L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 dicembre 2020

La storia siamo noi

La storia siamo noi. Appunti dal Sahel

di Mauro Armanino
26 novembre 2020

Niamey, 8 Novembre 020. …’Hanno voluto convertire l’uomo africano, hanno voluto farlo a loro immagine, credevano di avere tutti i diritti, hanno creduto di essere più potenti degli dei dell’Africa, più potenti dell’anima africana, più potenti dei legami sacri che gli uomini avevano pazientemente intessuto per millenni con il cielo e la terra d’Africa, più potenti che i misteri che arrivavano dal profondo del tempo. Hanno avuto torto’… Era il 27 luglio del 2007 quando l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy pronunciava queste parole a Dakar, nel Senegal. Sì, perché la vera storia siamo noi. Noi che anneghiamo nel Mediterraneo e ci perdiamo nel deserto del Sahara prima ancora di arrivare dove neppure sappiamo di essere accettati. Noi, fratelli gemelli della sabbia alla quale torniamo volentieri dopo aver vissuto su questo pianeta di Terra. Noi del lavoro informale e apprendisti permanenti senza contratto scritto con la vita. Affaccendati ad organizzare il tempo che pensa sempre di andare da un’altra parte per sentirsi a suo agio e poi tornare volentieri dove era partito senza documenti di identità.

Noi, classificati irregolari, clandestini, illegali ma soprattutto umani, che diventano d’improvviso fautori di nuove frontiere di umanità eguale per tutti. Noi qui, tra pace precarie e incertezze costanti, traghettatori del nulla e inventori di destini mai realizzati. Noi, pazienti tessitori di un presente che arriva quasi sempre in ritardo. Noi, ospiti di un Continente disegnato per secoli e millenni presi in prestito e mai rimborsati per distrazione. Noi, né peggiori né migliori di altri, noi, vulnerabili voci e corpi di vento.

…’tra loro c’era gente cattiva ma anche gente di buona volontà, uomini che credevano di realizzare una missione civilizzatrice, uomini che credevano di fare il bene. Credevano di portare la libertà e creavano l’alienazione. Erano convinti di spezzare le catene dell’oscurantismo, della superstizione e della schiavitù. Creavano invece catene ben più pesanti perché a trovarsi in schiavitù era l’anima. Credevano di dare amore senza vedere che essi invece seminavano la rivolta’… (Sarkozy, 2007, Dakar).

Noi che per viaggiare dobbiamo prima chiedere il permesso e solo quando stiamo per sparire esistiamo come uomini sulla Terra. Noi, non solo zavorra da buttare quando affonda la nave. Noi che troviamo un farmaco quando arriva l’Ebola, l’AIDS, la Polio, il Covid, la Malaria, la Tubercolosi e quant'altro di malattie si possano immaginare. Fabbrichiamo pozioni e ci mettiamo d’accordo con gli spiriti degli antenati del luogo per arrangiare le cose. Neppure la fame e le carestie ci fermano, seppur dolorosamente presenti in tutto ciò che vorremmo realizzare. Noi qui abbiamo capito come funziona la globalizzazione, il capitalismo, il neoliberalismo, il comunismo e financo un socialismo dal volto umano. Noi che abbiamo una democrazia di sabbia che funziona per i potenti di turno e ci rivoltiamo quando siamo stanchi per la loro arroganza. Noi qui, senza misura, sconfinati come la polvere che ci arriva in questi giorni dal deserto e dipinge di nulla il paesaggio.

…’Il dramma dell’Africa è che l’uomo africano non è sufficientemente entrato nella storia. Il contadino africano che, da migliaia di anni, vive con le stagioni e il cui ideale di vita è quello di essere in armonia con la natura, non conosce altro che l’eterno ricominciare del tempo ritmato dalla ripetizione senza fine degli stessi gesti e delle stesse parole. In questo immaginario nel quale tutto ricomincia sempre, non c’è spazio né per l’avventura umana né per l’idea di progresso’…(Sarkozy, 2007, Dakar).

La storia vera siamo noi, che andiamo, torniamo, rischiamo, vibriamo con la vita e giochiamo col destino. La storia siamo noi, perduti e ritrovati ogni giorno anche quando la sorella morte si avvicina. La storia siamo noi perché gli schiavi ormai liberi stanno insegnando ai liberi diventati schiavi della paura del dio denaro. La storia siamo noi perché le donne hanno formato una catena di mani, grembi e parole per regalare a tutti quel mondo nuovo che solo i poveri sanno vedere.

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