L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 dicembre 2020

L'incauta Australia asservita all'ideologia statunitense paga pegno

Covid e dazi, Australia schiacciata dalla dipendenza commerciale con la Cina

Canberra, ai ferri corti con Pechino, primo partner commerciale, rischia di pagar cara la dipendenza cinese con un taglio del 6% del Pil

di Rita Fatiguso
9 dicembre 2020

 
Illustrazione di Andrea Marson/Il Sole 24 Ore

“Mai mettere le uova nello stesso paniere”. Harry Markowitz, premio Nobel per l'economia, ha teorizzato il principio in base al quale una corretta asset allocation, vale a dire la ripartizione degli investimenti tra diverse tipologie di titoli, contribuisce a massimizzare il profitto diminuendo, nel contempo, i rischi. Tutto chiaro, no?

L'Australia, terra ricca di materie prime, non ha studiato la lezione di Markowitz. Ma è diventata un prezioso case study perché, tra le economie più sviluppate al mondo, Canberra vanta anche il più alto livello di dipendenza da Pechino.

Legando oltre la metà del suo export a doppio filo con una Cina avida di materie prime, ha creato le premesse per finire, un giorno, ostaggio di Pechino e del suo fiume di denaro. Quel giorno è arrivato e, adesso, liberarsi dalle spire del drago cinese non sarà così facile per gli aussie. Nonostante la legge appena varata dal Parlamento federale che introduce il diritto di veto sulle acquisizioni straniere.

Il cortocircuito Covid-19

Tutto inizia un anno fa, quando il primo ministro Scott Morrison chiede un'inchiesta internazionale indipendente sulle vere origini dell'epidemia di Covid-19. La reazione delle autorità cinesi è fulminea e l' attacco concentrico: cotone, latte, vino, acciaio, cotone, orzo, legno, aragoste, perfino lo scambio di studenti, insomma l'immensa riserva di “uova australiane nel paniere cinese” finisce nel tritacarne, utilizzato come grimaldello perché il Paese scenda a più miti consigli e porga le scuse per aver solo concepito l'idea del “virus cinese”.

I dazi stellari

Scott Morrison ha dovuto incassare uno stratosferico aumento dei dazi sul vino pari al 200% e ha accusato i cinesi di “coercizione economica”. Un esempio? I vini australiani più pregiati, Penfold, Wolf Blass, Rawson's Retreat dipendono al 60% dalle importazioni cinesi.Le ultime schermaglie con Pechino, tra tweet irrispettosi e anatemi lanciati dai “lupi guerrieri” della diplomazia cinese tanto cari al presidente Xi Jinping, hanno raggiunto vette inimmaginabili soltanto qualche tempo fa.Canberra, ormai nel pieno di una faida a metà tra ideologia e geopolitica, rischia di pagare cara questa strategia a senso unico con una perdita stimata del 6% del Pil.

La crisi diplomatica si è aggravata e le tensioni si sono scaricate sul versante politico. Nelle ultime settimane Pechino ha imposto anche blocchi di fatto alle importazioni, il ministro Wang Yi, in visita in Giappone, ha ricordato agli australiani che oltre l'80% delle merci esportate in Cina non è conforme alle regole.Per solidarietà politica, Taiwan ha promesso di brindare con vino australiano.

Roghi, pandemia e Cina

Dodici mesi infernali, in cui ai roghi e alla pandemia si è aggiunta la guerra commerciale con la Cina. E lo squilibrio dei pesi in campo è stato usato come grimaldello per costringere Canberra a venire a più miti consigli, a chiedere perdono, in ginocchio. Pechino ha perfino scoraggiato turisti e studenti dal visitare l'Australia. Ha sospeso le importazioni di carbone.

Il mese scorso ad alcuni cotonifici cinesi è stato suggerito di smettere di acquistare la fibra australiana. Il 94% delle aragoste (valore 527 milioni di dollari, dato 2018-19) prende la strada della Cina, i crostacei, vivi, vengono trasportati sul ghiaccio per essere consumati entro 72 ore dalla partenza dall'Australia se non entrano nelle vasche di contenimento in Cina. I doganieri cinesi qualche settimana fa hanno ritardato l'accesso anche alle aragoste con il pretesto di controlli sanitari rafforzati.

La ciambella della Brexit

Non c'è più tempo per sfilarsi dal vortice di tappeti rossi srotolati per un decennio ai piedi dei governi australiani nella Great Hall of People, non importa se laburisti o conservatori. Canberra ha firmato una montagna di contratti e accordi.Perfino la ciambella di salvataggio lanciata dall'ex primo ministro australiano - tra il 2013 e il 2015 – Tony Abbott rischia di essere inutilizzabile.

Abbott è stato nominato dal premier Boris Johnson consigliere non retribuito del Board of Trade britannico con il compito di raccogliere il sostegno internazionale per l'agenda Global Britain post-Brexit.Sfidando le accuse di essere in potenziale conflitto di interessi, l'indomito australiano ha detto di puntare a un accordo Australia-Regno Unito come regalo di Natale in vista della Brexit.

Promessa snobbata dal Dipartimento per il commercio internazionale, che punta, invece, a un accordo con gli USA. “Idealmente un accordo tra Gran Bretagna e Australia – rintuzza Tony Abbott - non comporterebbe tariffe, quote, prevedendo il più completo riconoscimento reciproco possibile di standard e qualifiche e il più libero movimento di persone per la ricerca di un lavoro ben retribuito”.

In pochi ci credono, meno che mai gli agricoltori britannici che considerano i colleghi australiani pericolosi al pari di quelli americani, troppo disinvolti sugli standard di qualità. Trovare un altro paniere per applicare la lezione di Markowitz è più difficile che mai.

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