L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 dicembre 2020

Lo stato di diritto lo decide Euroimbecilandia è sanzionato tutti quelli che non la pensano come lei. Aborto, matrimonio omosessuale, la teoria Gender sono gli elementi fondanti dello stato di diritto, non la libertà di stampa, non la magistratura indipendente e autonoma, NON la libertà di pensiero

Ma la UE è uno stato di diritto? Vediamo…

Maurizio Blondet 6 Dicembre 2020 

Un impagabile pezzo di bravura del professor Marcello Pera su Italia Oggi, a proposito della domanda più censurata: La UE è uno stato di diritto? E l’Italia, poi, lo è? Da diffondere.

Titolo originale:

I paesi non allineati con la maggioranza diventano turpi

Poteva essere una buona occasione questo conflitto sullo stato di diritto fra l’Unione Europea da un lato e la Polonia e l’Ungheria dall’altro. Ad esempio, poteva essere il momento per sollevare una domanda: l’Unione europea che impone lo stato di diritto ai suoi membri è essa stessa uno stato di diritto? Oppure quest’altra domanda: quale particolare organismo europeo decide se un certo paese rispetta lo stato di diritto? Oppure ancora: che cos’è lo stato di diritto? Perché, si capisce, se l’Unione europea non fosse uno stato di diritto, il fatto che ne richieda il rispetto farebbe ridere: sarebbe come se un dittatore imponesse la democrazia o un ranocchio fissasse un canone estetico.

D’altro canto, ci sarebbe da ridere anche se a imporre lo stato di diritto non fosse un organismo europeo imparziale, ad esempio giurisdizionale, ma un organo esclusivamente politico: in questo caso, sarebbe come se, ad esempio, democristiani o socialisti di Bruxelles imponessero la loro visione politica alla maggioranza degli elettori di Budapest o Varsavia e li scomunicassero ove non si adeguassero. Infine, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risa anche se i custodi dello stato di diritto non avessero chiaro il concetto o ne avessero uno dalle connotazioni flessibili: sarebbe la situazione di un giudice che applicasse un codice a seconda dell’imputato che vuol colpire.

Per questo poteva essere utile discutere, ma non è andata così. Non fosse stato per Tino Oldani su ItaliaOggi, Musso su Atlantico Quotidiano e una bella intervista di un giornalista di Sky ad una collega polacca, non avremmo capito nulla o avremmo capito che, essendo Polonia e Ungheria due stati fascisti, non meritano i fondi europei. Zitti tutti gli altri noti e facinorosi europeisti.

Il professor Monti non ha capito per scarsa sensibilità al cuore dell’argomento. Il dottor Fubini è stato frettoloso e reticente. Ben poco ha detto anche Chicco Mentana, il quale oltre ad essere un grande giornalista è un severo pedagogista, che di solito prima commenta le notizie, poi le riassume, e infine le commenta un’altra volta con boccacce o strabuzzamento degli occhi oppure con un «sì, vabbé, ma diciamoci la verità!».

Divertente invece, domenica sera, per la sua sconcertante banalità una conversazione sulla Raitv fra due campioni del pensiero superfluo, il dottor Fabio Fazio e il dottor David Sassoli, i quali hanno illustrato ai telespettatori quale oasi luminosa di democrazia e diritti dell’uomo sia l’Europa e come invece siano turpi i due paesi che non solo le resistono, ma pretendono pure di passare alla cassa.

Quanto alle forze politiche, Matteo Salvini, ma soprattutto Giorgia Meloni con puntualità hanno toccato il punto caldo della controversia ( i valori professati dall’Unione) guadagnandosi il solito silenzio dei loro interlocutori. A cominciare, ovviamente, dal presidente del consiglio Conte, quello che, tutte le volte che ritira o si rimangia qualcosa, dice «non lo permetteremo», facendoci intravedere i nostri carri armati già schierati al Brennero, ovviamente dopo aver «coinvolto il parlamento» e previo il parere di una task-force apposita.

Si può capire che, di fronte ad uno spettacolo così superficiale e deprimente, l’ambasciatrice polacca presso lo Stato italiano e gli ambasciatori di Polonia e Ungheria presso la Santa Sede si siano rivolti ai nostri giornali per segnalare il problema e richiamare la nostra attenzione sulla posta in gioco cruciale riguardo allo stato di diritto come inteso in Europa.

