L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 24 dicembre 2020

Medio Oriente - Una situazione fluida un continuo divenire

IL REALISMO CHE (NON) PIACE


(di Julian Carax)
22/12/20 

Analizzare MO e Mediterraneo Orientale equivale a cantare un’ode alla realpolitik, ad un pragmatismo attento alla calibrazione delle risorse disponibili; è il realismo bambola, è equilibrio di potenza, certo non l’ingenuo idealismo wilsoniano, cui si è contrapposto l’assunto per cui la pace non è conciliazione ma principio di legittimità.

Carenza di idealismo? Sicuramente; del resto Saint Just affermò che, a prescindere, non si può regnare innocentemente. Tayllerand, Bismarck, Disraeli, Kissinger, hanno addomesticato il cambiamento in cambio di un mondo dai contorni più definiti. Va così accettato il fatto per cui il realismo vede l’Europa in una situazione di disagio, ignota alle cancellerie di Cina e Russia.

Rimanendo in un ambito mediorientale purché scevro da sovrastrutture ideologico religiose, puntiamo il compasso sulla Turchia; il raggio d’azione si amplierà da solo, con un andamento affine a quello delle onde concentriche sollevate da un sasso lanciato in uno stagno, e riflesse dalle sponde.

Scomparsa l’URSS, la Turchia, nella realtà multipolare, si è proiettata fino al Turan1, terra ancestrale con i cui Paesi a lungo non ha intessuto rapporti diplomatici, una regione sovente sotto lo scacco dei conflitti interetnici. Al di là della turcofonia, Ankara si è presentata con una strategia caratterizzata da una geopolitica Eurasiatica, concetto più accettabile perché non strettamente definito, e che agevola l’immagine di una Turchia perno della sicurezza internazionale, connotata da un principio georeligioso che porta ad un Islam politico proprio.

Turchia ed Iran sono stati imperi, non cesseranno mai dal percepirsi come tali; i Turchi hanno riscoperto revisionisticamente l’umiliazione per le amputazioni territoriali seguite ai trattati post 1918, con un’eredità fatta di reciproche diffidenze con gli Arabi.


A Teheran governano i riflessi di Dio2 sciiti, ad Ankara un presidente che, nel 2014, mentre l’Iran attendeva ancora il 12° imam nascosto, ha dichiarato di voler ricreare un califfato, termine non sottovalutabile per i suoi risvolti politici, visto che il califfo è un inviato da Allah, e che Erdoğan fa spesso ricorso ad un simbolismo che trae ispirazione dalla sua appartenenza alla Tariqah3 della Naqshbandiyya che, attribuendosi la discendenza dal primo califfo Abu Bakr, rivendica la custodia dell’ortodossia sunnita.

Il sostegno politico ed economico americano alla promozione Turca in contrapposizione all’Iran non si è concretizzato; paradossalmente, ad opinione di parte della diplomazia anatolica, l’unico paese mediorientale più affine alla Turchia è Israele, terra dell’altro unico Dio e soprattutto della potenza di fuoco di Tsahal4, visti la politica estera pro occidentale, l’orientamento allora laico e democratico, l’esistenza di una realtà economica di mercato. Insomma, è ormai lontano il tempo in cui i Paesi sunniti guardavano alla Turchia come all’altra colonna antagonista dell’Iran, in luogo dell’Arabia Saudita.

L’ateo Atatürk è caduto sotto gli strali della classe dirigente dell’AKP, che lo considera ormai maturo per il definitivo oblio ultraterreno: per una Turchia attagliata al suo attuale presidente conta solo il 2023, centenario fondativo repubblicano, in forza di una opinabile propaganda e di più che discutibili basi culturali.

