L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 dicembre 2020

L'informazione che non informa e che depista dalla realtà che stiamo vivendo. La distruzione di merci, uomini, mezzi di produzione e capitali sta interessando solo l'Occidente mentre la Cina e il resto del mondo è in agguato per vedere quante storture riescono a fare con il covid/lockdown/coprifuoco. Nell'economia Occidentale avremo fallimenti certi e a catena e potrebbe mancare l'OFFERTA che in presenza di una massa di moneta in circolazione potrebbe creare inflazione ma abbiamo l'altra faccia della medaglia che con le sue industrie intatte è pronta a inondare i mercati con le sue merci da eliminare accenni inflazionistici. Per quanto riguarda la stagnazione secolare verrebbe a cadere in quanto è proprio la ricostruzione del tessuto industriale, su basi ecologiche, che la combatterebbe e per cui è stato studiato e implementato il Grande Cambiamento Occidentale. Qualche problema ci potrebbe essere per l'OFFERTA alimentare ma decisamente in maniera relativa. L'albero della storia è sempre verde

Occhio, la stagflazione è in agguato. Pennisi spiega perché

Di Giuseppe Pennisi | 19/12/2020 - 


Governi e banchieri centrali potranno trovarsi alle prese con un fenomeno che non hanno conosciuto e che da anni nei manuali di economia occupa poco più di una nota a piè di pagina. Da Formiche.net, getto un sasso nello stagno. Nella speranza di aprire un dibattito

C’è un pericolo in agguato, anche se nessuno (o quasi) ne parla: il ritorno nella seconda parte del 2021 o nel 2022, di un vecchio avversario nelle economie occidentali, la stagflazione, la miscela esiziale tra inflazione e stagnazione.

Chi ha studiato economia negli anni Ottanta del secolo scorso ricorda che il tema occupava uno o due capitoli dei manuali universitari dell’epoca, a ragione, principalmente, dell’esperienza avutasi nella seconda metà degli anni Settanta, dopo la crisi petrolifera del 1973 ed il crollo del sistema monetario internazionale ancorato al dollaro Usa (a sua volta con un nesso con l’oro) nel ferragosto 1971. Furono anni difficili, in cui l’aumento dei prezzi ed in parallelo la stagnazione dell’economia crearono disagio e tensioni sociali.

Questa volta le determinanti appaiono differenti. Da un lato, le previsioni economiche indicano concordemente una ripresa molto lenta: per l’Italia (e per gli altri maggiori Paesi dell’Unione europea-Ue) si dovrà attendere almeno sino a fine 2023 per tornare ai livelli di produzione, di reddito e di consumi di fine 2019. Da un altro, la storia economica ci insegna che al termine di una pandemia si verificano aumenti dei prezzi, anche e soprattutto per strozzature dal lato dell’offerta mentre la domanda tenta di tornare ai livelli di consumo che precedevano la calamità. L’ufficio studi della Bank of England ha condotto una ricerca in cui conclude che un anno dopo la fine della pandemia si è di solito in inflazione. Un aumento rapido dei prezzi si verificò dopo la “peste nera” del tardo Medioevo: carenza di beni essenziali e corsa all’accaparramento. Un lavoro di Robert Barro e di suoi colleghi dell’Università di Harvad ha studiato meticolosamente l’inflazione che ha fatto seguito alla influenza “spagnola” del 1918-20 e che è stata una delle determinanti dell’avanzata di movimenti autoritari in numerosi Paesi europei.

A queste determinanti, per così dire, “congiunturali”, si sommerebbe una determinante “strutturale”, analizzata da Charles Goodhart nel saggio The Great Demographic Reversal scritto con Manoj Pradhan. Secondo Goodhart, noto soprattutto per i suoi studi di economia monetaria, l’inflazione non sarebbe stata domata dall’abilità dei banchieri centrali ma dallo spostamento della produzione di manifatturiera verso aree (principalmente la Cina) caratterizzate da popolazione giovane, addestrata e disposta a lavorare a bassi salari. Ora “la pacchia” è finita a ragione, da un lato, dell’invecchiamento della popolazione anche in Estremo Oriente e della richiesta di remunerazioni più alte e di una rete di protezione sociale.

Governi e banchieri centrali potranno trovarsi alle prese con un fenomeno che non hanno conosciuto e che da anni nei manuali di economia occupa poco più di una nota a piè di pagina. Da Formiche.net, getto un sasso nello stagno. Nella speranza di aprire un dibattito.

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