E qui finalmente una risposta l’hanno avuta: un calcio in bocca dal dottor Tarquinio, il direttore di Avvenire che fatica sette camicie al giorno per indovinare quale sarà il prossimo pensiero di papa Bergoglio, senza essere mai sicuro di coglierci, perché quello lo spiazza sempre con il suo cattolicesimo creativo.

Dicono gli ambasciatori che quando, a luglio, la Commissione europea decise le assegnazioni a favore degli stati causa Covid-19, «queste non erano ancora legate a un non meglio specificato ‘rispetto dello stato di diritto’.

Tale clausola è stata inserita nel testo senza la necessaria e dettagliata spiegazione sul come intendere ciò, in relazione delle erogazioni dei fondi». E documenti alla mano è effettivamente così. Solo che poi si è intromesso il Parlamento europeo (presieduto dal prefato Sassoli), che ha denunciato la violazione da parte di Ungheria e Polonia dei diritti Lgbtiq (mi sfugge la «q», ma ho chiaro il resto) e addirittura censurato la Corte costituzionale polacca per aver negato il diritto di aborto eugenetico.

Fino a che il 12 novembre è intervenuta una «Comunicazione della Commissione europea al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale e al comitato delle regioni» (è roba da stato di diritto, come un dpcm di Conte) per richiedere che «tutti i progetti finanziati dall’Ue siano conformi al diritto dell’Unione», e pertanto «se i progetti violano le norme antidiscriminatorie dell’Ue, i finanziamenti possono essere sospesi o ritirati».

Insomma, cari ungheresi e polacchi, volete i soldi per curarvi dal Covid-19? Dovete approvare l’aborto, il matrimonio omosessuale, la teoria del gender, ecc. Volete mantenere le vostre convinzioni cristiane? Allora state discriminando i cittadini privandoli dei loro diritti umani e siete fascisti. Non importa se, in nessuna parte dei Trattati europei si faccia menzione specifica di tali diritti.

Chiaro, no? Chiarissimo anche al Tarquinio. E però si può immaginare la sorpresa di due ambasciatori cattolici, di due paesi cattolici, presso la Santa Sede cattolica, quando il direttore bergogliano gli ha spiattellato due violazioni gravi dello stato di diritto da parte dei loro paesi: primo, leggere per credere, il «duro braccio di ferro [del governo] con la stampa non allineata alla sua visione»; secondo, credere per leggere, «il potere giudiziario, condizionato sempre più dalla maggioranza politica pro tempore».

Due violazioni tanto enormi che, ad esempio, in Italia, palese stato di diritto, nessuno neppure si sognerebbe, perché da noi la stampa è notoriamente tutta libera e la magistratura palesemente autonoma e indipendente. C’è scritto persino nella nostra Costituzione.

Sarà, avranno pensato i nostri due ambasciatori. Ma nella Costituzione italiana c’è scritto almeno che per denunciare e punire un reato occorre non solo un organo neutrale ad hoc (si chiamano giudici «terzi e imparziali»), ma che nessuno può essere condannato se il reato che gli si ascrive non è ben definito.

Perché, ovviamente, non si può mandare in carcere qualcuno o anche solo sottrargli una provvidenza che altrimenti gli spetta dicendogli «ti condanno perché non la pensi come me». Anche se è precisamente questo che la Comunicazione della commissione europea ha fatto: a noi forze politiche cattoliche e socialiste che in questo momento governiamo l’Unione le forze politiche di altra natura che governano l’Ungheria e la Polonia non piacciono, e perciò le puniamo. Peggio del Covid-19, perché almeno questo bastardo ci colpisce alla cieca, mentre lo stato di diritto europeo prima prende la mira.

Che l’asino stesse cascando deve essersene accorto anche il Tarquinio, perché, nella sua replica ai due ambasciatori, dice che «la condizionalità-stato di diritto… è sufficientemente e scomodamente precisa», dato che (credere e basta, senza ridere) esiste «un nocciolo duro di valori comuni ancora troppo piccolo, che andrebbe accresciuto anche secondo l’alta visione suggerita dai Papi di questo secolo e di quello precedente, e che di certo non può essere impoverito». E, insieme a ciò che s’intende benissimo, non si capisce perché il Tarquinio sia retrocesso nel tempo così poco: l’idea che già i vecchi e cari Padri della Chiesa avessero ingaggiato dure lotte contro il potere secolare a favore dei diritti Lgbti (con o senza la «q») sarebbe stata veramente una grande scoperta storica e teologica.

E poi uno dice che l’Europa non è più cristiana; o che i cattolici romani non sono più credenti; oppure che si dà alle catacombe!

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