L’imam Fethullah Gülen, prima alleato poi acerrimo nemico, nel 2002 libera il percorso dell’AKP da militari e magistrati kemalisti: i processi Ergenekon e Balyoz sono funzionali allo scopo, grazie anche alle purghe che decimano Marina ed Aeronautica. Il potere tuttavia non permette condivisioni: Gülen fugge, Erdoğan rimane padrone del campo, e comincia a tessere la tela di una nuova politica che punta ai militari, ai rapporti con l’UE, al problema Curdo, condiviso con Iran ed Iraq ed affine a quello Palestinese per Israele; soprattutto stringe legami con l’estremismo dei Lupi Grigi che, sotto la leadership di Devlet Bahçeli, lo appoggia e dà vita agli ultra-nazionalisti di Nizami Alem5, attivi nel supportare gli indipendentisti ceceni e le organizzazioni fondamentaliste libanesi.

Le stoccate che Parigi oggi scambia con il presidente Turco, con sullo sfondo il sangue di Vienna e l’omicidio Paty, di fatto riportano i Lupi alla ribalta europea anche alla luce delle spedizioni punitive condotte contro gli armeni in terra francese, e che costano la messa al bando del movimento.


Inevitabile riandare sia al pensiero di Huntington ed al suo scontro di civiltà, sia al genocidio armeno del secolo scorso; inevitabile l’appoggio francese senza se e senza ma ai concorrenti egiziani, con tanto di rosette della Legion d’Onore.

Il 2013 si presenta con la repressione di Gezi Park, e con il colpo di Stato di al-Sīsī, appoggiato dall’Occidente, contrario a Mohamed Morsi ed alla Fratellanza musulmana, già messa a suo tempo all’indice da Nasser, cosa che induce l’intellighenzia turca a ritenere che un putsch incontrerebbe le simpatie atlantiche, un sospetto ingigantito dal maldestro pronunciamento militare del 2016, per il quale Erdoğan comunque incassa il sostegno del ministro iraniano Zarif.

La retorica, pur volendo sminuire Sauditi ed Emiratini con l’aiuto del Qatar, non evita di venire a patti con gli uomini della pioggia di Pechino, persecutori di musulmani turcofoni uiguri, ma anche dispensatori di prezioso ossigeno valutario; tutto questo alla luce di una crisi economica foriera di una significativa perdita di consenso interno, accompagnata da un percepibile isolamento in ambito NATO e da diversi dissensi espressi dalla Lega Araba. Se è vero che il denaro rende la vista ai ciechi, in Turchia, dove è stato consentito l’uso della valuta cinese per agevolare le transazioni commerciali e dove si sono determinati punti nevralgici per la Via della Seta, ha permesso di indirizzare una politica ora del tutto avversa agli Uiguri, non più vittime di genocidio, ma oggetti di pragmatica estradizione.

La formula zero problemi con tutti i vicini, coniata dallo stratega Davutoğlu, si trasforma in un vaso di Pandora, ed a nulla vale l’incauto tentativo di appropriarsi delle Primavere Arabe del 2011, così affini al movimento verde iraniano del 2009, nato per contestare Ahmadinejad6; anche le vicende siriane, intervallate dagli incontri di Astana con Russi ed Iraniani, fanno assumere una postura avventurista che si riflette su isole egee, porzioni dei Balcani, sul Kurdistan iracheno e siriano: Aleppo, Mosul e Kirkuk sono unite da una sottile linea rossa, anche se i Parsi non sembrano certo disposti a cedere territorio sciita. Un unico Dio, le solite guerre, imbrigliate dalla persistente minaccia integralista.

Le fiamme primaverili divampano in fretta, ma altrettanto velocemente si estinguono; Cihan Tuğal7 ha ritenuto che le Primavere abbiano costituito il fallimento del modello turco a fronte di quello iraniano di rivoluzione passiva di integrazione delle masse, e che abbiano distrutto il progetto di liberalismo islamico.


In Libia la Turchia sostiene al-Sarraj, mentre Francia ed Egitto supportano il generale Haftar; nella lenta querelle che riguarda le riserve di gas del Mediterraneo Orientale, che vede coinvolti Grecia, che ha espulso l’ambasciatore libico, e Cipro da un lato e Turchia dall’altro, la Francia ha denunciato la violazione del diritto internazionale riguardo alle acque territoriali elleniche, senza contare la successiva opposizione al sostegno prestato da Ankara all’Azerbaijan nel Nagorno Karabakh.

