L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 dicembre 2020

NoTav - Le procure non sono quelle polle d'acqua sorgive trasparenti e chiare ma spesso sono inquinate ideologicamente alla nascita

APPELLO BIS PER GLI SCONTRI DEL 2011

«No Tav, la Procura non fu imparziale»
Un difensore accusa i magistrati per la gestione delle inchieste. Il Pg chiede di mandare gli atti a Milano. E in una lettera Maddalena «sgridò» l’allora pm Padalino

di Massimiliano Nerozzi
17 dicembre 2020 | 22:45

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A un certo punto, la difesa si fa accusa: c’è stata una parzialità da parte della Procura nella valutazione dei processi che riguardavano i No Tav, riassume nella sostanza l’avvocato Stefano Bertone, uno dei legali nell’Appello bis per gli scontri del 27 giugno e del 3 luglio 2011, rimandato a Torino dalla Cassazione. Per un motivo, soprattutto, l’applicazione o meno dell’articolo 393 bis del codice penale: ovvero, se qualche manifestante ebbe una reazione legittima (e quindi non punibile) a un «atto arbitrario» delle forze dell’ordine. Morale (secondo la tesi): quando un militante No Tav finiva indagato, le indagini erano veloci, quando invece era parte offesa, il contrario. Da lì è battaglia campale — fortunatamente solo politico-giuridica — con la richiesta di verbalizzare le parole del difensore da parte del Procuratore generale Francesco Saluzzo, in aula al fianco dei sostituti Carlo Maria Pellicano e Nicoletta Quaglino. Motivo: l’ulteriore domanda alla corte (presidente Franco Greco) di mandare gli atti alla Procura di Milano. «Le mie critiche sulla diversa velocità di attivazione della Procura erano rivolte alla funzione, non certo alla persone», precisa poi l’avvocato. Poiché, in quegli anni, da pubblico ministero della Procura, anche Quaglino si era occupata di inchieste sui No Tav.

Detto che i giudici hanno respinto l’acquisizione di alcuni atti, spunta una comunicazione del 12 maggio 2014 inviata dall'allora Procuratore generale Marcello Maddalena al pm Andrea Padalino, in merito a un’istanza di avocazione avanzata dalle storiche attiviste No Tav Dana Lauriola e Nicoletta Dosio. Che avevano sporto querela, ma senza vederne le sorti: «Con la presente — scriveva il Pg — prego di voler fornire informazioni, il più sollecito possibile, circa lo stato del procedimento in oggetto indicato e la presumibile conclusione delle indagini preliminari: conclusione che era stata più volte oralmente preannunciata, però senza che poi alle promesse seguissero i fatti».

Tornando alla mattina del 3 luglio 2011, per la Procura quella dei manifestanti non fu una reazione legittima: «Ma come si può soltanto vagamente ipotizzare la sussistenza» di tale articolo (393 bis) di fronte «a condotte sistematiche e collettive di resistenza o minaccia a pubblico ufficiale a favore di persone travisate, armate, con le maschere antigas e che attaccano un’area vietata e presidiata legittimamente?», si chiede Pellicano. Che, da ex ufficiale di complemento, già in fase di requisitoria aveva descritto scenari da battaglia: c’è un momento, spiega, in cui polizia e carabinieri «sono costretti a ritirarsi, come i russi all’inizio dell’Operazione Barbarossa».

E per questo, l’accusa chiede la sostanziale conferma delle condanne emesse nel 2016 (a parte alcune fattispecie prescritte) per 27 attivisti, con pene dai 6 mesi ai 4 anni. Diametralmente opposta la ricostruzione delle difese. «Da parte delle forze dell’ordine ci fu la palese violazione dell’ordinanza del questore e, prima ancora, della logica», argomenta l’avvocato Enzo Pellegrin, tra una citazione di Hegel — «beh, la dottoressa Quaglino aveva evocato Schopenhauer...» — e dello scrittore sloveno Voranc Prežihov Voranc, per le riflessioni sulla «difesa del fortino». Ergo: «Perché polizia e carabinieri erano fuori dalla recinzione?». Gli fa eco il collega Claudio Novaro, passando da Carl Schmitt e dalla contrapposizione buoni/cattivi: «Ma la responsabilità penale è personale». Oltre all’uso di «4.300 lacrimogeni», uno ogni 4 secondi. Osservazione, toccata anche dagli avvocati Gianluca Vitale e Frediano Sanneris: ci furono plurimi abusi e, va da sé, una reazione. Il 21 gennaio, ultime repliche e sentenza


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