L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2020

L'umanità disumanizzata grazie alla mascherina voluta dal covid/lockdown/coprifuoco. Questi politici odiano l'umanità dovuta alla consapevolezza, nel loro intimo, che si sono venduti l'anima, sono diventati dei servi striscianti pronti a tutto per ubbidire ai loro padroni

"Non ci mancano gli abbracci, ci manca il contatto faccia a faccia. Unico e insostituibile"

Cosa stiamo perdendo davvero in questa pandemia? Secondo The Atlantic, è la capacità di "leggere" le persone tramite le espressioni e il corpo

10/12/2020 11:39am CET

O_NOZDRACHEVA VIA GETTY IMAGES

“Si parla sempre di contatto fisico, di abbracci che ci mancano. Ma quello che ci manca realmente è qualcosa di più profondo: il contatto faccia a faccia, qualcosa sulla cui importanza non avevamo mai realmente riflettuto”. Così Luca Salmieri, professore di Sociologia della Cultura all’Università La Sapienza di Roma commenta ad HuffPost la questione del contatto, molto spesso tirata in ballo quando si parla di distanziamento. Perché facciamo così tanta fatica a “distanziarci”, a tenerci lontani gli uni dagli altri? “Oggi sentiamo che ci manca sempre qualcosa. Ci vediamo tramite uno schermo, ci sentiamo parlare, ma ci alziamo da una riunione o da una lezione online insoddisfatti, ‘monchi’. Non è il toccare l’amico o il collega che ci manca, è che stiamo perdendo la comunicazione non verbale, ovvero tutto quell’insieme di gestualità del corpo che ci aiuta a veicolare un messaggio in presenza. Ci manca guardarci negli occhi. E guardarsi negli occhi non è una banalità ‘romantica’: è la base delle relazioni sociali”.

In un articolo intitolato “What We Miss When We’re Masked” (“Di cosa sentiamo la mancanza quando siamo mascherati”), The Atlantic affronta proprio il tema della mancanza del contatto faccia a faccia tra le persone. Da mesi, infatti, vediamo poco parenti e amici, ma anche le persone che prima incontravamo abitualmente nel quartiere. E quando le vediamo, le vediamo per metà, dato che mezzo viso è coperto dalla mascherina: “Non credevo che mi sarebbe mancato così tanto vedere le bocche delle persone muoversi, mi sono resa conto di quanto l’abbia dato per scontato prima”, scrive la giornalista Mary Laura Philpott. Non poter interpretare le espressioni altrui, non poter ‘leggere’ le persone: è questo quello che più di tutti ci sta mancando in questa pandemia.

“Da un po’ di tempo ci sentiamo incompleti. Non riusciamo neanche a trovare le parole per descrivere questa inedita sensazione”, aggiunge Salmieri, secondo il quale bisogna distinguere tra il bisogno di contatto fisico e il bisogno di contatto face to face. “Per quanto riguarda il primo, è importante ricordare che la tendenza a toccarsi durante uno scambio è un fattore più che altro culturale: ci sono società in cui è assolutamente vietato toccare un’altra persona, perché magari appartiene ad un altro clan o perché è considerata sacra o, al contrario, impura. Anche in passato, nel Medioevo, il distanziamento sociale si utilizzava per distinguere le varie caste. C’è poi una differenza tra popoli: gli italiani sono spesso riconosciuti come un popolo che ama il contatto fisico, ma i turchi, ad esempio, ‘toccano’ più di noi. I giapponesi, al contrario, non sono molto propensi al contatto”.

C’è poi un altro tipo di ‘connessione’, che è quella faccia a faccia: “Noi uomini contemporanei e occidentali siamo abituati al fatto che le relazioni siano per la maggior parte faccia a faccia - continua il professore - quando ci incontriamo, il nostro corpo parla al posto nostro tramite i gesti, le espressioni. La comunicazione non verbale che accompagna quella verbale serve a rinforzare, a dare un significato più preciso a quello che stiamo dicendo, a far sì che il nostro discorso venga compreso, che il messaggio arrivi a destinazione. A causa delle mascherine e degli schermi di computer e cellulari, oggi la nostra comunicazione ha troppi filtri. È questo tipo di contatto, più intimo e profondo, quello che ci manca davvero”.

Già prima della pandemia soffrivamo per una progressiva rarefazione del contatto face to face, a causa della dipendenza da Internet, smartphone e social network. Però avevamo un antidoto: “Allora reagivamo dando alle occasioni di convivialità (oggi diremmo di assembramento) un significato più forte: un compleanno, un aperitivo con gli amici venivano vissuti al cento per cento. Adesso anche le occasioni di convivialità sono scomparse lasciandoci in profonda carenza di rapporti in presenza”, conclude Salmieri.

Secondo alcune ricerche citate dal The Atlantic, una mancanza di contatto faccia a faccia può incrementare il rischio di soffrire di depressione. Non è un caso che la giornalista Mary Laura Philpott brami tutte quelle cose che un tempo sembravano normali come “le bocche che si muovono in segno di indecisione, i denti digrignati in uno stupido sorriso, il labbro superiore corrucciato in un’espressione di confusione, il labbro inferiore imbronciato, i nasi arricciati”. “Se sei cresciuto in una cultura in cui le facce sono scoperte in pubblico, coprirle improvvisamente può diventare un problema nel ‘leggere’ le persone - scrive -. Mia figlia, fresca di prima superiore, è tornata a scuola con tutti gli studenti e lo staff con le mascherine. Questo significa che ha imparato a riconoscere i volti dei nuovi amici soltanto dagli occhi. Mi ricordo quando ha imparato a conoscere il mio viso, da piccola, fissandomi mentre l’allattavo, a volte alzando un braccio e aggrappandosi con le sue piccole dita al mio collo e mi chiedo come la prima impressione dei suoi nuovi compagni possa essere stata intaccata dall’aver avuto come unico input l’aver visto metà volto”.

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