Si delineano con chiarezza due blocchi: quello sciita, guidato dall’Iran, e quello sunnita con Sauditi, Emiratini ed Egiziani. Mentre Ankara e Teheran continuano a confrontarsi alternando competizione e cooperazione, gli attriti con Riyadh ed Abu Dhabi creano un punto di faglia che si aggiunge a quello greco, caratterizzato dalla gestione delle ZEE, per cui la Turchia non riconoscendo l’UNCLOS agisce come un freelancer marittimo in collaborazione con il succube GNA tripolino; dall’annosa questione di Cipro, la cui Repubblica del Nord è riconosciuta solo da Ankara; dal provocatorio ritorno al culto islamico della Basilica di Santa Sofia e del Salvatore in Chora; dall’inqualificabile gestione dei rifugiati siriani condotti al confine greco ed utilizzati quale arma di pressione diretta su Atene ed indiretta su Bruxelles. Non a caso la tensione nelle relazioni tra Atene ed Ankara ha iniziato ad essere sempre più presente tra gli argomenti discussi dalla premiership ellenica con il governo israeliano, date le relazioni sempre più strette tra i due Paesi cui non può certo essere estranea la considerazione per cui, con una Grecia insidiata nella sua sovranità, la Turchia potrebbe costituire una ulteriore minaccia per la stabilità israeliana. Se ne può essere certi? Ne dubitiamo.

Se è vero che le attività turche di ricerca energetica costituiscono una sfida, non sembra credibile un’escalation tale da giustificare il ricorso alle armi; Atene, che ha stretto accordi marittimi con l’Italia ed è diplomaticamente vicina ad il Cairo, dopo aver ricevuto il supporto francese, potrebbe richiedere un sostegno israeliano che vada oltre la retorica, alla luce della persistente e propagandistica liaison tra Ankara ed i palestinesi, potenziale causa di traffico mercantile vicino ai porti di Gerusalemme.


Necessario porre attenzione alla dottrina turca della Mavi Vatan, la “Patria blu”, un richiamo all’uso della proiezione navale nel Mediterraneo Orientale, che tuttavia richiede un forte coinvolgimento industriale, ora frenato da carenze strutturali e da una crisi finanziaria indotta da una politica economica sbilanciata. Le difficoltà finanziarie turco iraniche hanno natura geopolitica; ad Ankara la svalutazione si accompagna ad una crisi strutturale ed inflattiva di cui la Turchia è vittima anche alla luce degli ultimi provvedimenti punitivi USA8, successivi a quelli russi del 2016 conseguenti all’abbattimento di un SU 24.

Cronachistico l’accenno alle iniziative sanzionatorie in ambito UE rimandate a marzo 2021, che non intendono avere alcuna immediata valenza su Ankara, visto che lo stesso Die Welt ha sottolineato che i problemi finanziari potrebbero estendersi, data l'esposizione delle istituzioni bancarie europee per un totale di circa 123 miliardi di dollari, ragion per cui Erdoğan sta promettendo riforme strutturali verso creditori definiti pochi mesi fa islamofobi; sostanziale la nomina di Naci Agbal a governatore della Banca Centrale che, aumentando il tasso d’interesse dal 10,25% al 15%, ha agevolato il ritorno ad una politica monetaria convenzionale ed indipendente dalla linea presidenziale, dopo aver bruciato negli ultimi due anni 140 miliardi di dollari di riserve di valuta estera.

Teheran sconta gli effetti della dura politica sanzionatoria americana, rafforzata dalla vicenda del JCPOA, e con l’embargo in scadenza per l’acquisto di armi convenzionali, verso cui l’amministrazione Biden si proporrà con la consapevolezza di dover affrontare le pesanti incognite collegate al programma missilistico iraniano. Va infatti considerato che, parallelamente alla politica di massima pressione di Trump, l'Iran ha incrementato l’arricchimento di uranio, necessario all’armamento nucleare.


