L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 dicembre 2020

L'Italia non sa dire di no anche contro i suoi interessi è succube di Euroimbecilandia, il corrotto euroimbecille Pd è stato il vassallo che ha permesso di accettare l'inaccettabile

Esercizio provvisorio, tutta colpa di Ungheria e Polonia? La versione di Polillo

Di Gianfranco Polillo | 02/12/2020 - 


I due Paesi che bloccano l’approvazione del bilancio europeo (e quindi dei fondi del Recovery Fund) non sono gli unici responsabili dello stallo. Senza i Paesi frugali non avrebbero potuto agire. Inoltre, spetta davvero all’Europa dare patenti di democrazia, come se si potesse esportare? L’analisi di Gianfranco Polillo

La deadline è prevista per il 7 dicembre. Trascorsa inutilmente quella data, senza che si sia raggiunto un accordo nella cosiddetta “procedura di riconciliazione”, scatterà, in Europa, l’esercizio provvisorio. Sarebbe la prima volta in 30 anni di storia. Sul piano operativo una simile eventualità comporterebbe una forte limitazione delle possibilità di spesa. Le risorse potrebbero essere utilizzate solo in dodicesimi. Ma sulla base del vecchio quadro economico-finanziario. Quindi nel rispetto delle vecchie priorità e con sofferenza dei nuovi programmi d’intervento, appena individuati. Tanti fondi per l’agricoltura, quindi. Ma poca roba per sviluppo, innovazione tecnologica, ricerca e così via. Si ritiene che le conseguenze ultime sarebbero valutabile in una perdita complessiva di circa 25/30 miliardi. Stima del Financial Times, non avallata dai responsabili europei.

Altra conseguenza: il ritardo nell’erogazione dei fondi del Recovery Fund. L’avvio di quel programma era previsto per il primo semestre del 2021. Bene che vada, scatterà nei sei mesi successivi. Per l’Italia un danno non da poco. Finora, infatti, il governo italiano, con la sua caotica legislazione anti Covid, ha contratto impegni finanziari, per il triennio 2020-2022, pari a 200 miliardi e 245 milioni, cui sommarne altri 16 dell’ultimo decreto legge (“Ristori quater”). Ben oltre i 208,8 miliardi della Next Generation Ue. La maggiore spesa o le minori entrate sono state, tra l’altro, finanziate per oltre 60 miliardi a valere sui Fondi del Recovery per 27 miliardi e per la restante parte (33,4 miliardi) sule maggiori entrate, derivante dalla più robusta crescita dei prossimi anni. Ipotesi che sta in piedi solo grazie ai fondi europei, erogati con la necessaria tempestività.

Ed ecco allora che il termine deadline risulta particolarmente appropriato. Nel linguaggio comune: scadenza. Ma letteralmente: linea della morte. Che non sarà tale per l’Ue, ma certamente l’inizio di una lunga crisi dagli esiti imprevedibili. Colpa dell’Ungheria e della Polonia soltanto? Per la verità il puzzle è ben più complicato. Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki, rispettivamente a capo dei due Paesi, non avrebbero opposto il loro veto, senza il benign neglect (benevolo disinteresse) dei Paesi frugali (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia). I quali, pur non avendo foraggiato i “populisti”, hanno indubbiamente, contribuito a creare un clima propizio ad ulteriori divisioni.

C’è stato poi, ma forse questo è ancora l’elemento determinante, l’errore di aver mescolato fanti e santi. La pretesa, da parte del Parlamento europeo, di dare le patenti. Di stabilire i confini della democrazia e quindi di decidere chi era dentro e chi fuori. Cosa, giusta in astratto, ma spesso foriera di determinare quell’eterogenesi dei fini, che si è vista in tante parti del mondo. Basti pensare all’Iraq di Saddam Ḥussein e alle pretese di George Bush di esportare quel sistema, come se si trattasse di una lattina di coca-cola. Che questo sia avvenuto negli Usa è anche comprensibile, ma che avvenga nella patria di Emmanuel Kant – il “legno storto” – è francamente inconcepibile.

Questo significa forse eccedere nel “relativismo etico”? Lottare contro le forme di oppressione è cosa necessaria e giusta. Ma va fatta con intelligenza. Soprattutto sostenendo chi, all’interno dei Paesi dominati dagli autocrati, si batte per le forme di partecipazione democratica e la difesa delle grandi libertà. Ma pensare di sostituirsi a queste forze endogene, per far calare dall’esterno il verbo della nuova novella è solo una sciocca presunzione. Si trascura, infatti, che quel passaggio è destinato a scontrarsi con un principio che si chiama “sovranità nazionale”. A sua volta figlia dell’autodeterminazione dei popoli. Ai quali – e solo a loro – spetta il diritto-dovere di scegliere il regime in cui vivere.

Nel caso dell’Ungheria e della Polonia, si deve aggiungere, il rispetto di questi principi ha inciso sulla carne viva di intere generazioni. Possiamo forse dimenticare la lunga oppressione del potere sovietico? La rivolta ungherese del 1956, che fu repressa nel sangue dalle truppe di Mosca. Oppure, dopo la primavera di Praga, l’epopea di Solidarność, il sindacato di Lech Wałęsa. In entrambi i casi, la spinta fu quella di un sentimento nazionale che si ribellava contro l’oppressione straniera. Al dispotismo di allora, non può essere sostituito, oggi, il soft power dell’Unione europea. È vero: non sono la stessa cosa. Ma nemmeno l’Ungheria e la Polonia sono quelle degli anni ‘50 ed ’80.

E allora non basta gridare al “populismo”. Né pensare che i soldi, alla fine, siano tutto. Grazie al Recovery Fund, l’Ungheria riceverà risorse per 15 miliardi, di cui il 54 per cento sotto forma d’aiuti. La Polonia, invece, ne otterrà 64,1, di cui quasi il 60 per cento a fondo perduto. Nella classifica stilata dagli Uffici della Commissione europea, i due Paesi si collocano rispettivamente al nono (Ungheria) ed undicesimo posto (Polonia) per l’entità degli aiuti netti che riceveranno. L’importo complessivo dei finanziamenti (grants e loans) meno i contributi ordinari al bilancio europeo, a loro carico, sarà pari al 5 e al 6,8 per cento del Pil. Un importo notevole. Per avere un termine di paragone, per l’Italia che pure gode del più elevato livello di contribuzione in valore assoluto, questo vantaggio si riduce al 3 per cento del Pil. Una volta sottratto l’ammontare dei contributi dovuti al bilancio europeo nello stesso intervallo di tempo.

Da un punto di vista esclusivamente mercantile non dovrebbe, pertanto, sussistere dubbio alcuno. A caval donato non si guarda in bocca. Sennonché l’accordo finale dovrebbe essere approvato, come in tutti gli altri casi, dai parlamenti nazionali. I quali, per “quel pugno di euro”, sempre benvenuti, dovrebbero beccarsi lo stigma – termine divenuto di moda con il Mes – dell’antidemocrazia. Difficile pensare che un qualsiasi leader, avendo dalla sua il diritto di veto, sia disposto a correre il rischio di farsi crocefiggere, solo per far piacere a qualche altro Paese europeo.

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