contro le “distorsioni di mercato” poste in essere da Jack Ma attraverso la Ant Financial – il blocco della cui IPO oggi assume contorni differenti – diviene monito per tutti i soggetti privati con mire iconoclaste da business model: il monopolio monetario in Cina è come i fili dell’alta tensione. Chi lo tocca, muore. Il tutto con un obiettivo decisamente di alto livello: raggiungere il prima possibile il traguardo delle 300.000 transazioni al secondo, al fine di implementare il proprio sistema di pagamento digitale non solo attraverso una tecnologia di blockchain in senso stretto ma anche con una funzionalità peer-to-peer che risulti utilizzabile persino senza Internet. Di fatto, la chiave per la diffusione nella Cina rurale.

E se il controllo pressoché distopico delle transazioni garantite dallo yuan elettronico viene visto da Pechino come fondamentale per la lotta alle fughe di capitale e all’operatività estera di soggetti privati interni, il secondo particolare che tradisce un impegno da svolta epocale è il fatto che nelle intenzioni di governo e Pboc lo sviluppo dell’utilizzo della moneta digitale debba correre di pari passo sia in patria che in quelle aree dell’Africa a maggiore presenza e influenza cinese: di fatto, tagliare fuori il dollaro (ma anche l’euro, divenuto proprio quest’anno valuta benchmark nel commercio petrolifero fra Russia e Cina) dai rapporti commerciali con quelle che, alla prova dei fatti, appaiono sempre più “colonie“. Insomma, le pratiche monopolistiche di Alibaba sono in realtà l’ultima preoccupazione di Pechino. Al centro di tutto, solo un enorme ed epocale stress test. Cui l’Occidente, ora, dovrà giocoforza rispondere. Come in un Risiko.

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