Per Israele l’elezione di Joe Biden, in difficoltà sia in Senato e comunque per la futura gestione di un Paese incrinato, sia dall’età che non può concedergli bis presidenziali, pone seri interrogativi sugli aspetti connessi ad una transizione di potere condizionata da una forte polarizzazione determinata dall’ala democratica più radicale, che favorisce un riavvicinamento ad un’UE incline alla causa palestinese, ad un ostracismo verso le reazionarie monarchie del Golfo, ed a concessioni nucleari al regime di Teheran, tanto da poter pronosticare scontri in stile Obama, anche alla luce delle ripetute consultazioni elettorali israeliane non in grado di esprimere maggioranze parlamentari stabili, e che consente solo l’attuazione di una strategia di compliance for compliance, ovvero una graduale revoca delle sanzioni in cambio dell'ottemperanza agli accordi assunti originariamente da parte iraniana; beninteso, ambizioni nucleari che agitano i sonni neo ottomani, frustrati dall’immaginare una Tel Aviv padrona dell’atomo medio orientale. Immaginando tuttavia di essere intenti nel gioco del Monopoli, ora sarebbe il momento degli Imprevisti, ovvero degli Accordi di Abramo, che hanno dimostrato l’immanenza del realismo e l’evanescenza della questione palestinese.

L’egida USA, che ha permesso ad Israele di stringere, sotto l’osservazione Saudita, accordi diplomatici con Bahrein, EAU, Sudan e Marocco, contribuisce a sospendere le annessioni in Cisgiordania, e ad accomunare Ankara, che pure intrattiene da oltre 70 anni rapporti diplomatici con Tel Aviv, e Teheran, nell’elevazione di proteste che, rimanendo sulla plancia del Monopoli, non hanno impedito l’avverarsi di ulteriori Probabilità, già introdotte dai legami stretti da tempo tra Israele e gli Stati del Golfo, ed ispirate dall’intento sia di emarginare le forze destabilizzanti agevolate dalla contrazione della presenza USA, sia di rimuovere le barriere tra i Paesi mediorientali più evoluti, malgrado la palestinese Hamas stia rafforzando la sua cooperazione con il libanese Hezbollah.


Come osservato da Giampiero Massolo, a prescindere dai “metodi spicci..di Trump, il processo innescato con il JCPOA non aveva mai avuto la fiducia degli altri attori regionali”. L’avvicinamento anti-iraniano tra Israele e le monarchie sunnite, è dunque una logica conseguenza, a cui bisognerebbe porre attenzione per non consegnare l’area agli appetiti cinesi.

Lo scenario in evoluzione, con le transizioni di potere in Oman e Kuwait, sta dunque dimostrando che il conflitto Israelo-Palestinese non è più il fulcro regionale ma si è trasformato nello strumento delle diverse potenze globali per stabilire nuovi equilibri strategici: mentre Turchia, Qatar, Iran sfruttano la questione palestinese in chiave anti-israeliana ed anti-americana, gli stati sunniti vedono nella normalizzazione delle relazioni con Israele, il costituirsi di una coalizione volta a contrastare l’espansione iraniana; Israele, tra l’altro, rappresenterebbe sia un’opportunità economica sia un’utile spalla per poter contare sul sostegno degli USA, interessati ad ostacolare gli aneliti regionali russo-cinesi.

Le relazioni tra Turchia e Israele, accomunate dall’alleanza con le periferie di Ben Gurion, sono inizialmente le meno interessanti da analizzare, visto che in genere si tende a concentrarsi più sui conflitti che sui buoni rapporti: nel 1949 Ankara fu la prima a riconoscere Tel Aviv, assecondando una politica che, durante la Guerra Fredda, non ha mai fatto mancare sostegni grazie alla sostanziale continuità governativa israeliana ed alla presenza dei militari ad Ankara.

Dal 2011 è subentrata la geopolitica del caos9 che ha portato a contraddizioni e ad un periodo di isolamento diplomatico, evidenziato dalla vittoria di Hamas nelle elezioni a Gaza, dalla Guerra del Libano del 2006, dall’operazione Piombo Fuso del 2008, dall’incidente tra Erdoğan e Peres a Davos del 2009, dalla vicenda Mavi Marmara del 2010.

