L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 dicembre 2020

L'Ordoliberismo non è morto si è solo accucciato in attesa che passa la bufera cavalcata per ricominciare ad azzannare il collo dei popoli

Le forme nuove del consenso
di Christian Marazzi
22 novembre 2020

“Il vero pericolo per lo stato di salute di un Paese e dei suoi cittadini non è rappresentato tanto da una crisi economica ma dalla risposta che a tale evento dà la politica. Non è la recessione in sé a provocare effetti disastrosi sulle vite umane, ma le sciagurate politiche di austerity attuate per superarla”. Così scrive l’economista italiana Ilaria Bifarini, che nel suo blog si presenta simpaticamente come “bocconiana redenta”. Il riferimento è alle politiche d’austerità imposte dalla troika (Commissione europea, Bce e FMI) dopo la crisi finanziaria del 2008, politiche che in Grecia ebbero effetti devastanti, e che su scala globale determinarono un decennio di “stagnazione secolare”, di crescita lenta a mezzo di forte indebitamento pubblico e privato, nonchè di politiche monetarie ultraespansive di cui beneficiarono prevalentemente i mercati finanziari.

Il consenso austeritario si basava sull’idea che per far fronte alla crisi occorre mettere in atto una serie di tagli alla spesa pubblica e alla sanità, tagli che minano il ruolo di tutela dei cittadini da parte dello Stato.

“In perfetto disaccordo con la teoria keynesiana, in un momento in cui la domanda è già depressa – scrive Bifarini -, tagliare la spesa pubblica significa indurre i cittadini a spendere meno, avviando così un circolo vizioso in cui a un aggravarsi della depressione della domanda fa seguito un inevitabile aumento della disoccupazione”. E questo è, tra l’altro, il motivo per il quale le politiche di austerità, anziché far diminuire il debito, lo aumentano.

Bisogna riconoscere che la crisi pandemica un merito ce l’ha, ed è quello di aver seppellito il consenso austeritario. Oggi siamo testimoni di un nuovo consenso, il consenso fiscale, l’idea secondo cui prima ci si deve preoccupare di combattere la guerra, poi di trovare il modo di pagare il conto. Un rovesciamento di centottanta gradi rispetto a soli dieci anni fa, che da Mario Draghi a Kristalina Georgieva (direttrice del FMI), passando da Carmen Reinhart (capo economista della Banca mondiale), vede i grandi cardinali delle istituzioni economiche mondiali invitare i governi a spendere senza preoccuparsi troppo (o affatto) del debito pubblico e del suo inevitabile aumento. Il che significa, non solo riconoscere il fallimento delle politiche economiche liberiste, ma anche il disastro politico che ha visto l’affermazione dei peggiori movimenti populisti quale effetto delle stesse misure d’austerità.

Da prima ancora del tracollo causato dal Coronavirus, Olivier Blanchard – già capo economista del Fondo Monetario Internazionale – sostiene che fino a quando il costo del debito pubblico è pari o inferiore a zero, le economie avanzate possono tranquillamente sostenere debiti pubblici anche molto elevati, dato che le economie cresceranno probabilmente a tassi superiori a quelli degli interessi sui debiti pubblici. Un punto di vista condivisibile. A condizione però che la crescita indotta dalle rinnovate politiche keynesiane abbia effetti redistributivi concreti e riduca l’enorme concentrazione di capitali in poche mani, che è il vero lascito delle politiche di austerità. Il che è tutto da vedere.

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