Al momento la situazione rimane fluida; per Israele un’entità politica curda indipendente e non araba nella regione assume un connotato positivo; in un mutuo scambio di compensazioni diplomatiche, Israele potrebbe anche rivalutare la zona d’influenza turca in Siria. Insomma, i vantaggi, al netto della demagogia di facciata, sembrano essere molteplici, visto che tra l’altro quota parte delle importazioni di greggio israeliano passa attraverso la Turchia (oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan), e che gli ingenti scambi commerciali continuano a contribuire al mantenimento dello status quo. La nomina ad ambasciatore di Ufuk Ulutas10 in Israele, dunque arriva nel pieno degli accordi di Abramo, e dopo 2 anni di vacatio, con l’intenzione di migliorare i legami con l'amministrazione del nuovo presidente USA: come direbbe Lenin, un passo avanti e due passi indietro, specialmente in considerazione dei partenariati trilaterali Israele-Grecia-Cipro e Grecia-Egitto-Cipro.


E l’Iran? La regione del Golfo ha assistito ad un aumento dell’insicurezza, che ha visto il 2020 aprirsi con l’eliminazione del generale Qassem Suleimani, e chiudersi con quella del generale, nonché esperto nucleare, Mohsen Fakhrizadeh; omicidi a cui non sembra saggio far seguire una risposta immediata, visto che l’Iran, come l’Arabia Saudita, deve affrontare una crisi economica provocata dal crollo del greggio ed acuita dalla pandemia. La presunta infermità di Khamenei anticipa il focus dell’attenzione sia sulla sua sostituzione, nelle mani dei Pasdaran, effettivi detentori del potere iranico, sia sulle elezioni presidenziali del 2021, su cui risaltano le candidature sia di Ebrahim Raisi, attualmente a capo della magistratura, sia di Mohammad Bagher Qalibaf, leader del movimento Mostafa Mir Salim ed ex ufficiale Pasdaran, ambedue ben lontani dal sentimento riformista di Rouhani.

Per concludere, la prova del 9: il Nagorno Karabakh. Il conflitto tra Azerbaigian ed Armenia ha coinvolto Turchia, Russia, Iran alleato sciita dell’Armenia cristiana, con Israele che ha continuato ad avere relazioni con entrambe le nazioni. Sia Iran che Israele, pur rivendicando la neutralità, si sono inclinati verso la stessa parte: l'Azerbaigian, miracolo geopolitico dell’autocrazia della famiglia Aliyev. Sull’ennesimo sfondo, gli altri due soggetti politici non interessati alla pace: Ankara, e soprattutto Mosca, l’unica in grado di parlare con tutte le parti.

Buon 2021, ci vuole...

1 Termine riferito a luoghi e popoli dell'Asia Centrale, in particolare al bassopiano omonimo che si trova in Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan.

2 Ayatollah

3 Ordine spirituale

4 Esercito Israeliano

5 Ordine dell’Universo

6 politico iraniano, sesto Presidente della Repubblica islamica dell'Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013. Viene considerato un conservatore laico, ma in linea con l'indirizzo religioso della repubblica islamica iraniana. Si è reso noto per le sue idee anti-sioniste nonché per le sue posizioni anti-americane e anti-occidentali.

7 Professore Università della California, Berkeley.

8 Gli USA stanno imponendo sanzioni alla Presidenza delle industrie della difesa della Repubblica di Turchia ai sensi della Sezione 231 del Countering America's Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA) per aver consapevolmente intrattenuto una transazione con Rosoboronexport, da cui è stato acquistato il sistema missilistico terra-aria S-400.

9 Iniacio Ramonet

10 40enne, filo palestinese, non diplomatico di carriera

Foto: Türk Silahlı Kuvvetleri / presidency of the republic of Turkey / Twitter / IRNA

Nessun commento:

Posta un commento